recensioni — 22/03/2016 22:20

La tecnologia che ci ha resi “perfetti sconosciuti”

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Potrebbe sembrare la classica commedia all’italiana un po’ maccheronica ma in realtà l’ultimo film di Paolo Genovese, “Perfetti sconosciuti”, non fa ridere. Si è vero, ci sono alcuni luoghi comuni dell’italianità dalle battute sul sesso a quelle sul calcio. Ed è vero anche che fino ad un certo punto del film si ride molto, questo è dovuto soprattutto alla comicità di Marco Giallini e di Valerio Mastandrea. Ma poi non si ride più, la tensione sale e il film che avevamo visto fino a quel momento diventa un altro per poi cambiare ancora nel finale che elimina ogni dubbio sulla banalità.
La storia è molto semplice: Eva e Rocco invitano alcune coppie di amici a cena. Soltanto uno di loro si presenta in solitaria perché la compagna Lucilla (che poi scopriremo essere Lucio) non sta bene. La cena si svolge secondo i canoni della commedia all’italiana con tonalità leggere e anche brillanti, finché Eva la padrona di casa non propone di fare un gioco. Il gioco consiste nel mettere sul tavolo il proprio cellulare condividendo tutti i contenuti, dalle foto alle chiamate, che arriveranno da  quel momento in poi. ” Il cellulare infatti è la nostra scatola nera e dentro ci abbiamo messo la nostra vita” – dice il personaggio interpretato da Kasia Smutniak.

Se per la cultura mediterranea il tavolo è associato al cibo e alla convivialità, in questo film diventa tavolo da gioco e poi banco del giudice. In più nell’immaginario collettivo gli italiani sono considerati un popolo estroverso, solare, in cui quindi la comunicazione non può e non deve essere un aspetto culturale latente. Invece il film mostra l’esatto contrario ed attribuisce la responsabilità dell’incomunicabilità alla tecnologia. I computer e gli smartphone sono stati pensati per abbattere le barriere e ridurre le distanze e permettere a persone che vivono in capo al mondo di comunicare. Va a finire però che la tecnologia tira su i muri anche quando le distanze sono minime e trasforma due persone sposate in perfetti sconosciuti.  Quante coppie si lascerebbero se uno dei due potesse avere accesso al cellulare dell’altro? Probabilmente tutte o quasi, è lo spunto da cui deriva tutto il filo narrativo del film. La tecnologia messa sul tavolo crea equivoci e scopre gli altarini (le foto porno e le relazioni virtuali), le paradossali fragilità (l’analista che vuole rifarsi le tette e il marito che va in analisi da un altro psicoterapeuta senza che lei lo sappia), i tradimenti dei tradimenti (la moglie del marito che crede di essere l’unica amante e invece è solo una delle tante), le manie ossessivo-compulsive (l’app per gli esercizi di ginnastica).

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Non siamo in un mondo futuribile come quello di Her di Spike Jonze in cui il protagonista Theodore interpretato molto bene da Joaquin Phoenix si innamora del proprio sistema operativo. Qui, ognuno dei personaggi ha una relazione con il proprio cellulare e con ciò che contiene, generalmente situazioni di comfort o alternative rispetto ad una vita di coppia insoddisfacente. Quando però il supporto tecnologico logico manca il muro di incomunicabilità dietro il quale ognuno aveva ricostruito un’esistenza accettabile oppure aveva dato sfogo ai propri tabù si sgretola. Per l’ambientazione in un interno e le dinamiche di gruppo il film ricorda molto Carnage di Roman Polanski.
Rispetto a Polanski c’è una teatralità meno esibita, perche della sceneggiatura non si percepisce tutta la forza drammaturgica.  In più mentre in Carnage la tensione sale fin da subito e l’interno è claustrofobico, in questo film la tensione cresce progressivamente fino a esplodere nel finale. Come in Carnage non manca il vomito, questa volta però c’è il garbo di non farlo sul tavolo.

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Il film è corale e la regia si concentra sulla mimica e sulle interazioni dal momento che la sceneggiatura è l’elemento forte, con continui botta e risposta e colpi di scena. Il pregio maggiore è di tirare fuori lo squallore della vita moderna, l’ipocrisia dietro una maschera ben indossata di finta amicizia ed amore. Favolosa è l’interpretazione di Alba Rohrwacher, che nel film è Bianca la moglie tradita, che appresa la verità torna ad essere quella che aveva smesso di essere a causa del matrimonio, una donna libera e ribelle che non ha bisogno di legami per essere felice. Il finale fa molto Sliding doors, perché mostra in sovrapposizione i due finali possibili nel caso in cui il gioco venga fatto o meno. Paradossalmente chi non vuole fare il gioco è Rocco, l’unico personaggio pulito della storia e che mente a fin di bene per far funzionare il matrimonio mentre la moglie se la fa (da tempo) con il suo migliore amico. Ed è lui che chiude il film con la terribile verità che riguarda le nostre esistenze. Siamo dipendenti dalla tecnologia, abbiamo messo la nostra vita nel cellulare. E’ sbagliato giocarci, perché poi se messi con le spalle al muro dobbiamo fare tutti outing, che non è dichiarare la propria omosessualità ma il fatto che siamo esseri frangibili.

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