Festival(s) — 30/04/2018 23:23

Il Festival delle Colline torinesi dal 2017 al 2018 con il TPE: teatro che unisce e si rafforza

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TORINO – L’unione fa la forza, anzi rafforza: il teatro! Un gemellaggio artistico, capace di fondere le qualità e l’esperienza acquisita negli anni, diventa garanzia maggiore e sinonimo di professionalità per la dedizione al teatro. Non si può che approvare la fusione tra la Fondazione TPE Teatro Piemonte Europa, diretta da Valter Malosti, e il Festival delle Colline Torinesi Torino Creazione Contemporanea, diretto da Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla. Un progetto triennale di collaborazione. L’edizione 2018 presentata a Torino alla Fondazione Merz il 26 aprile scorso, diventa così l’occasione di sviluppare una “politica di valorizzazione della nuova scena teatrale e della drammaturgia contemporanea”. Sono gli stessi direttori artistici che lavoreranno insieme per “esplorare e far conoscere i nuovi linguaggi della scena, per favorire la creazione e la contaminazione tra le arti, per presentare i protagonisti emergenti del teatro italiano e straniero, per meglio posizionare stagioni e festival in ambito europeo anche con produzioni o coproduzioni e facendo parte attivamente di prestigiose reti internazionali e il punto cardine sarà infine la comune missione legata alla tutela e alla scoperta di giovani creatori, anche del territorio di riferimento, favorendone e supportando la loro affermazione”.

http://www.festivaldellecolline.it/edizione/presentation

Walter Malosti Isabella Lagattola Sergio Ariotti TPE e Colline Torinesi

In attesa della 23 esima edizione in programma dal 1 al 22 giugno, cogliamo l’occasione per dare notizia di quanto visto l’anno scorso: un festival archiviato con meritato successo. Parlarne ora assume un significato forse più simile ad una rievocazione, ma l’intento è quello di raccontare, anche a distanza di tempo, quanto sia stato importante assistere a spettacoli di ottima fattura; segno di come sia possibile organizzare un festival, curando con attenzione le scelte artistiche. Da 22 anni le Colline Torinesi hanno dimostrato una vitalità che ha richiamato artisti di fama internazionale. Per la prima volta Rumor(s)cena ha seguito questo importante appuntamento estivo, che anima la città piemontese, percependo da subito un’atmosfera piacevole grazie ad una gestione organizzativa che sa coniugare l’offerta artistica con le aspettative di chi ha il compito di osservare e giudicare i risultati. La capacità ideativa e artistica di Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla ha saputo offrire un teatro di altissima qualità: da sempre alle “Colline” viene rappresentato un teatro di respiro europeo, con compagnie all’avanguardia e di fama internazionale. Basti pensare al ritorno solo dopo due anni dalla loro partecipazione precedente, del collettivo berlinese She She Pop, protagonista di 50 grades of shames (dopo aver realizzato Testament e Fruhlingsopfer), originale e arguta creazione di cui daremo conto. Prima, però, vale la pena soffermarsi sulla scelta artistica complessiva che ha visto la scorsa edizione: protagonista la figura femminile nella società civile, impegnata nel rivendicare un ruolo di primaria importanza. Un teatro al femminile in cui si mescolavano diversi linguaggi teatrali, contaminati da stili e visioni contemporanee, capaci di indagare le inquietudini che caratterizzano la vita che ci appartiene. Questo festival è sempre stato un osservatorio privilegiato delle problematiche sociali, culturali, e politiche, capace di sondare attraverso il teatro le molte contraddizioni che agiscono a livello sociale, culturale e politico. Il focus scelto dal direttore artistico Sergio Ariotti insieme ad Isabella Lagattolla, che cura la direzione organizzativa e responsabilità della comunicazione, nell’arco di tutto programma presentato; con la presenza di ben ventisette compagnie tra italiane e straniere internazionali (anche emergenti), la cui cura e accompagnamento da parte dello staff organizzativo dimostra come il rigore e la precisione siano elementi distintivi di una buona organizzazione.

50 grades of shames  She She Pop foto di Andrea Macchia

Torino, Moncalieri e Colegno hanno offerto teatri e spazi alternativi, luoghi di creazione e rappresentazione artistico/teatrale con un carattere tutto virato al femminile e l’attenzione rivolta ad argomenti a carattere civile e sociale; così come il teatro contemporaneo sa affrontare, se realizzato con efficacia drammaturgica e registica ( senza dimenticare il contributo degli artisti in scena). Ne è prova l’esibizione del collettivo berlinese dei She She Pop, realtà artistica consolidata in grado di generare esperienze innovative e capaci di affrontare linguaggi originali, con un’ attenzione particolare nel sondare la scena del contemporaneo originalità. La capacità di assemblare la realtà e la fenomenologia di una società sempre più liquida con la creazione scenica, seguendo parametri sociologici e artistici all’avanguardia, fino a costruire un lavoro drammaturgico che assimila un testo classico tradizionale. 50 grades of shame analizza con sottile e raffinata ironia il tema della sessualità a 360 gradi. Senza falsa retorica o presunzione, riesce a declinare le variegate forme di rapporti sessuali, distonie, pulsioni; il pudore e l’inibizione e i tabù che ne derivano. Una mappatura del sesso a cui ogni essere umano è legato in modo più o meno necessario, fonte di piacere quanto di sofferenza. In scena vengono “spiegate” le varie situazioni mediante delle “lezioni” (per l’esattezza 13) con l’autorevolezza abituale dell’insegnamento accademico ( sul podio, vestito con la toga e il piglio serioso del professore) – sovvertito però dalla realizzazione tecnologica che utilizza videocamere per riprendere in diretta le diverse scene e simulazioni. La singolare scelta di frammentare i corpi, tagliandoli per farne un collage surreale nel montaggio, è tra le più originali e creative viste negli ultimi anni.

She She Pop foto di Andrea Macchia

Ispirato a “50 Shades of Grey” di E.L. James e all’opera di Frank Wedekind “Risveglio di primavera”, dove la tematica è identica: il sesso inteso come pratica deviante dalla cosiddetta norma, esteso a qualunque variazione anche ambigua, perversa, compulsiva, depravata. Che cos’è poi oggi la sessualità nell’essere umano se non una ricerca esasperata e nevrotica di pulsioni estreme? Complice la diffusione dei social network, delle applicazioni per scambi e incontri alla ricerca esasperata di un consumo frettoloso e compulsivo, in un’era dove tutto si consuma velocemente senza lasciare tracce. I performer sembrano dire che la spersonalizzazione ormai è così dilagante, da non avere più dei canoni precisi: l’identità maschile e femminile si sono perse e hanno lasciato il posto a forme sempre più ibride. Corpi che si ricompongono in forme anatomiche bizzarre con organi genitali di uomini e donne mescolati tra loro. Il risultato è una pungente riflessione su qualcosa che ci appartiene; anche se spesso tendiamo a nasconderlo, per vergogna o paura di essere giudicati. L’apporto musicale di Santiago Blaum con le sue percussioni imprime a tutto lo spettacolo un’energia strepitosa, cadenzando le scene con ritmi metallici capaci di sottolineare efficacemente la partitura scenica.

She She Pop foto di Andrea Macchia

E la parola giudizio sembra rimbalzare anche in Acqua di colonia scritto, diretto e interpretato da Elvira Frosini e Daniele Timpano che raccontano di un rimosso periodo storico appartenente all’Italia: il colonialismo in Africa Orientale e in Libia. Giudicare la Storia del passato è sempre un’operazione ardua e complessa, se non è supportata da ricerche e indagini precise e analitiche, senza timore di rivangare qualcosa che ci appartiene anche se doloroso e fonte di vergogna. L’Italia colonialista non può che essere giudicata come una nazione responsabile di un’occupazione in paesi dove sono state commesse azioni atroci e feroci. “Italiani brava gente” in questo caso risuona come un’offesa alla memoria di chi ha sofferto per mano di un esercito di occupazione. Il passato non si può cancellare facilmente e la memoria storica va sempre preservata, anche quando è scomoda, come in questo caso. In questo lavoro di Frosini e Timpano il tema del colonialismo serve ad introdurre quanto di più attuale ci possa essere: il razzismo, piaga sociale, politica, tanto da deformare sempre più le menti umane, ostaggio di una cultura evidentemente sempre pronta a riemergere. Acqua di colonia si assume una responsabilità non facile e a rischio di scivolare nella retorica, se non fosse supportata da una costante abilità sarcastica e ironica, pur mantenendo alta l’attenzione in un continuo rimando di citazioni storiche, desunte dalle cronache d’epoca, da testi storici, da rievocazioni in cui è facile ritrovare stereotipi presenti anche oggi, dove dilaga sempre più in tutta Europa, un fenomeno pericoloso e destabilizzante: quello del razzismo.

Acqua di Colonia

I due protagonisti hanno inteso collegare il passato e il presente, uniti per la continuità per la discriminazione verso quei popoli assoggettati con la forza e la privazione dei diritti, e il virus che si insinua tra le pieghe di un’umanità sempre più cinica e sprezzante verso il prossimo; il debole, l’altrui da noi temuto come un invasore, come vengono visti i profughi e i migranti. In passato erano gli italiani ad “invadere”, ora siamo noi a doverci sentire “invasi”, e questa paura genera sentimenti che sfociano anche in atti di violenza e reati commessi sia da stranieri arrivati con le peggiori intenzioni, quanto, anche, da cittadini italiani le cui regole civili appaiono sempre più compromesse da un ordine sociale e legale in progressivo disfacimento.

Elvira Frosini Daniele Timpano Acqua di colonia

Frosini e Timpano ci portano a conoscenza con generosità di particolari, seguendo una narrazione storica rievocativa, quanto sia stata enfatizzata e acclamata la propaganda a favore dell’intervento colonialista dell’Italia; da Indro Montanelli a Giovanni Pascoli, tutti uniti per esultare come se la conquista di terre oltre mare ci permettesse di diventare una nazione ricca e potente alla pari di altri stati arricchiti da possedimenti conquistati con la forza. Acqua di colonia è un libro dove può sfogliare le pagine, cercando le tracce di un periodo storico, in cui trovano spazio anche momenti di ironica leggerezza, senza per questo rinunciare alla sua drammaticità insita nella rievocazione, la cui parola fa rima con rimozione.

È assodato come sia più facile rimuovere dalla coscienza di una nazione e di un popolo, le responsabilità oggettive responsabili di sofferenza e lutti. L’Italia è celebre per “dimenticare” nell’oblio le sue responsabilità e scelte errate, e non ultimi, eventi tragici dove il ricordo e il rispetto per le vittime spesso passano in secondo ordine rispetto a chi ha commesso il delitto.

Testimonianza doverosa, quella di Frosini e Timpano, tanto da permettere al pubblico di venire a conoscenza di un periodo oscuro – e attraversare le inquietudini attuali – come quella (anche) del razzismo. La storia del colonialismo nasce molto tempo prima: già presente nell’Ottocento ma per l’immaginario italico è confinato solo nei cinque anni del regime fascista. Acqua di colonia parla anche della Somalia, Eritrea e Etiopia. La drammaturgia si rifà ad una stratificazione complessa di citazioni, estratti di storie desunte da testi letterari, musiche e canzoni d’epoca, i cine-giornali, i fumetti che osannavano la conquista del suolo straniero per annetterlo al cosiddetto “Impero”, sogno delirante di un regime megalomane. Un amalgama corposo e impegnativo da decifrare per i continui rimandi, giocato sul filo del grottesco per offrire una versione capace di farci pensare senza però appesantire la narrazione. Una riduzione nel tempo complessivo della rappresentazione gioverebbe sicuramente al dinamismo della recitazione, in cui lo stile ormai riconosciuto dove Daniele Timpano, sa esprimersi con la sua frenetica e irruente personalità artistica che si completa con quella scenica di Elvira Frosini.

 

Roberta Caronia foto di Andrea Macchia

E un’altra attrice si è distinta in questa edizione del festival: eroina solitaria, donna a cui la vita ha voluto imporre un destino tragico, è un Ifigenia contemporanea quella descritta nel testo di Gary Owene (tradotto da Valentina De Simone), portato in scena a Torino dal regista Walter Malosti in prima nazionale. A interpretarla è stata Roberta Caronia, attrice capace di esprimere con energica vitalità scenica una donna inquieta, dissoluta, abituata a perdersi nell’alcolismo senza reagire all’abbrutimento che ne consegue. “… di forte stirpe”, il nome Ifigenia lo si ritrova nella mitologia greca a cui sono ispirate molte tragedie e questa versione moderna la rappresenta come una donna votata al sacrificio per l’impossibilità di evitare l’infausto finale di una storia costellata di rimandi al mito; pur riletti in chiave moderna e attualizzati dal regista che trae ispirazione dall’originale drammaturgia dell’autore e la rende universale e senza una collocazione ambientale precisa. Roberta Caronia imposta sulla sua presenza scenica in perenne tensione, evidenziata dal contrasto del nero funereo della scena e il suo costume rosso. Due colori rappresentativi del dramma consumato dalla donna in bilico tra la speranza di un amore agognato; e la maternità in cui trovare la possibilità di un riscatto affettivo quanto sociale. Un uomo reduce dal fronte di guerra visto come il partner con cui cercare un’alternativa al “naufragio” della sua condizione esistenziale e una figlia che le fa conoscere un affetto; da prima negato al solo pensiero di diventare madre, salvo poi farne la sua ragione di vita. Non potrà esaudire quello che un cinico e crudele destino le attende. Un parto problematico, un incidente in ambulanza interrompono drammaticamente la vita della figlia. La rabbia per non essere stata aiutata in un primo momento la porterà a pretendere giustizia per il male subito. L’ospedale in cui le è stato negato il ricovero è responsabile dell’ingiustizia e del dolore senza speranza di sollievo. Si resta inizialmente increduli nell’assistere ad un finale inaspettato: Ifigenia incontra la responsabile della sua sofferenza e il suo gesto di perdono appare come un ulteriore sacrificio da immolare sull’altare. La vendetta non ha più motivo di essere consumata. Il mito resta aperto sull’insolubilità di trovare pace.


Il “Viaggio”: 23 esima edizione Festival delle Colline torinesi TPE . 23 spettacoli in programma, otto anteprime nazionali dal 1 al 22 giugno 2018. È il tema del viaggio quello affrontato in questa edizione e pensato in tutte le sue declinazioni; dalle migrazioni storiche o contemporanee, per raccontare viaggi della speranza, in fuga da realtà drammatiche in cerca di salvezza.

«Fluctus è una parola latina che significa onda. Sono le onde del mare che sospingono verso l’Europa molte migliaia di profughi africani, o li respingono, li inghiottono durante pericolose, assurde, traversate. Anche coloro che non arrivano dal mare, altri migranti, sembrano disegnare sulle cartine geografiche del pianeta con il loro movimento un succedersi di onde – spiega nella presentazione del programma, Sergio Ariotti direttore artistico – (…) l’identità europea è stata modificata profondamente dalla presenza di tanti viaggiatori e lo sarà in futuro. Essi non sono un mondo a parte, ma una parte del nostro mondo. Quanti altri viaggi vengono compiuti dentro le nostre teste, per affrancare, rivendicare, proclamare le nostre identità. Questo progetto triennale vuole provare a sommare, sovrapporre onda a onda, viaggio a viaggio, l’onda di Fluctus e l’onda di una qualche nuova sperimentazione teatrale.»

Empire – Third Part of Europe Trilogy by Milo Rau Marc Sthepan

In “Empire di Milo Rau si parla del viaggio di quattro attori/migranti per raccontare altrettante odissee, viaggi decisi per allontanarsi da situazioni precarie, tragiche. La migrazione è al centro dello spettacolo “Birdie della Compagnia Senor Serrano che riesce ad accostare in chiave ironica i migranti agli uccelli di Hitchock. “Vieni su Marte” della Compagnia Vico Quarto Mazzini ispirato a “Cronache marziane di Ray Bradbury, un’improbabile migrazione sul pianeta Marte. L’incontro tra un turista europeo con una donna araba in un paese del Nordafrica non meglio precisato, è la storia raccontata in Ritratto di donna araba che guarda il mare” di Davide Carnevali e la regia di Claudio Autelli. La buona educazione della Piccola Compagnia Dammacco intende interrogarsi sulla trasmissione dei valori da essere umano a essere umano. Sono alcuni dei titoli degli spettacoli scelti in programma per raccontare i viaggi di un’umanità di cui facciamo tutti parte.

Ritratto di una donna araba foto di Marco D’Andrea

 

www.festivaldellecolline.it/edizione/shows

 

www.festivaldellecolline.it 

www.fondazionetpe.it

 

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