Culture — 01/01/2015 19:43

Auschwitz: memoria smemorata Il Memoriale italiano sfrattato dal Block 21 ed esiliato a Firenze

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AUSCHWITZ – E’ la primavera del 1980 quando il Memoriale che ad Auschwitz ricorda tutti gli italiani caduti nei campi di concentramento nazisti viene inaugurato in presenza dell’allora ministro Marcora, di rappresentanti delle Comunità Ebraiche italiane, di ex deportati sopravvissuti ai campi di concentramento e dei rappresentanti dell’ANED, l’Associazione Nazionale degli ex deportati nei campi nazisti che in Italia raccoglie i sopravvissuti, i loro familiari, e coloro che ne coltivano la memoria. Voluto, e pagato, dall’ANED, il Memoriale è stato ideato con il contributo di grandi personalità della cultura italiana del Novecento, riunite in un Comitato operativo del quale facevano parte tra gli altri Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Primo Levi, Pupino Samonà, Nelo Risi, Luigi Nono, Dario Segre, Bruno Vasari, Emilio Foa, Gianfranco Maris e Teo Ducci. Semplice e chiaramente formulato il principio ispiratore dell’opera, così come dettato dal Comitato stesso: non un duplicato delle tante mostre dedicate alla deportazione, ma un luogo di raccoglimento e di ricordo che sia anche una realizzazione visiva, documentaria e politica.

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Al primo piano del blocco 21, che ospitava la chirurgia dell’ospedale del campo, è stato così realizzato il progetto architettonico a firma dello studio BBPR, acronimo che indica il gruppo di architetti che nel 1932 lo fondarono: Gian Luigi Banfi (Milano 1910 – Gusen 1945), Lodovico Barbiano di Belgiojoso (Milano 1908 – Milano 2004), Enrico Peressutti (Pinzano al Tagliamento 1908 – Milano 1976), Ernesto Nathan Rogers (Trieste 1909 – Gardone Riviera 1969). Tutti laureati al Politecnico di Milano, nei primi anni della loro collaborazione i progettisti seguono i temi del razionalismo italiano, convinti di poter sostenere la libertà di espressione ed il trionfo dell’architettura moderna negli anni del Fascismo. Con la svolta delle Leggi Razziali la necessità di altre scelte, di abbracciare la Resistenza; Rogers fugge in Svizzera, Banfi e Belgiojoso sono deportati, il primo muore nel campo di sterminio di Gusen, il secondo sopravvive a Mauthausen-Gusen e dopo la liberazione da parte degli Americani torna in Italia.

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Queste esperienze di vita così estreme segnano profondamente l’attività dello studio negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, così accanto ai numerosi progetti di architettura, urbanistica, design ed arredo, alle Triennali, alla Torre Velasca a Milano, alle prestigiose docenze universitarie dei soci presso Facoltà di architettura italiane e straniere, nascono opere simboliche che si fanno testimonianza indimenticabile, dal Monumento ai morti nei lager al Cimitero Monumentale a Milano, al Memoriale di Gusen, al Monumento per la deportazione di Carpi, al Memoriale italiano di Ravensbruck, e, appunto, al Memoriale italiano di Auschwitz.

Qui l’idea è quella di una spirale ad elica, all’interno della quale il visitatore cammina su una passerella di traversine in una sorta di tunnel, rivestito all’interno da strisce dipinte da Pupino Simonà sulla traccia di un testo scritto da Primo Levi, con la musica di Luigi Nono Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz e la regia di Nelo Risi. Il risultato è un’installazione che sembra richiamare le esperienze raccontate da coloro che si trovano sulla soglia tra vita e morte e che, sopravvissuti, tornano indietro, portando con sé un bagaglio stra-ordinario ma comune a tutte le culture e a tutte le latitudini. Queste le parole con cui descrive il progetto uno degli ideatori, Lodovico Belgiojoso: “L’atmosfera ricreata allusivamente e un’atmosfera di incubo, l’incubo del deportato straziato fra la quasi certezza della morte e la tenue speranza della sopravvivenza, (…). È l’idea di uno spazio unitario, ossessivo, realizzato con un ritmo di zone di luce e ombra che si alternano equidistanti fra loro, consentendo anche la visione, attraverso le finestre, degli altri ‘blocchi’ del campo, visione altrettanto ossessiva”.

Ludovico Belgioioso

Lodovico Belgiojoso

Dal luglio 2011 l’installazione è chiusa, l’accesso inibito anche agli studiosi: bisognosa di restauri, ma soprattutto considerata dalla direzione del Museo interno al campo, in questo sostenuta dal governo polacco e dal Consiglio internazionale di Auschwitz, non più corrispondente alle linee guida emanate negli ultimi anni, orientate ad allestimenti dal taglio pedagogico-illustrativo.  Nonostante il lavoro svolto nel corso dell’autunno 2014 dagli studenti della Scuola di Restauro dell’Accademia di Belle Arti di Brera, accompagnati dagli insegnanti dell’Accademia, dai rappresentanti dell’Isrec, l’Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, e dai sindacati edili della CGIL, CISL e UIL, questi ultimi finanziatori della missione in Polonia, nonostante il progetto promosso dall’ANED e presentato alle autorità italiane, con lo scopo di riallestire il blocco 21 con opportuni apparati didascalici ed illustrativi, sembra che nulla riesca smuovere l’attenzione collettiva.

Vani gli appelli, su http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=114514 quello indirizzato al Presidente del Consiglio Renzi, al Ministro Gentiloni e all’Ambasciatore della Repubblica di Polonia in Italia, inutile sottolineare che quella italiana è un’opera d’arte e non un allestimento museale, scarsa l’indignazione che ci si aspetterebbe nel vedere così mortificato il messaggio simbolico di coloro che attraverso il linguaggio dell’arte hanno sublimato l’orrore caricandolo del valore aggiunto di averlo vissuto in prima persona, superflua la loro caratura culturale, inefficace ol richiamo a valori simbolici comuni, a principi giuridici, alla dichiarazione di Auschwitz sito UNESCO 1979, alla salvaguardia del patrimonio culturale, al diritto di proprietà, al diritto di proprietà intellettuale: il destino del Memoriale sembra ormai segnato, verrà smantellato dal blocco 21, strappato dal suo contesto, profanato nel suo significato.

Probabilmente si salverà, perché sembra aver trovato una nuova casa a Firenze, all’interno dell’EX3; così almeno risulta dalle dichiarazioni rilasciate ai primi di dicembre dal Sindaco Dario Nardella.  L’approdo toscano non è un lieto fine, non cancella l’amarezza dello sfratto e dell’esilio, non lenisce gli effetti di decisioni unilaterali prese proprio nei luoghi dove il dolore assoluto della Storia accumuna tutti gli Europei.  Lì coscienza, responsabilità, memoria, rispetto, testimonianza dovrebbero essere intoccabili. Per non dimenticare, si continua a ripetere. Poi però, a volte, si dimentica. Oppure si resta indifferenti.

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