Recensioni — 25/03/2019 at 08:11

Bianca: momenti di ‘chaos’ che appartengono ad ogni essere umano

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RUMOR(S)CENA – BIANCA – TEATRO ALLA CORTE DI GIAROLA – COLLECCHIO – (Parma) – Nel mese di febbraio ha debuttato al Teatro alla Corte di Giarola di Collecchio (in provincia di Parma) lo spettacolo Bianca  nato dal connubio tra Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco. Un allestimento teatrale che ha eliminato ogni elemento sovra-strutturale per giungere all’essenzialità dell’espressione: corpi che si muovono e raccontano senza proferire parola, musica, anzi suono, che supporta la narrazione muta per definire l’immaginario. È col suono che inizia la rappresentazione dei ricordi a ritroso di Bianca, la sua catabasi: elemento sonoro destrutturato fino a diventare frequenza archetipa, capace di accogliere lo spettatore in uno spazio altro rispetto alla vita poco innanzi trascorsa, prima di varcare la soglia del teatro, un suono con capacità catartiche.
Agli occhi, sullo sfondo buio, si presenta una torre di sedie di legno chiaro su cui, in bilico stabile, si erge solitaria Bianca, immersa nei suoi ricordi, nostalgie, paure, sofferenze. Pochi minuti in cui la capacità recitativa della protagonista, Manuela Lo Sicco, si esprime appieno, così come in tutto lo spettacolo, attraverso la mimica del volto e del corpo. Il suo sguardo è sul niente, lontano dalla realtà, fino a ripiegarsi su se stessa. A terra, semicelati dall’oscurità, i grandi cassetti della memoria.

 


Quando da questa torre di Babele emotiva decide di scendere, ecco che inizia un racconto umanissimo il cui percorso narrativo risulta chiaro nonostante la scelta dell’autore sia non facile: la parola muta. Una scelta fatta non in primis, ma in itinere con la volontà di giungere ad una drammaturgia emotiva, privata dell’aspetto significante della parola, per lasciar spazio al significato espresso fino alla sua massima potenzialità, intersecato ed esaltato dalla ferrea ed equilibrata drammaturgia musicale di Giovanni Verga e Gianni Gebbia. Suono che sottende come elemento propulsore per far emergere ricordi, abbozzare riflessioni, sussurrare idee, bisbigliare nomi, gridare la rabbia, urlare il dolore. Per esaltare la riscoperta di sé.
In questo viaggio Bianca non è sola, ha due medium, che affiorano dai cassetti della memoria, un uomo (Filippo Farina) e una donna (Simona Malato) che dapprima estranei ed in apparenza appartenenti ad un mondo onirico angosciante (l’uso degli hoverboard spinge al massimo l’elemento straniante), l’aiutano a fare ordine nel caos della sua vita (i colori dell’abbigliamento nei diversi quadri sono legati alle emozioni). Momenti di ‘chaos’ che appartengono ad ogni essere umano, ad ogni donna, ad ogni Bianca, quando si arriva ‘ad un certo punto’, quando la vita costringe a fermarsi e a riflettere per rimettere in ordine il proprio universo personale.

Dal ‘chaos ‘in rielaborazione si genera un vuoto intermedio in cui non esistono lo spazio ed il tempo. Qui si muove Bianca. Da questo non-luogo (che cambia forsennatamente e allegoricamente con lo spostamento delle sedie il linea retta, in cerchio, in fila doppia prospicente), da questo non-tempo, scava e fa emergere ricordi che fungono da momenti di auto-analisi, operazione faticosa che ha momenti di pausa in cui Bianca culla, cura, metaforicamente una sfera bianco-perla. Poi ritorna l’affannarsi dei vizi emotivi, delle manie, della malinconia. Le luci entrano a far parte a pieno titolo della drammaturgia, insieme al suono.
Tutto torna e termina, in un solo attimo che vale come presa di coscienza, in una sola, l’unica, parola che ha senso e che dà senso all’essenza di ogni donna, la maternità: un video sullo sfondo ed immagini di una madre e di un bambino. Voci, risa, lallazioni allegre, suoni archetipi, che concedono a Bianca di ripartire. Non è stata una gestazione facile quella che ha condotto alla realizzazione di questo spettacolo ‘non-pop’: quattro anni di ricerca e studio, scrittura e riscrittura per sottrazione in cui gli autori si sono spesso interrogati se mantenere l’uso della parola e rendere più agevole allo spettatore la comprensione del significato dello spettacolo. L’impianto narrativo, nonostante la difficoltà iniziale del pubblico che può tendere ad associare erroneamente lo spettacolo al teatro-danza, appare chiaro, lineare dal punto di vista drammaturgico, così come in un’opera teatrale ‘classica’. La regia risente positivamente del coinvolgimento personale nella storia: si sa come raccontare perché si conosce profondamente la vicenda.

Visto il 2 febbraio al Teatro alla Corte di Giarola di Collecchio

 

 

 

Bianca, viaggio nel chaos per tornare a sè

Ideazione e regia: Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco.
In scena: Filippo Farina, Manuela Lo Sicco e Simona Malato
Drammaturgia musicale: Gianni Gebbia e Giovanni Verga
Scenografia: Cesare Inzerillo
Luci: Cristian Zucaro
Organizzazione: Roberta Gatti
In collaborazione con: TMO – Teatro Mediterraneo Occupato

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