recensioni — 15/09/2017 21:47

Tutto il mondo è un teatro tra guerre e pace

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CASTELMAGGIORE (Bologna) –Perché milioni di uomini cominciarono ad ammazzarsi a vicenda? Chi glielo ordinò? Si direbbe fosse chiaro a ciascuno che nessuno di loro ne avrebbe tratto alcun beneficio, ma anzi per tutti le cose sarebbero peggiorate. […] il numero infinito di queste spiegazioni e la loro convergenza dimostrano soltanto che le cause erano innumerevoli e che nessuna di esse può essere considerata la causa”.

Così Tolstoj abbandona in Guerra e pace la pretesa di spiegare le ragioni che portano l’uomo a combattere in guerra. Nessuna causa può quindi essere considerata realmente tale. Allo stesso modo lo spettacolo Guerre e Pace realizzato dall’Associazione “Tra un atto e l’altro” all’interno di un progetto che compie tre anni, non pretende di rispondere a quella domanda, ma semplicemente e terribilmente porre gli spettatori di fronte agli orrori che essa produce. Il tutto in un percorso letterario variegato e non scontato. “Tra un atto e l’altro”, nata nel 1999 per volontà di due attrici tra le più importanti nel panorama teatrale italiano, Francesca Mazza e Angela Malfitano, negli ultimi tre anni, appunto, ha realizzato performance itineranti grazie all’apporto di attori-autori nelle dimore storiche.

 

Il progetto coinvolge le amministrazioni del territorio: Guerre e Pace è stato realizzato con il sostegno di Città di Castel Maggiore, Unione Reno Galliera, Regione Emilia-Romagna e ATER. L’arte e il teatro con l’intento di creare ponti tra tradizione e contemporaneità, tra comunità e territorio, tra generazioni e generi. Un progetto che tende alla valorizzazione di una forma d’arte  e di pensiero necessaria. Gli spettacoli andati in scena (due repliche a serata) dal 31 agosto al 3 settembre raccontano l’essere umano tra le luci e le ombre della sua anima, tra aneliti di pace e armonia e conflitti interiori, in bilico perenne tra inevitabili e spesso volontarie sofferenze e desiderio di felicità. In bilico tra guerre e desiderio di pace. Il fil rouge che ha seguito gli spettacoli proposti è stato il grande romanzo storico dello scrittore russo che, tuttavia, nella volontà delle ideatrici, rimane mero spunto per una necessaria riflessione sia sulla grande Storia che sul suo svolgersi come sequenzialità di guerre che l’essere umano propone, impone, sopporta, supporta e di cui è allo stesso tempo vittima su più fronti. Guerre che ad oggi non tacciono seppur sottaciute.

 

L’Associazione ha messo in campo una squadra ben rodata composta non solo da Angela Malfitano e Francesca Mazza, ma anche da Maurizio Cardillo, Fabrizio Croci, Oscar De Summa e Gino Paccagnella. La solida esperienza degli attori , in alcuni inserti drammaturgici  anche autori,  in quanto hanno rielaborato in modo personale, senza far perdere la loro potenza comunicativa, testi scelti seguendo la propria sensibilità, che ha permesso di assistere ad un percorso tra letteratura, teatro e riflessione su questo male spesso definito banalmente necessario per difendere la civiltà, per una giusta causa.

Ad accogliere gli spettatori nel giardino di Villa Salina a Castel Maggiore (Bologna) il poema della guerra, l’Iliade, con il suo protagonista, Achille, nel suo sentimento d’ira profonda cui dà voce Angela Malfitano che declama i versi da una posizione plastica quasi a ricordare la Nike di Samotracia, ma di rosso vestita. Sullo sfondo il resto della compagnia, prospicente il pubblico, in ascolto delle dichiarazione di guerra imposta dal guerriero omerico: la sua ira ha vinto su qualsiasi atto di diplomazia, sulla ragione umana. Quindi due guide, in forma di  psicompo, hanno condotto, poi, gli spettatori alla successiva tappa di riflessione, alla prima ragionevolmente collegata: un brano tratto da Un profondo amore per la guerra di James Hillmann, interpretato da una Francesca Mazza in piedi su una tavola immacolata ed imbandita dei frutti della terra: mele, grano e fiori.

 

Urla e sottolinea le parole dello psicologo e saggista americano il quale dichiarava: “La guerra, appartiene alla nostra anima come verità archetipica del cosmo. E’ un’opera umana e un orrore inumano, e un amore che nessun altro amore è riuscito a vincere”. E’ proprio quest’opera a esplicitare una verità spietata e spiazzante: la guerra non è dis-umana, estranea all’uomo, ma, al contrario, suo elemento inscindibile e si caratterizza per la sua costanza nella storia dell’uomo e per la sua ubiquità sul pianeta. Alla fine ancora una volta la furia sarà padrona della scena e come la guerra è capace di buttare all’aria la normalità e la bellezza della vita così l’attrice calcia via i frutti della terra.

Nella vacanza della guerra, per riprendere Hillmann, la pace, la pacata e candida bellezza della normalità si inserisce la tensione, perciò non c’è nulla di pacato e candido in una città come Pietroburgo nel 1905 all’alba della rivoluzione, ma al tramonto del senso di civiltà. Tutto è fumo e distorsione della verità, un gioco al massacro psicologico, una guerra psicologica, come ha mostrato Paccagnella nel suo tesissimo brano tratto da Pietroburgo di Andrej Belyi, successiva tappa. La tensione di un interrogatorio pseudo-militare in cui uno dei personaggi, il “gatto”, Pavel Jakovlevic, è talmente vacuo da essere ridotto alla sola voce, mentre il “topo”, Nikolàj Apollònovic, è teso e misurato nelle parole e nei gesti, come chi vive la paura di essere accusati di una colpa mai esistita. Non ancora, nel caso specifico.

 

Quando si ha colpa nella guerra? Quando si comanda o quando si obbedisce? Quando vi si partecipa in totale ignoranza e inconsapevolezza, fino all’ingenuità come fa Ferdinand Bardamu-Maurizio Cardillo? Il brano tratto da Viaggio al termine della notte di Louise-Ferndinand Celine è ancora una voluta non-risposta nella tappa successiva e dal brano scelto dall’attore messinese, ma un’affermazione ancora una volta semplice e spiazzante: “La guerra […] era tutto quello che non si capiva.” Un posto dove l’imbecillità infernale (in entrambe le fazioni, ben inteso) prende vita e si trasforma, in maniera alternata, in una fuga di massa e in un assassinio di gruppo. Il tutto naturalmente condito dalla “caghetta dei soldati semplici“. Semplice, vero? Semplice e senza possibilità di errore di pensiero: “Dunque niente errori? – su domanda Bardamu- Quello spararsi addosso che si faceva, così, senza nemmeno vedersi, non era proibito! Quello faceva parte delle cose che si possono fare senza meritarsi una bella sgridata. Era perfino riconosciuto, incoraggiato senza dubbio da gente seria”!

Già, la gente seria, la gente al comando, i politici capaci di piegare facilmente il popolo al volere dei capi. Ancora una volta Hillmann viene in soccorso riprendendo le parole di Goring al processo di Norimberga: “E’ facile: basta dire alla gente che la nazione è sotto attacco e accusare i pacifisti”. In questo modo si giunge alla tappa successiva, quella della performance stroboscopica di Oscar de Summa che dà voce al Saint-Just di La morte di Danton di Georg Büchner. Con indosso una maschera da coniglio bianco, de Summa “fomenta” il pubblico come fece il giacobino durante il processo al suo compagno rivoluzionario Danton. Luci e musica accuratamente scelti ad evidenziare una performance trascinante e spiazzante, se si pensa e si pesano le parole di quel discorso: è l’invito a compiere ciò che è giusto per la rivoluzione, a seguire i principi politici e morali che l’avevano voluta, anche a costo di sacrificare una delle teste fino a poco tempo prima più amate. Perché è giusto così, è nella natura delle cose: “Altrettanto che una legge fisica, un’idea non deve poter annientare ciò che le si oppone? E in generale, un avvenimento che muti l’intera conformazione della natura morale, vale a dire dell’umanità, non deve poter passare attraverso il sangue?”

L’eccesso di politica finisce per sottomettere anche l’amicizia al delirio di modellare un mondo nuovo. In mezzo a questo crescendo di venti di guerra si pongono due momenti di pausa: uno tra Viaggio al termine della notte e La morte di Danton e l’altro subito dopo quest’ultimo. Nel primo è Angela Malfitano a estrapolare un delicatissimo brano proprio da Guerra e pace di Tolstoj sul tema della morte e della serenità, della pace, appunto, che essa produce ponendo fine alle sofferenze. Il secondo è tratto da Mattatoio n.5 di Kurt Vonnegut ed interpretato da Francesca Mazza. Seduta su un piano basso come a voler riportare una bella storia agli astanti, utilizzando il tono rassicurante di chi si accinge a raccontare la fiaba più bella ad un bambino. E lo è: la Storia vista a ritroso da Billy prima dell’arrivo del disco volante. Un piccolo, dolce e rigenerante momento di “vacanza di guerra”. Finito il quale si è condotti nell’incubo del vecchio Blister, interpretato da Fabrizio Croci. Nella cappella della villa, l’attore parmigiano seduto in un angolo, con gli abiti stracciati ed il viso tumefatto, rielabora il brano di Beppe Fenoglio de I ventitré giorni di Alba in un monologo, riportando brutalmente gli spettatori alle conseguenze della guerra e all’eccesso di politica di cui sopra. Non c’è pietà neanche tra i partigiani nei confronti del vecchio compagno d’armi accusato di ruberia e terrorismo ai danni degli abitanti di un cascinale. Nessuna pietà per chi, nonostante le valorose azioni del passato, rischia di contribuire negativamente all’opinione che la gente può avere di un gruppo che, seppur di difesa della libertà della patria, da alcuni era considerato terroristico. L’incredulità per la situazione e l’incomprensione piena delle sue azioni Blister-Croci lo rappresenta nella ripetizione della parola “teatro”, come se l’interrogatorio non fosse vero (il teatro è il luogo “dove tutto è finto ma niente è falso”, afferma Proietti) così come la punizione che lo aspetta: “È tutto teatro. Vogliono solo farmi prendere uno spavento e poi lasciano correre.”

 

Francesca Mazza

Croci, dal suo angolo, non si limita a portare in vita Blister, ma coinvolge in maniera discreta il pubblico tirandolo all’interno della storia stessa, all’interno di quella continua tensione, tale che gli spari alla fine fanno sobbalzare i cuori. Tutto ciò prima dell’ultima tappa letteraria: Nikolàj Apollònovic-Paccagnella si fa “esplodere” insieme al pubblico dando compiutezza alla sua storia.  Gli attori in modo alternato recitano stralci di discorsi sulla pace (Martin Luther King, Thomas Sankara, J.F. Kennedy, Rosa Luxemburg, Giovanna d’Arco) interrotti brutalmente ed in maniera indistinta con un colpo di pistola che azzera qualsiasi possibilità di una reale speranza che essa non sia, ancora una volta, un vuoto tra due guerre, ma un modo di vivere.

E’ superfluo, data l’esperienza e la portata degli artisti in scena, dare un giudizio più che positivo: affermare che ognuno è stato convincente, che ha rispettato i canoni, che ha saputo muoversi e intonare è davvero far loro torto.  Suggestive le luci che hanno sottolineato le scene. Quello che più ha coinvolto il pubblico  è stata la volontà di (im)porre una riflessione da parte del gruppo di Tra un atto e l’altro. Un’ ottima operazione  che solo la cultura può, riprendendo un’ultima volta Hillmann, “imbrigliare la potenza della guerra con un amore di pari forza”.

Guerre e pace

Ideato da Angela Malfitano e Francesca Mazza. Con Maurizio Cardillo, Fabrizio Croci, Oscar De Summa, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Gino Paccagnella. Suono Francesco Brini Luci Paolo Falasca Cura Claudia Manfredi

 

 

Progetto realizzato con  Citta di Castel Maggiore, Unione Reno Galliera, Regione Emilia Romagna, ATER

 

Visto a Villa Salina il 2 settembre 2017 Castelmaggiore (BO)

 

 

 

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