recensioni — 01/04/2018 20:59

Un illuminante appuntamento al buio con Borges

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MILANO – È un pezzo d’atmosfera, questo “Cita a Ciegas” dello scrittore argentino Mario Diament, andato in scena al Teatro Franco Parenti di Milano (dal 6 al 29 marzo scorso  2018) Traduzione, adattamento e regia di Andrée Ruth Shammah, per suggestioni ricorda la miglior letteratura novecentesca: dal Pirandello de “L’uomo dal fiore in bocca”, con quel suo apparentemente ozioso, ma effettivamente pregno aspettare, seduto su una panchina, a quell’ossessione tipica alla Truffaut per le donne – una in particolare, qui -; e poi, ad avvilupparci in un andamento avvolgente come quello di un tango, le atmosfere struggenti e passionali de “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel García Márquez – non a caso proprio al Parenti ne è passata una riduzione, che ha visto protagonista la stessa Laura Marinoni presente pure in questo cast. È il duende, quell’inquietudine irrazionale ma proficua – il tarantolato personaggio dell’uomo in crisi di mezz’età ne è personificazione mirabile -, che intesse insospettabili fili fra mondi apparentemente paralleli, ma che non è detto che non possano coesistere in un medesimo hic et nunc.

Come negli scritti di Borges, attraverso spiazzanti artifici drammaturgici s’insinuano metafore metafisiche, che diventano occasione di autoriflessione. La trama, più complicata a dirsi, si sciorina invece con l’agevolezza di un fuso che conosca bene il suo mestiere. Come una spola sapientemente diretta, gioca fra trama e ordito in modo leggero: in parte prevedibile eppure dal risultato spiazzante. All’aprirsi del sipario si avverte subito quell’atmosfera calda e calma, che racconta di un Sud America dalla luce mattutina abbacinante; viene del tutto naturale sedersi su una panchina a godere della vista di grappoli di Jacaranda. Eppure l’uomo di mezz’età che trascorre così le sue giornate è quasi cieco e, questo, gli fornisce l’occasione per filosofeggiare sul vero senso del guardare e del vedere.

Sara Bertelà, Gioele Dix, Laura Marinoni, Elia Schilton, Roberta Lanave

Ecco come viene introdotto, nel palcoscenico orlato dalle inflorescenze indaco della suggestiva scenografia di Gianmaurizio Fercioni, questo Jorge Luis Borges non dichiarato: di certo un uomo colto, che per età e formazione sembra essere avvezzo ai ragionamenti e ai giochi di parole, all’ironia e alla delicatezza degli slanci lirici e a quei voli pindarici, in cui il realismo diventa magico e, quel che il senso comune fatica a credere, una scienza capace di coniugare spiritualità e fisica quantistica suggerisce essere reale. Inevitabile che una figura così, abbagliante nell’impeccabile completo bianco – giacca, panciotto, guanti, bastone e panama, come usava a quelle latitudini -, diventi un catalizzatore naturale delle storie di passanti occasionali e apparentemente irrelati. La maestria del drammaturgo sta nel dipanare questi fili colorati per poi annodarli, in crescendo, verso un finale policromo giocato fra il noir e il rosa.

Sara Bertelà

Ad ogni personaggio corrisponde un colore; e questo riguarda non solo la loro caratterizzazione emotiva o psicologica, ma anche una precisa volontà stilistica ben leggibile fin dalla scelta dei costumi di Nicoletta Ceccolini. Se Borges/Gioele Dix è di bianco vestito per tutta la prima lunghissima sequenza narrativa – quasi una figura surreale, che, di fatto, si fa involontario ricettacolo e depositario delle confidenze dell’uomo di mezz’età in piena crisi e della spregiudicata ragazza, di cui, non corrisposto, è invaghito -, alla fine lo ritroviamo in un più prosaico completo marrone: è autunno, cadono le foglie, ma, come ne “L’amore ai tempi del colera”, chi l’ha detto che il viale del tramonto non possa finalmente regalare quei frutti maturi, di cui un’intera vita è stata avara? Così colpisce la camicia arancione della ragazza (un’ottima Roberta Lanave) a gridare la sua vitalità non convenzionale o il rosso – fin nei dettagli di scarpe e borsetta – della madre di lei, (Laura Marinoni, che sembra non aver mai smesso i panni della protagonista del testo di Marquez) e che ci riaccoglie con tutta la calda maestria della squisita padrona di casa), a svelarne il temperamento passionale inutilmente represso nell’ecrù del vestito volutamente algido; colpisce il color glicine del vestitino della psicologa e moglie dell’uomo in crisi (Sara Bertelà, che alterna attimi di verità a passaggi di pur ottima tecnica attorale), capace di raccontarlo già visivamente il suo essere, nonostante tutto, inguainata in un prototipo obbligatoriamente felix, così come di un’altra divisa racconta l’abito scuro del marito in crisi (Elia Schilton, la cui recitazione costantemente grottesca e caricaturale dovrebbe raccontare di quel disagio per una vita spesa a fare la cosa giusta, che, alla fine, non potrà che esplodere nel modo più scompensato possibile).

Giole Dix Laura Marinoni

Le nitide luci di Camilla Piccioni costantemente accompagnano e impreziosiscono volti ed atmosfere, sottolineando il sorriso beffardo di Borges, non sempre efficacemente reso da Gioele Dix, che, certo chiamato al non facile compito di restituire al contempo il distacco ironico dell’autore argentino e l’inespressività immobile dei suoi occhi quasi ciechi, spesso rischia di restare intrappolato nel ghigno e nei modi del suo automobilista “inc***to“. Luci chiare e oblique s’insinuano, nell’alternanza delle fessure di una veneziana, anche nell’altro luogo in cui si svolge l’azione: lo studio della psicologa, che si apre, a libro, invadendo, coi suoi inconfessabili pudori, il luogo aperto della piazza e che, con ancor maggior incisività, si richiude su se stesso, quasi a murarla per sempre, quella donna come tu mi vuoi, la cui unica colpa, in fondo, non è stata, appunto, che quella.

Gioele Dix

Un testo denso e stratificato, questo “Appuntamento al buio” di Mario Diamat: la traduzione letterale di “Cita a ciegas”, capace di alternare il sorriso per il rispecchiamento alla curiosità per un modo di pensare inusuale ma accattivante, l’umana empatia alla solidale condivisione della fragilità che ci accomuna tutti e che, complice anche una regia pulita e accompagnata da soluzioni scenico-recitative convincenti, riesce a regalare un paio d’ore in una dimensione intimamente borgesiana.

Visto al Teatro Franco Parenti di Milano, il 28 marzo 2018.

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