recensioni, VolterraTeatro — 30/07/2016 at 07:45

La “libertà” di Latini nelle trame di Amleto

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VOLTERRA (Pisa) – Operazione di grande gioco perverso è quella messa in moto da “Amleto + Die Fortinbrasmachine” (ma nella locandina il nostro segno + corrisponde a una disinvolta croce medievale), lo spettacolo di e con Roberto Latini in scena a VolterraTeatro e ricavato dal lavoro fine anni ’70 di Heiner Mueller, presentato nel ’90 al Deutsches Theater di Berlino Est, poi da lui stesso più tardi ricomposto in un “Hamlet/Maschine”, e ora, in un passaggio da padri in figli, nuovamente messo alla prova della scena. Il primo gioco di Latini è di inserire nel titolo, con un tocco di autobiografia artistica, il nome di Fortebraccio che è anche quello della sua compagnia, ma anche di distanziarsi, con questo richiamo al non-personaggio, figlio, straniero, estraneo, che arriva in scena quando “il resto è silenzio”, che chiude una carneficina di famiglia, dalla macchina della trama dell’Amleto scespiriano per oliarla e darle irrispettosa velocità. Vediamo così elementi muelleriani come l’Ofelia annegata con obi rosso e yukata bianco, loop del racconto di omicidi a catena e tutti sbagliati attuati dal principe di Danimarca, citazioni di gesti e intonazioni alla Carmelo Bene, ma anche macchine luminose e sonore alla Robert Wilson, grande alter-ego (whisky o vodka) del drammaturgo regista tedesco. “Una funzione del dramma è l’evocazione dei morti- Il dialogo con i morti non deve interrompersi fino a che non ci consegnano la parte di futuro che è stata sepolta con loro” (Heiner Mueller, 1986).

foto di Stefano Vaja
foto di Stefano Vaja

Da questa sarabanda emerge sempre il corpo di Roberto Latini che, liberatosi dal costume classico giapponese e da ogni debito con i testi originari, si disegna come un atleta che a testa in giù rotea con le gambe sopra e sotto una griglia, con abilità da attore non da danzatore, superando la fatica e mostrando l’esercizio fisico senza reticenze. Ha sospeso sopra la testa un cerchio magico luminoso che diventa poi una scansione del tempo senza storia, ferma i gesti, li ripete, appare in tacchi alti rossi e copricapo con corna, cita passaggi in tedesco (non sempre perfetto ma cruciale).

foto di Stefano Vaja
foto di Stefano Vaja

Il “vagabondaggio dentro una lettura” di cui parlava il critico Franco Quadri per la messinscena dell’originale Hamletmaschine, la “implacabile macchina del tempo dove i sopravvissuti di Elsinore… ripetono se stessi incapaci di morire” acquista nell’edizione volterriana di Roberto Latini un altro tipo di implacabilità: quella del Teatro che rimanda a se stesso, senza messaggi, spremiture etiche, abbandonato al puro spostamento di senso, autoreferenziale finché si vuole con un’eco di Bene-maschine, più delicato, meno guitto, ma pur sempre padrone della trama in nome di una libertà totale dell’attore, agente trasgressivo e trasmigratore.

Visto a Volterra, Teatro Persio Flacco, il 28 luglio 2016

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