recensioni — 16/12/2017 22:09

Seduti ad un tavolo recitano”il teatro dentro il teatro”. Regia di Latini (Premio Ubu 2017)

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PRATO – Entriamo nel teatro Fabbrichino con una maschera settecentesca sul volto. Ad aspettarci, seduti alle due estremità di un tavolo, troviamo la marchesa de Merteuil ed il visconte de Valmont, usciti dall’opera Quartett (1980) di Heiner Müller. Ad aspettarci però non saranno i due personaggi in costume ma due supereroi, Wonderwoman e Superman, pronti ad intavolare una trattativa oppure una guerra e che, come noi, indosseranno la loro maschera prima di iniziare un estenuante gioco delle parti. Lo spettacolo diretto da Roberto Latini ( Miglior attore o performer premiato oggi a Milano con l’UBU per il suo “Cantico dei Cantici”, già  premio UBU nel 2014 come miglior attore italiano nel Il servitore di due padroni di Antonio Latella), in prima nazionale a Prato, riporta in scena uno dei testi più rappresentati di Heiner Müller, basato sul romanzo epistolare Les liasons dangereuses (1782) di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos. La drammaturgia telegrafica e spartana, che non racconta una storia con sequenza logica e cronologica, si rispecchia anche nella scenografia, costituita soltanto da un tavolo multifunzione che divide la scena e sul quale si svolgerà il duello verbale tra la marchesa ed il visconte. A pochi passi dalla scena ci siamo noi spettatori, con la nostra maschera sul volto, immersi nella finzione teatrale e portati ad essere complici e a parteggiare per l’uno o per l’altro personaggio oppure per nessuno di loro.  L’ambientazione è pop e post moderna, in generale siamo nel “qui” ed “ora” del teatro, perché non ci è dato sapere in quale luogo (un salotto, un bunker oppure un fumetto?) ed in quale tempo (il passato o un futuro futuristico?) ci troviamo. Di fronte a noi gli attori mettono in atto un gioco a specchio – sottinteso nella iniziale dichiarazione di guerra con le posate – e con il loro corpo e con la loro voce “danno forma” ad un flusso di coscienza fatto di parole, virtuosismi teatrali, onomatopee ben scandite al microfono, sguardi feroci ed intrecci amorosi.

foto di Duccio Burberi

 

 

 

Valentina Banci e Fulvio Cauteruccio interpretano a turno il ruolo della marchesa e del visconte, si scambiano la maschera e la parte del carnefice e delle due vittime, Madame de Tourvel e la vergine Cécile de Volanges, con l’effetto che lo sdoppiamento iniziale viene a sua volta amplificato, restituendo una realtà frammentata e “cubista” mai uguale a se stessa. Il gioco delle parti si svolge sul tavolo che si trasforma in palcoscenico, piedistallo, scivolo e bilancia su cui i due personaggi – attori, che sono stati amanti, si sfidano in un equilibrio precario ad annientare se stessi, la noia ed anche forse il tempo che scorre inesorabile ma destinato a rimanere eternamente uguale a se stesso.  La scelta registica è quella di affrontare la tematica letteraria del doppio allo specchio ma soprattutto di sviscerare il “teatro nel teatro”, ovvero il teatro che interpreta se stesso e parla di sé nella sua stessa dimensione, aspetto caro anche a Samuel Beckett e a Luigi Pirandello. Da un lato infatti gli attori sono consapevoli di recitare e dall’altro lato gli spettatori sono lo specchio in cui gli attori si identificano all’inizio della rappresentazione e finiscono di conseguenza per farne parte.

 

Valentina Banci e Fulvio Cauteruccio, foto di Duccio Burberi

La partita iniziale che si era svolta in un’alternanza di prevaricazione e vittimismo, desiderio carnale portato all’estremo, suddivisa in tanti round dai gong e dalle musiche di Gianluca Misiti  (premiato con l’UBU 2017 al Piccolo Teatro Melato per  il Miglior progetto sonoro o musiche originali) che moltiplicano la tensione, continua anche nell’ultima parte dello spettacolo, che ha un taglio cinematografico e riecheggia il duello familiare de La guerra dei Roses. “Recitare? che altro si può fare?” chiederà Valentina Banci a Fulvio Cauteruccio. Dismessi ormai i panni di Wonderwoman e di Superman, i due attori rientrano in scena vestiti in bianco e in nero per proseguire il loro rispettivo massacro. Il gioco del teatro però finisce però per continuare all’infinito e per divorare anche loro che ne erano stati gli artefici supereroi e che sono incapaci di salvare loro stessi e anche noi.

 

(crediti fotografici di Duccio Burberi)

Visto al teatro Fabbrichino di Prato il 3 dicembre 2017.

Quartett

di Heiner Müller
traduzione Saverio Vertone
regia Roberto Latini
musiche Gianluca Misiti
scena Luca Baldini
costumi Anna Maria Clemente
luci Roberto Innocenti
assistente alla regia PierGiuseppe Di Tanno
con Valentina Banci, Fulvio Cauteruccio
produzione Teatro Metastasio di Prato

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