recensioni — 24/10/2016 17:45

“Questi fantasmi!”: liberi di “credere l’incredibile” nel segno di De Filippo

Share

FOGGIA – Una corda con i panni disordinatamente stesi ad asciugare, aspettando un sole improbabile, attraversa la scena da parte a parte, sotto una fila di persiane chiuse. È la facciata del palazzo in cui Pasuqale Lojacono ha trovato alloggio. Buon prezzo d’affitto, ma con qualche clausola bizzarra. “Questi fantasmi!” di Eduardo De Filippo è capolavoro struggente ed ambiguo che lascia lo spettatore in dubbiosa scelta e pone, da sempre, a registi ed attori, interrogativi difficili da sciogliere. Forse sarebbe meglio dire che De Filippo, in questa come in altre sue importanti commedie, propone possibilità drammaticamente contrastanti, dalla cui scelta dipenderà il gioco della messa in scena, i pensieri che regoleranno gli attori, la risposta del pubblico.

Lo presenta quest’anno la Elledieffe, storica compagnia di Luca De Filippo la cui direzione, all’indomani della sua improvvisa scomparsa, è stata assunta da Carolina Rosi. Debutto al Teatro Umberto Giordano di Foggia, poi in tournée per i teatri d’Italia, alla Pergola di Firenze, al Carignano di Torino, al Bellini di Napoli. La regia è di Marco Tullio Giordana, i protagonisti sono: Gianfelice Imparato, Carolina Rosi, Massimo De Matteo. E con loro Nicola Di Pinto, Giovanni Allocca, Paola Fulciniti, Viola Forestiero, Gianni Cannavacciuolo, Andrea Cioffi. A raccontare quella storia tragicomica di amore malandato, di striminzite ambizioni, di povertà senza rimedio, ma soprattutto di illusioni confuse, mortificati incontri e speranze deluse. Si tratta di voler credere o medo che in una casa ci possano essere nascosti fantasmi benigni disposti a realizzare i nostri sogni. Da questa scelta ne deriveranno comportamenti e valori. “Questi fantasmi!” è una commedia celebre e molto rappresentata, in Italia e all’estero, amata per ritmo di scrittura incalzante ed alternarsi sapientissimo di pulsioni e possibilità comiche e drammatiche. Eduardo la scrisse nel 1945, la seconda, dopo “Napoli Milionaria”, a far parte della “Cantata dei giorni dispari” in cui De Filippo raccolse le sue commedie della maturità. Ispirata probabilmente ad un episodio vissuto da suo padre, Eduardo Scarpetta che raccontava che di giorni in ristrettezze economiche e di uno sfratto repentino che costrinse la sua famiglia ad andare in affitto in una casa molto grande ma offerta a poco prezzo in quanto si credeva fosse frequentata da quell’’impertinente fantasma che i napoletani chiamano il “monaciello”. Fin qui la cronaca leggendaria.

Carolina Rosi foto Fabio Lovino

Carolina Rosi foto Fabio Lovino

La realtà ci offre una commedia di straordinaria qualità, densa di colpi di scena, dalla scrittura ricca, profonda per disperazioni e illusioni dei personaggi, piena d’irresistibili spunti comici ed allo stesso tempo di struggimento. Con Pasquale Lojacono e la giovane moglie Maria giunti un mattino nella nuova casa, in un palazzo seicentesco con diciotto camere e sessantotto balconi. Affitto gratuito per cinque anni ma con il compito di sfatare la leggenda sulla presenza di spiriti nella casa. Lei non sa nulla, lui dovrà mostrare a tutti un’allegria che magari non sente nel cuore. C’è un portiere invadente e mariuolo, c’è una sua sorella scimunita, c’è un dirimpettaio, il Professor Santanna, che non si vede ma è sempre al balcone e con cui conviene mostrare sicurezza, e c’è Alfredo l’amante della moglie che sembra uno spirito che s’aggira per casa. O che forse conviene credere sia uno spirito. È lo spirito a lasciare i soldi con cui si potrà vivere più agiatamente? Pasquale Lojacono ci fa o ci è? Equivoci costruiti ad arte, ogni battuta può essere letta in un modo o nell’altro, può avere opposti significati, si presta ad ipotesi in contrasto feroce. E l’ultima, memorabile scena che scioglie l’”incantesimo” ci turba e ferisce nel cuore per verità che non vorremmo mai condividere o vivere.

Foto Stefano Fortunati

Foto Stefano Fortunati

Eduardo è maestro. E la sua Napoli ha i confini del mondo che sfuggono volentieri al colore. Per questo ci ha ferito quella stesa di panni disordinati Messi in scena da Gianni Carluccio, che certamente “fanno colore” ma che non incontreremo mai nei vicoli della città. Più giusti, e malinconici, gli ambienti della casa, nuda prima e poi rivestita di un modesto benessere per ritornare al terzo atto povera e grigia. Francesca Livia Sartori firma i costumi teneramente pretenziosi dello spettacolo. A Marco Tullio Giordana il compito d’orchestrare battute e sensazioni. Lo fa con pudore e rispetto, giocando i tempi dei contrasti e del dolore, della comicità e delle bugie, prediligendo però certe lentezze incantate che a volte sembrano frenare la storia che incalza. Sceglie di seguire il dettato eduardiano non scegliendo, lasciandoci liberi di credere anche l’incredibile. Ed il Pasquale Lojacono di Gianfelice Imparato lo segue esemplare e disperato, con le sue esitazioni e la proterva sicurezza bastarda che gl’impedisce di comprendere il tranello dei sensi e dei sentimenti. Bella prova d’attore, come lo è quella di Carolina Rosi disperata e inorridita al cospetto di quelli che crede miserabili inganni. Come quella di Massimo De Matteo costretto a vivere la sua storia d’amore spacciandosi per anima persa, inseguendo quelle inquiete della sua famiglia. Divertenti e inquietanti, certo. Va poi lodata anche la prova di Nicola Di Pinto, portiere incarognito e bugiardo, di Giovanni Allocca, di Gianni Cannavacciuolo; ma anche di tutta la compagnia che ha meritato il successo e gli applausi  della “prima” a Foggia,  premiati ad ogni replica.

 

Visto al Teatro Umberto Giordano di Foggia il 17 ottobre 2016

Share
Tags: