Teatrorecensione — 19/01/2013 10:02

Warum Warum di Peter Brook e i mucchietti di seta rossa

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La ricerca esistenziale in Warum Warum di Peter Brook si dipana da un filo metaforico che identifica la ricerca artistica come una linea di tessuto con un punto di origine da rintracciare nelle pastoie di uno scontato sacro e un luogo finale, fagocitato dal corpo dell’attore. Questo spettacolo scritto e diretto da Brook con Marie-Hélène Estienne debutta in Italia nel 2008 alle Vie dei Festival di Modena e giunge in Sicilia solo nel 2013, in scena al Teatro Biondo di Palermo fino al 20 gennaio nella sua versione ridotta. Un rettangolo di luce conduce lo spettatore da una dimensione tipica da luci di servizio ad un retropalco fantasmagorico che genera un’eccentrica psichedelica visione del pensiero scenico. L’immobile grigio della scena viene illuminato dal suono di un hang a cui viene data voce da Francesco Agnello, che intrattiene sinestesia e  dialoghi con la performer Miriam Goldschmidt.

Agnello sembra percuotere delle corde attraverso il suono pizzicato di dita, sorprese a passeggiare sull’hang. Una pioggia di suoni genera tempeste di dolci inchini venendo fuori da una scatola metallica che cinge il grembo del musicista, quasi fosse un utero o un bambino da cullare con il prolungamento di una “mano” di donna. Energia e vitale ascolto accompagnano il gesto dell’attrice che tocca lo scrigno dell’idiofono e ne respira le note accompagnandole con carezze attraverso ampi ed esoterici gesti, con il corpo, dallo strumento al suo volto, al naso, ingerendo l’anima o il soffio animato di quella musica, così apparentemente tattile.

Il teatro è “conforto per uomini ebbri” e diviene infantile richiesta senza risposta che giunge da un creatore fanciullo che l’affida a un angelo rendendola l’incerto fluire di un’umana urgenza che deve però rimanere inappagata, perché il “perché” sussista e si rigeneri. La dimensione teatrale diviene sottile magma di respiri e incessante dispendio fonico di suoni vocali e ingoia per intero la duplicità della vita del “divo”. Un mucchietto di seta rossa legato al vuoto di un passaggio fittizio diviene metafora di vita simulata.L’Entrare e l’uscire di scena divengono metafore di vita e morte in un’ironica passeggiata a rotelle, con un sipario alla Magritte che è strumento di tortura. Artaud e Shakespeare divengono pretesto per la creazione di un gioco di marionette che sembra ritrarre la Goldschmidt come un gigante sulla scena, animando il suo corpicino di donna quasi fosse posseduto dal sacro demone che contamina il palcoscenico. L’unica arma in grado di preservare l’innocenza istrionica,  contro la distruzione del sogno e della fantasia, è rappresentata da un cono di luce sulla scena che illumina la domanda che è racchiusa nell’eternarsi di un sipario aperto.

Visto il 16 gennaio 2013 al Teatro Biondo di Palermo

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