recensioni — 26/06/2018 23:53

L’opera Curon / Graun: quando la storia ispira l’arte. Il prologo di Supercontinent²

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DRO – CENTRALE FIES (Trento) – A Curon, un piccolo paesino altoatesino sulle rive del Lago di Resia, un campanile svetta dalla superficie dell’acqua, la cui origine romanica affonda le radici alla metà del 1300 e nel periodo invernale quando l’acqua si ghiaccia, è possibile raggiungere a piedi. Quel campanile, che al primo colpo d’occhio sembra uno scherzo di natura, un’installazione turistica, tanto irreale appare alla ragione umana, è in realtà simbolo e monito di un episodio storico particolarmente doloroso. Più di un secolo fa nacque l’idea di riunire due laghi naturali della Val Venosta settentrionale: il lago di Resia e quello chiamato di Mezzo, in unico grande bacino idrico. Un progetto che vide alternarsi diverse fasi e tentativi di realizzazione, intersecando la grande storia del Novecento. Trascorsi molti anni tra corsi e ricorsi storici, a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, i lavori furono iniziati per poi subire più interruzioni, fino alla realizzazione di una grande diga nel 1950 che unificò i due bacini naturali, innalzando il livello dell’acqua di 22 metri fino a sommergere per sempre il paese di Curon; ricostruito intorno alle sponde della diga e sulla collina che sovrasta il bacino artificiale. Un progetto dettato dal grande balzo dell’industrializzazione, dalla crescente richiesta di energia elettrica e da una politica che considerava l’interesse nazionale superiore alle sacrificabili dinamiche locali.

 

Curon Curon/ Graun OHT foto di Roberta Segata

La ferita, socialmente parlando, non è ancora rimarginata: gli abitanti più anziani ricordano ancora il trauma collettivo e i più giovani rifiutano l’apologia di una tragedia che sentono ancora propria. Il campanile, periodicamente sottoposto a opere di ristrutturazione, resta a disposizione dello sguardo dei turisti per scenografici selfie dal pontile costruito tra lago e parcheggio. Da questo evento storico parte la riflessione artistica del collettivo OHT, una formazione mobile che si costituisce ex novo attorno a ogni singolo progetto, fondata nel 2008 da Filippo Andreatta. Una formazione da architetto e specializzazione in arti performative, Filippo Andreatta congiunge i mondi del teatro e dell’architettura in riflessioni in cui il senso dello spazio è dominante, a scapito della presenza umana. Lo spettacolo Curon/Graun, che ha debuttato al Teatro Sociale di Trento lo scorso 23 febbraio, ha vinto il bando Fringe OPER.A 20.21 della Fondazione Haydn e Teatro Comunale di Bolzano, e si configura come un’opera di teatro musicale su composizioni dell’estone Arvo Pärt. La narrazione, pur senza parole, priva di attori e drammaturgia, è composta da quattro blocchi giustapposti: i primi tre raccontano la vicenda storica da differenti punti di vista, nell’ultimo si vede la materializzazione della torre campanaria.

OHT Curon Graun foto Fpro.it

L’unica presenza umana in scena dove vengono proiettati anche dei video documentari, che si alternano agli occhi dello spettatore, sono i professori d’orchestra della Fondazione Haydn diretti da Stefano Ferrario, anche violino solista. Le prime tre sequenze sono accompagnate dalla tre differenti versioni della composizione “Fratres” – per quartetto d’archi; per archi e percussione, per violino, archi e percussione e violino solo – mentre per la sezione finale è stato scelto “Cantus in memory of Benjamin Britten”. La musica di Arvo Pärt entra in dialogo attivo con la drammaturgia scenico –visiva per raccontare una storia già nota; attraverso tre differenti punti di vista e celebrare, infine, il protagonista simbolico di questa storia. Il linguaggio musicale e scenico, in entrambi i casi modulare, strizza l’occhio da una parte alle proporzioni numeriche dei testi liturgici e dall’altra alle composizioni del Bauhaus, corrente artistica a cui Andreatta è particolarmente affezionato. La scenografia è di Paola Villani, (ex artista del gruppo Pathosformel) dedita per lunghi anni, grazie a questa esperienza, alla ricerca di un gesto scenico in grado di raccontare senza parole. Ancora una volta un dialogo tra opposti: la forma video si confronta non solo con una lunga sequenza di dati e date che ripercorrono la vicenda dal punto di vista storico, ma anche con la matericità viva dell’acqua rovesciata come fosse pioggia su un modellino del campanile e con la ripresa filmata della strada che costeggia il Lago di Resia, fino a far apparire il campanile stesso.

Curon Graun OHT Centrale Fies. Foto Roberta Segata

 

Un fabbricato che non rappresenta più se stesso, ma si fa catalizzatore di un portato multiforme di pensieri e sentimenti e solo nell’apparizione finale, concreta, della grandiosa ricostruzione iperrealistica, lo sguardo è ingannato da un tulle nero teso tra la scenografia e il pubblico, inducendo un continuo scivolamento tra reale/ricostruzione/video/miraggio di grande impatto emotivo. La forza dell’opera di Andreatta sta proprio in questo: nell’abbracciare concettualmente il “minimalismo sacro” di Pärt e dimostrare che il moto emozionale dell’anima può scaturire dalla pulizia formale e dall’equilibrio di silenzi e vuoti, sfuggendo alla pericolosa trappola della retorica. Un’opera originale e innovativa, ma allo stesso tempo in grado di scavare nel profondo dell’animo che muove l’uomo – il senso dell’appartenenza e del ricordo -e nella forza della memoria storica. Il lavoro ben si inserisce nella programmazione 2018 del Festival Drodesera, di cui ha costituito una originale anticipazione a più di un mese dall’inizio ufficiale, che per il secondo anno di fila decide di dedicare il focus alla relazione tra territorio e abitanti. «L’attenzione del festival, quest’anno come non mai, è riferita al territorio nel quale viviamo, e alle connessioni tra luogo e persone» – spiega la direttrice artistica Barbara Boninsegna – e Curon / Graun rappresenta uno splendido esempio di come la storia locale possa ispirare l’arte.

 

Il programma del Festival Centrale Fies Drodesera  Supercontinent² è pubblicato su www.centralefies.it

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