recensioni — 18/09/2019 08:30

Tra un atto e l’altro, il viaggio di naviganti sul mare….

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RUMOR(S)CENA – TRA UN ATTO E L’ALTRO – CASTELMAGGIORE (Bologna) – Quarto progetto di comunione d’intenti per Tra un atto e l’altro, associazione fondata e diretta da Angela Malfitano e Francesca Mazza, intorno al quale il gruppo di attori Maurizio Cardillo, Fabrizio Croci, Oscar De Summa, Angela Malfitano, Marco Manchisi, Francesca Mazza, Gino Paccagnella e Bruno Stori, si è ritrovato per costruire una nuova drammaturgia e condividerne la regia. Un tema di riflessione – come già nel passato l’Associazione ha abituato il pubblico – il cui titolo poteva rimandare solo ad una lettura superficiale alle cronache politiche, giudiziarie e via social: il viaggio dei naviganti, quindi migranti per mezzo del mare. Tutto questo non è accaduto.
Con la raffinatezza che distingue le due signore del teatro italiano e la professionalità indiscussa del gruppo di attori Tra un atto e l’altro, è giunto certamente a far riflettere su motivazioni, paure e difficoltà di chi viaggia per mare, ma ha altresì allargato l’orizzonte di riflessione sull’umano e sul suo rapporto con l’acqua salata divoratore e culla materna, capace di generare inquietudini, consolare e pacificare l’anima, di cambiare colore a seconda dello sguardo di chi gli sta di fronte o lo attraversa.
Il viaggio ed il mare, dunque, elementi carichi di significati metaforici, che hanno affascinato filosofi, scrittori ed artisti, hanno condotto gli attori a costruire una scena diversa rispetto al passato: da itinerante, utilizzando del parco circostante Villa Salina, nei pressi di Bologna, lo spettacolo di quest’anno si è svolto sulla fissità di un palco.

 

Una realizzazione dello spazio scenico difficoltosa a causa del meteo incerto (come un viaggio in mare, appunto). Così tutto il progetto scenico, audio (costante ed avvolgente) e video pensato per la parte esterna della Villa, ha dovuto essere ricoverato all’interno della ben più piccola sala d’ingresso, perdendo, certo, alcune peculiarità quali l’ariosità, l’avviluppamento del pubblico (nella versione esterna il palco era stato realizzato a forma di prua di nave dove il pubblico era seduto al centro, come in coperta; nella versione forzata all’interno il palco è stato ridotto e reso prospicente il pubblico) come la sorpresa della prossemica tra gli attori durante le scene, ma, sicuramente acquistandone delle altre, come la vicinanza immediata con gli interpreti ed il conseguente godimento del mestiere di questi nella fisiognomica dei personaggi letterari portati in scena.

 

Personaggi letterari, appunto, tratti da testi non (tutti) nati per il teatro, rielaborati e resi fruibili in maniera magistrale, tanto da creare coesione senza soluzione di continuità, di cui la fissità, in un modo o nell’altro, ha beneficiato. Così si è assistito ad una drammaturgia che ha avuto lo stesso movimento, anche empatico, di un’onda che da piana si increspa, riposa per poi diventare terrifica divinità di fronte la quale l’uomo è impotente. Può solo scegliere con forza altrettanto sovrumana di sopravvivere. O soccombere. Gli spettatori, nuovi Odisseo, hanno potuto salpare su una scialuppa, essere aggrediti dalla paura del naufragio e, pacificato il mostro, salire sulla nave ascoltare i dialoghi di marinai, in pacifica deriva, attendere che cambi il vento e, con lo stesso mood, i discorsi durante una partita di volano immaginaria, sull’uomo, il suo rapporto distante con l’elemento che ha dato vita alle civiltà e le conseguenze emotive derivanti; e sorridere al cinico resoconto alla maniera di David Foster Wallace sull’assurdità dei viaggiatori da crociera, il pubblico stesso.

 

Poi la rottura della quiete marina e di climax emotivo ascendente hanno afferrato gli astanti, facendoli prendere la responsabilità di sentirsi, anche se per poco, profughi, rifugiati in un luogo che non li vuole e sprofondare in modo immaginifico, con un esperimento, nella sensazione dell’annegamento: l’acqua che entra nei polmoni che invade il corpo, come polvere, e diventa solida. Culminare con il resoconto interiore di chi, naufrago, su una zattera prova la follia e la disumanizzazione che coglie coloro che durante le notti sono sottomessi al mare. Uscendo di scena gli attori invocano ed esortano gli uomini, come Zarathustra, capaci di ragione e di volontà a riprendere ad assomigliare all’infinitezza del mare, come fa il filosofo col candido nocchiere Pulcinella che porta in porto il pubblico.

“È dolce, mentre la superficie del vasto mare è agitata dai venti, contemplare  da terra la gran fatica di altri”. Lucrezio

Visto il 5 e 7 settembre 2019

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