Recensioni — 30/04/2017 at 22:04

Una crudele “Paranza” reale e drammatica

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NAPOLI – C’è una terra delle coscienze malate in scena al Teatro Sanità, spazio privilegiato di un teatro attento a realtà quotidiane. Drammaturgie del nostro tempo che hanno la forza potente di antiche tragedie. Il Teatro Sanità prende il nome dall’antico e popolare quartiere napoletano, ha dimora in una piccola chiesa diventata casa per un piccolo esercito di teatranti capitanato da Mario Gelardi. Laboratori ed incontri, sogni e spettacoli con il teatro che guarda lontano, Qui è andato  in scena “La paranza dei bambini”, come anteprima come un necessario rodaggio per il debutto nazionale in programma a Spoleto Festival dei Due Mondi l’1 ed il 2 luglio. Un progetto del Nuovo Teatro Sanità in produzione Mismaonda in collaborazione con Marche Teatro, spettacolo che Mario Gelardi ha costruito in sintonia d’autore insieme a Roberto Saviano, amico degli anni di scuola con cui ha già condiviso altri momenti di teatro.

Dieci anni sono infatti trascorsi da quando firmarono insieme “Gomorra”, spettacolo cupo che anticipava non tanto una “moda” culminata in fiction di successo, ma la necessità di una conoscenza più profonda di crudeli dinamiche sociali in tensione insoddisfatta e pericolosa. Primo libro di successo e primo spettacolo applaudito sui palcoscenici italiani. Poi altro è stato messo in scena ed è nata l’esperienza non facile del Teatro che vive nel cuore della Sanità chiamando a raccolta giovani e adulti, coinvolti in progetti di laboratorio, scrittura, didattica, e naturalmente di teatro. Costruendo intorno alle “idee” e all’“impegno” il suo pubblico attento.

 

Ed ora il nuovo libro di Saviano offre linfa alla fantasia di Gelardi e dei suoi e titolo al suo nuovo spettacolo. Va in scena così la storia che sembra estrema invenzione ed è cronaca illuminante. Storia di giovani che inseguono un potere crudele, illusione di adolescenze appena sbocciate e destinate ad una immaturità criminale appena venate da illusioni, sentimenti, desiderio d’affetto, amore che non si compie. C’è un presente da vivere ed un futuro breve da spendere. È speranza inorridita. È tenerezza disperatamente devastata. È linguaggio, gesto, sguardo di un altrove distante e presente al tempo stesso. Cupo nel nero della scenografia di praticabili e scivoli mobili disegnata da Armando Alovisi per costruire il territorio fantastico e cupo di una periferia urbana da fumetto d’autore, che le luci di Paco Summonte appena rischiarano. Nel nero dei costumi di 0770 che ha disegnato abiti di dimessa contemporaneità. Nella notte sempre presente, a distruggere sogni di potere e di affetto

 

Spettacolo crudele non certo da osservare come fosse luogo distante e irreale, ma costruito da Gelardi e dai suoi giovani attori per metterne in scena difficili percorsi poetici ed esistenziali di giovani che giocano il loro presente per diventare padroni di una “paranza”, gruppo criminale, non società ma piccolo clan regolato da rituali da favola dark, patti di sangue, imprese e giuramenti che fanno sentire adulti i bambini immaturi. “Paranza” come pesca di piccoli pesci di scarto presi in superficie e gettati poi via lontano dai pescatori. O da una vita che non sa far vivere bene.

Carlo Caracciolo firma con Gelardi la regia dello spettacolo. Rapido e duro, e si moltiplica poi in scena costruendo in rapidi passaggi quattro personaggi “cattivi”, invenzioni in consapevole e critico ricalco di realtà quotidiane. Antimo Casertano è corpo e mente crudele e malata d’istupidita ambizione. Gli altri giocano la loro partita con un entusiasmo energico che si vena di tenerezza inconsapevole, con i loro presuntuosi soprannomi ed il gergo rapido e ottuso da gioco crudele. Bravi tutti, per differenti talenti e motivi. Riccardo Ciccarelli è Nicolas Fiorillo da chiamato “Maraja”, e disegna con uno struggimento baldanzoso e di crudele incoscienza il suo percorso di piccolo capo intelligente e spregiudicato. Carlo Geltrude è “Dentino”, pronto a tutto e forse fragile nell’amore fraterno verso il giovane “Dumbo” di Luigi Bignone, de con loro Mariano Coletti è “Briatò”, Enrico Maria Pacini è “Dragò”, Simone Fiorillo è “Lollipop”, Vincenzo Antonucci è detto “Drone” e Giampiero De Concilio è Cristian Fiorillo. Insieme fanno copro e squadra che s’illude di essere esercito. Disarmati dalla vita si armano illudendosi di poter essere, per un poco almeno, potenti. La coca e il danaro mal guadagnato e non goduto fanno il resto stritolandoli in un meccanismo che li adopera e li distrugge.

 

Visto al Teatro Sanità di Napoli

 

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