Festival(s) — 28/08/2012 11:57

Cresce rigoglioso su “terreni creativi”, il festival di spettacoli in serra dei Kronoteatro di Albenga. Tre giorni di musica, parola, gesto, teatro e danza

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La creatività trova uno spazio nuovo, inedito e ricco di stimoli nei luoghi in cui la terra sa essere feconda” – si legge sul depliant – del festival Terreni Creativi. Spettacoli in Serra. Albenga 2012. E feconda è risultata l’esperienza di partecipare ad un piccolo, quanto vivace festival, che poteva chiamarsi  solo con il nome di Terreni Creativi,  giunto alla sua terza edizione, dimostrando di avere nel suo dna un carattere assai originale. Come l’immagine  sulla copertina del programma: un viso d’uomo ricoperto di manto erboso, muschio, alberelli piantati sulla testa. Nato per volontà (ma sarebbe meglio dire per il coraggio) di Maurizio Sguotti, insieme alla sua compagnia teatrale  Kronoteatro, formata da Tommaso Bianco, Alberto Costa, Vittorio Gerosa, Alex Nesti, Nicolò Puppo, Enzo Monteverde, Francesca Marsella, il festival dura solo tre giorni ma poggia su un terreno di idee ben radicate. E se c’erano delle perplessità nel volerlo fare, dopo aver ricevuto il monito da parte di un assessore che consigliava di “piantarla con sta cultura”, riferendosi alle richieste di finanziamento, consigliando in alternativa di optare per qualcosa di più ludico, il direttore artistico ha pensato bene di darci dentro con più entusiasmo e “seminare”- come avrebbe fatto un caparbio agricoltore con la sua terra – fiducioso di veder crescere rigogliosi i frutti, fino a ricavarne una messe abbondante, un raccolto proficuo. Le magliette verdi indossate dai giovani componenti della compagnia e dallo staff, altrettanto volenteroso nel prodigarsi, affinché tutto funzionasse nei migliori dei modi, riportava la fatidica scritta “e piantala sta cultura”, dove l’ironia a volte è più efficace di tante polemiche.

(Kronoteatro: Maurizio Sguotti, Tommaso Bianco, Nicolò Puppo, Gabriele Lupo, Alberto Costa, Vittorio Gerosa) 

Maurizio Sguotti non si è perso d’animo e ha coinvolto le realtà produttive delle aziende agricole locali, situate nell’entroterra di Albenga, dove sorgono serre dedite alla floricoltura e piante aromatiche, facendole diventare palcoscenici ideali nel dare vita ad un programma di spettacoli e ritrovi, conferenze sull’ambiente e sull’ecologia, come la “Moria delle api, moria di vita e di fertilità” o un connubio alquanto singolare tra “Le strade dell’arte e della comunicazione e “La creatività della mozzarella”. Cibo e natura, una conversazione con degustazione dal vivo del “Il vino si può mangiare”, seguito da mini corso di assaggi di vini. Qui cresce il Pigato e si sposa bene con i prodotti della cucina locale. E poi, naturalmente, la parte più prettamente artistica teatrale con tre spettacoli dove la presenza di César Brie offriva un valore aggiunto di per sé.

Il successo non si è fatto attendere, quello del pubblico sicuramente, vista l’affluenza che ogni sera aumentava sempre più fino a formare lunghe e costringere gli organizzatori a deludere chi non poteva più accolto. Segno tangibile di come sia intelligente fondere l’evento artistico con l’enogastronomia, l’educazione ad una alimentazione sana, e non ultimo, diffondere un pensiero ecologico ed etico nel rispetto di un ambiente fin troppo abusato. Riflessioni che si sposavano con il divertimento, l’allegria, l’ atmosfera festosa dove era possibile degustare specialità culinarie prodotte e cucinate a chilometro zero, ascoltare della buona musica dal vivo eseguita da impeccabili dj set, assistere a spettacoli declinati in diverse forme. Anticipati da un “terreno” di discussione a cui non ci si poteva facilmente sottrarre. Come nel caso della conversazione di Francesco Panella, presidente dell‘Unione Apicoltori Italiani, nel porre l’attenzione sulla moria delle api. Un apicoltore che citava “Il vuoto del potere ovvero l’articolo delle lucciole”, il celebre scritto di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera nel 1975.

Pasolini nella sua analisi critica sul potere politico, aveva spiegato (a uso di metafora) la scomparsa delle lucciole: ”Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più.” Se per Pasolini le lucciole sparivano a causa dell’uomo, Panella ha spiegato come le api stiano morendo a causa dei pesticidi. Stessa sorte per le farfalle a rischio di estinzione. L’inquinamento e le sostanze nocive sono la causa della moria di api ma i pesticidi sono anche la causa dell’insorgenza della malattia di Parkinson tra gli agricoltori. La scoperta è stata fatta nei laboratori francesi e da qui è stata emanata una legge in Francia che definisce il Parkinson come malattia professionale. L’Italia ha pensato bene di autorizzare l’uso di questi pesticidi fino al 2017 mentre le “api sono le ali della vita, sono un’agenzia ambientale perfetta. Portano ovunque i semi”, ha concluso Panella nella sua relazione ascoltata nell’Azienda Terra Alta. Due nazioni molto vicine quanto lontane in tema di difesa all’ecologia e alla salute dell’uomo. In ognuna delle tre sere del festival c’era anche spazio per la danza con Germinazioni: brevi creazioni di danza e movimento curate da Nicoletta Bernardini, danzatrice e coreografa, docente di danza contemporanea ed espressione corporea.

il video del primo giorno del festival  (di Nicolò Puppo)

A stemperare poi l’atmosfera ci ha pensato la musica di MA NU dj set e Paolo Parpaglione live sax from Bluebeaters/Africa Unite, con il compito di vivacizzare l’ambiente per dare poi spazio all’evento musicale e teatrale La solitudine dell’ape. Un ritmato e coinvolgente concerto per voce solista, dove il gruppo musicale Yo Yo Mundi accompagnava (non solo strumentalmente) l’esibizione di Andrea Pierdicca, un attore diplomatosi alla Scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova, presenza scenica di indubbio talento. La regia di Antonio Tancredi si avvaleva di una idea di Paolo Enrico Marchetti Maestri e della drammaturgia di Alessandro Hellmann, Andrea Pierdicca e dello stesso Tancredi. Un viaggio nella vita del chimico Justus Von Liebig collegata alle tecniche di coltivazione della terra che fornisce all’uomo il fabbisogno alimentare e al problema delle api sempre meno presenti negli alveari. Spettacolo godibile e allegro dove esecuzione musicale, recitazione e un disegno registico corale, sapeva intrattenere il pubblico ma con l’obbligo di comprendere quanto sia importante non sottovalutare gli effetti nocivi dell’uomo sul suo ambiente in cui vive.

 Il carisma di César Brie con il suo “120 chili di jazz”, in completo grigio e cravatta lilla, l’artista e oseremo dire anche un vero e sincero intellettuale,  nato in Argentina ma  arrivato in Italia giovanissimo facendosi conoscere insieme ala compagnia Comuna Baires, di cui è stato uno dei fondatori. Dopo aver lavorato con Danio Manfredini e all’Odin Teatret in qualità di autore, regista e attore, ha fondato in Bolivia il Teatro de los Andes. A causa del suo impegno culturale e sociale politico, portato a conoscenza nei teatri con spettacoli come Solo gli ingenui muoiono d’amore, Ubu in Bolivia, Fragile, sarà costretto a emigrare  anche in conseguenza del documentario “Humilliados y ofendidos” ispirato agli eventi politici e sociali di quel paese. Un documento critico su come veniva gestito il potere in Bolivia.

In 120 chili di jazz racconta la storia di Ciccio Méndez con una sua disarmante semplicità frutto di una padronanza della scena come pochi. Il suo eloquio deriva anche dalla passione per ciò che fa e in quello che crede, nei valori morali ed etici. È in grado di far ridere quanto commuovere, coinvolgendo il pubblico in esilaranti gag ma sempre frutto di studio meditato: servono a creare una sorta di empatia tra lui e lo spettatore per farlo sentire dentro la storia. Ciccio è innamorato di una donna di cui ha perso la testa che gli rapito il cuore. Si intrufola alla sua festa senza esserne invitato con espediente geniale. Si sostituisce in carne ed ossa al contrabbassista e al suo strumento e pur non sapendolo suonare, lo imita alla perfezione con la sua voce, capace di riprodurne alla perfezione tutti i suoni. La donna, nonostante subisca il fascino del suo singolare talento, non cede alle sue lusinghe amorose, ma Ciccio pensa bene di consolarsi comunque con il cibo, trangugiando degli enormi panini farciti, consolandosi così per ovviare alla sua solitudine. La morale della favola (perché sembra di ascoltare una favola) è quella di non cedere al pessimismo e alla rassegnazione, non abbattersi per la propria condizione invalidante.

Di vivere la propria condizione con serenità restando ancorato ad una forma di autostima, capace di farti uscire da esperienze anche negative e dolorose. E le battute del finale del suo applauditissimo monologo, facevano trasparire anche la condizione degli “indigeni sottoposti a pestaggi da parte della polizia in Bolivia, ai quali veniva impedito di esprimere le proprie opinioni”. Un fuori programma la visita privata di Pippo Delbono, arrivato ad assistere allo spettacolo di Brie: due artisti accomunati da una profonda amicizia.

Il video del secondo giorno del festival  (di Nicolò Puppo)

A seguire la musica solare dei MUS -Movimento Unico Sud di Marina Macrì Carbone e Gian Maria Simon, con le loro sonorità mediterranee rivisitate scomposte e ricomposte, capaci di dare l’impressione di provare la globalizzazione dell’arte e della cultura, un laboratorio non solo di sperimentazione e assistenza agricola come il Cersaa di Albenga, sede della seconda giornata del festival, ma anche di creatività dove la contaminazione di generi e stili, diversi tra di loro, contribuiva al successo e all’appagamento dei sensi. Non ultimo quello del palato e del gusto. A soddisfare i sensi più sofisticati ci pensavano le funamboliche imprese tra il circense e il teatro dell’assurdo dei Tony Clifton Circus con un Babbo Natale enorme posto all’entrata dell’Azienda Aeffe Floricoltura di Leca d’Albenga. Un benvenuto che prometteva di stupire e impressionare il pubblico, considerando il tema natalizio come  fuori luogo, visto  il calendario che segnava il 6 agosto.

Dentro il caldo aumentava a dismisura la percezione di essere di fronte a qualcosa tra il surreale e l’onirico da incubo dove si è consumata “La morte di Babbo Natale-Xmas Forever”, seduto su un trono d’oro e circondato da luminarie da luna park. Decorazioni natalizie fuoriuscite da due cassonetti dei rifiuti, posti ai lati della scena come altari pagani, a cui facevano compagnia due pupazzi renne in formato gigante. Una dissacrante parodia della società dei consumi che ti fa credere l’esistenza di un barbuto Babbo Natale, tanto buono da farsi migliaia di chilometri trainato dalle renne per portare regali ai bambini buoni. Non poteva mancare un attore travestito da renna a fare da spalla a Babbo Natale.

Ma cosa devono pensare i piccoli illusi, una volta scoperto che non esiste nessuno vestito di rosso con regolamentare pancia e barba bianca fluente? Un mito che crolla e mina ogni credenza alle favole. Il bambino entra di diritto nella sua fase adolescenziale perdendo l’innocenza. Ma anche Babbo Natale non è da meno: che fare quando viene meno la sua adesione benefica, il suo dovere morale nel portare gioia tra i piccoli infanti? E quando non è più Natale che fa uno come lui? Resta senza lavoro? Viene licenziato? Nicola Danesi de Luca, Iacopo Fulgi, Enzo Palazzoni, Werner Waas ( quest’ultimo nei panni del Babbo Natale), hanno dato vita ad una corrida in previsione della morte di Babbo Natale che decide di farla finita e di darci un taglio con il buonismo a buon mercato. Compare anche un pony per soddisfare una giovane che lo cavalca. Babbo Natale e la sua renna umana arrivano su un carrello elevatore. Tra lanci di coriandoli, fumo, fuoco, bagliori e fragori assordanti, il protagonista dalla voce roca e impastata a tratti assomigliante a quella di una che porta vesti immacolate e candide che di professione fa il papa, finisce sparato da un killer che le tenta tutte per non farsi acchiappare per poi scappare via  nudo tra il pubblico.

Tutto rigorosamente filmato in diretta da una televisione locale con tanto di inviato sul luogo del delitto. Ma il Babbo meno credibile di tutte le favole nordiche ritorna in scena e beve coca cola, sputandola sugli astanti che non sanno più se ridere o scappare e finisce dentro una bara di cristallo (presa a prestito dalla fiaba di Biancaneve). Dentro il suo sarcofago trasparente ci sono le palle colorate degli alberi di Natale. Finisce così, impietosa e sarcastica, l’anti favola dove vengono a galla tutte le ipocrisie e le contraddizioni di una società abbagliata dai luccichii e incapace di vedere una profonda crisi esistenziale. Il morale risaliva vertiginosamente tra balli e canti della migliore tradizione Balcanica e Klezmer con il gruppo Inconsueto Popolare formato da Sergio Ponsano, Simone Maggi, Bianca Barletta, Hans Bolte, Marco Traverso. Suggestive le immagini di Donato Sansone animatore e film maker diplomato al Dipartimento di Animazione del SNC-Centro Sperimentale di Cinematografia, autore dei corti di animazione proiettati durante le serate del festival.

Il video del terzo giorno del festival  (di Nicolò Puppo)

Il tutto ambientato in spazi dove pendevano ombrelli bianchi illuminati a testa in giù e montagnole di torba dove sbucano luci come tanti occhi luminosi nel buio della notte. E il palato si è potuto deliziare con assaggi di dolci a base di di mandorle e di Basilichito, una soave bevanda a base di basilico (poteva mancare in Liguria?) capaci di offrire il giusto ristoro a conclusione di tre intense giornate di cultura, di cui non ci si deve mai far bastare. Va piantata regolarmente. Si attende il raccolto della prossima edizione: la semina dei Kronoteatro è già in corso per la quarta edizione del 2013.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Festival Terreni Creativi Spettacoli in Serra visto dal 6 all’ 8 agosto 2012 ad Albenga

(crediti fotografici e video  di Nicolò Pupo)

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