Festival(s) — 14/10/2013 20:05

Un festival che poggia su “Terreni Creativi” solidi e originali, dove cultura significa valorizzare le realtà del territorio di Albenga

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Non è un festival come tutti gli altri, è un’esperienza sensoriale in cui lasciarsi condurre per diventare partecipanti attivi. Un festival che poggia su “Terreni creativi”, un solido terreno che cresce anno dopo anno ad Albenga, la città ligure il cui nome prende origine da album “città capoluogo” e Ingaunum, la popolazione che nell’antichità risiedeva in quella che oggi è la fertile pianura alluvionale intensamente coltivata.

È su questa terra che sorgono le aziende agricole votate alla floricultura che nel mese di agosto, alcune di queste, ospitano il festival organizzato dalla compagnia Kronoteatro, una compagnia professionale che opera nell’ambito del teatro contemporaneo diretta da Maurizio SguottiTerreni Creativi si svolge ai primi giorni del mese di Agosto e il caldo si fa sentire e viene meno la voglia di chiudersi dentro. Non è così per questa manifestazione capace di attrarre centinaia di spettatori per ognuna delle tre serate in cui si svolge il festival. Tre giorni si dirà che sono pochi per considerarlo un evento alla pari di molti altri di durata maggiore, sparsi un po ovunque su tutta la penisola. Il festival ideato da Maurizio Sguotti definito a ragione “multidisciplinare” è stato pensato per promuovere e far conoscere una realtà socio economica produttiva qual’è la coltivazione di piante aromatiche per uso alimentare e piante , creando intorno una serie di iniziative culturali e artistiche dove ci sia spazio per il teatro, la musica, la danza e incontri con esperti nelle varie discipline scientifiche. L’idea di aggregazione sociale trova in questa manifestazione ligure – rispetto ai blasonati festival – il concetto ideale di fare cultura insieme e non solo per fruirne scegliendo di essere un partecipante passivo.

Il direttore artistico Maurizio Sguotti insieme al gruppo del Teatro Sotterraneo 

A Terreni Creativi non si assiste ad una mera rappresentazione teatrale che assolve il suo compito di intrattenere il pubblico dove i ruoli giocati si dividono tra l’attore sulla scena e lo spettatore seduto. L’originalità qui sta nel proporre eventi dove concorrono insieme vari fattori a determinare la partecipazione condivisa tra tutti. Lo spettacolo teatrale (l’edizione 2013 prevedeva Rubish Rabbit dei Tony Clifton Circus, i Teatro Sotterraneo con Homo Ridens, e La semplicità ingannata con Marta Cuscunà) veniva affiancato da una serie di eventi collaterali creati ad arte per dare un senso di vitalità e socialità che perdurava per ore fino a tarda notte.

L’originalità dei luoghi scelti come il Centro regionale di sperimentazione e assistenza agricola di Albenga, in cui ospitare le lezioni – conversazioni “Non leggete i libri, fateveli raccontare”, con un interprete d’eccezione qual’è Angelo Romagnoli. Lezioni accalorate e appassionate, tratte dalla penna di Luciano Bianciardi, uno dei giornalisti e scrittore tra i più significativi del panorama culturale italiano nel dopoguerra. Un attento osservatore dei costumi sociali capace di ribellarsi attraverso il suo acume intellettuale al sistema culturale a cui egli stesso apparteneva.

Romagnoli è attore noto e la sua interpretazione dei brani estratti dagli scritti di un autore che fu anche critico televisivo, diventa un monologo accalorato e pungente, facendo suo il messaggio che l’autore intendeva trasmettere alle nuove generazioni, scrivendo “ad uso dei giovani che decidano di diventare intellettuali”, dove lo stesso Bianciardi fa autocritica e mette in guardia i giovani delle nuove generazioni, grazie ai propri errori commessi. Li definisce “ quelli senza talento” e si dichiara pronto a “salvare i giovani mediocri da un’esistenza mediocre e avviarli alla scalata dell’Elicona” si pone anche l’interrogativo di cosa sia un intellettuale, confessando che “nessuno lo sa con precisione e infatti neanche noi abbiamo tentato di stabilirlo”.

Angelo Romagnoli 

Lo scrittore è pessimista a riguardo e non fa mistero di ammetterlo. “In un paese come il nostro, dove quasi tutti quelli che portano la cravatta vengono chiamati ‘ dottore’ , il titolo spetta d’ufficio al Nostro (il giovane, ndr) e tanto basta per l’opinione pubblica”. La sua disamina – che Romagnoli porta in scena per tre serate con sei “lezioni” complessive – non fa sconti a nessuno e la dice lunga su come questo attento osservatore dei costumi sociali italici, sapeva affrontare con una lucidità intellettuale (questa si veritiera e disarmante tanto era sincera e priva di ideologismi retorici), quando afferma che “la vera cultura si fa in provincia, lontani dalle grandi città, dove si formano cervelli e coscienze. Dove è possibile leggere e studiare”. A proposito di letture: “ Statistiche alla mano si sa che escono ogni anno in Italia dodicimila libri, il che fa una media di quaranta libri al giorno. Chi si butta nella lettura è destinato ad affogarvicisi e rischia l’indigestione”.

Senza trascurare anche le altre arti. “ Bisognerà non ignorare il teatro e il cinema, seguire la critica militante. Chi vuol darsi una formazione culturale ha dinnanzi a sé questa prospettiva: morire prima”. Parole che in Romagnoli trovano terreno fertile capace com’è di infervorarsi dando sfoggia di un eloquio fluente. Lezioni “non rivolte non soltanto ai giovani con ambizioni spropositate rispetto ai loro mezzi intellettuali, culturali e morali, ma anche alle vecchie lenze dell’impresa culturale”. L’attore attira l’attenzione con fare istrionico e cinico quel tanto da trasmettere al pubblico la sensazione che stia parlando a loro in prima persona. Come non riconoscersi negli italici vizi così sapientemente descritti da un precursore di una società alla deriva come quella italiana?

Tutt’altra atmosfera quella goliardica dei Tony Clifton Circus alle prese con una baraonda da circo equestre con il loro Rubish Rabbit dove tutto è lecito a scapito degli spettatori tra il divertito e l’impaurito per il rischio di vedersi arrivare addosso di tutto. Un gioco dove quello che viene creato sulla scena è destinato a distruggersi subito dopo. Clown scalmanati si divertono a “sporcare” con schiuma da barba, coriandoli, esplosioni di petardi che fanno volare ananas, Barbie sezionate. C’è una sottile vena perfida che scorre sotto l’apparente innocenza di Nicola Danesi de Luca, Iacopo Fulgi, Enzo Palazzoni, intenti ad esibirsi senza risparmiare nulla agli inermi spettatori. L’anarchia che permette di dare libero sfogo al gioco, al piacere di divertirsi come un antidoto a chi vive nell’apatia e nel conformismo. La libertà di andare sopra le righe e farsi un baffo delle convenzioni sociali dove ciò che non si può fare è superiore a quello consentito. Un genere di teatro apparentemente non sense dove amplificare attraverso una gestualità esasperata e ridondante quella che la vita dominata dal caos e dalla confusione.

Tony Clifton Circus

L’Homo Ridens del Teatro Sotterraneo visto ai suoi albori si dimostra maturo nell’aver affrontato un percorso di ricerca, consolidato dall’esperienza acquisita in scena nel corso delle repliche dopo il debutto avvenuto al festival Inequilibrio di Castiglioncello. La giusta dose di umorismo si sposa bene con la ricerca che Daniele Villa ha condotto sullo stimolo della risata indotto dalle emozioni che stanno alla base del comportamento umano. La risata liberatoria, quella capace di sdrammatizzare. Il meccanismo sta nella reiterazione del gesto fino a suscitare il riso tra il pubblico che sta al gioco e si diverte.

Marta Cuscunà La semplicità ingannata 

Marta Cuscunà nel suo monologo a più “voci” La semplicità ingannata cattura il folto pubblico del festival e riscuote un’ovazione alla fine del suo spettacolo. Teatro di narrazione che racconta una storia di suore poco inclini all’ubbidienza e al rispetto dei voti di clausura. Il successo le viene grazie alla sua capacità di tenere la scena con maestria e se pur il suo è un teatro rassicurante la bravura dell’attrice fa la differenza.

L’Orchestra Bailam 

Il teatro a Terreni Creativi è uno degli ingredienti sapientemente miscelati per creare un’atmosfera dove il piacere di stare insieme era dato anche dalle musiche dell’Orchestra Bailam con un repertorio basato sulla tradizione orientale a cui si univa anche la danza. Un repertorio in grado di eseguire brani musicali balcanici, gitani, yiddish. Danza del ventre e pubblico partecipe. Bailam il nome scelto da questa formazione ( composta da Franco Minelli, Edmondo Romano, Luciano Ventriglia, Luca Montagliani, Roberto Piga e Tommaso Rolando), a cui era difficile sottrarsi dall’invito di seguire il flusso della musica e lasciarsi trasportarsi dal “bailamme” , parola che in ligure sta a significare confusione, caos, ridda di voci, che si mescolano e danno vita ad un mix di piacere e divertimento.

Tra il cast scelto anche il Cabir trio con una selezione musicale tratta dalla tradizione popolare italiana e folcloristica regionale oltre che straniera. Musiche patrimonio di una cultura musicale centenaria che incontrava con altri suoni generati dal dj Ma Nu, sapientemente miscelati. Chi ha scelto di partecipare ad una delle tre serata del festival trovava così generi e stili diversi tra di loro in grado di soddisfare gusti personali appartenenti alla propria generazione. Poche sono gli eventi capaci di offrire una scelta cosi diversificata. Gli ambienti ospitanti abitualmente utilizzati per la coltivazione delle piante divenivano luoghi si creativi ma anche spazi dove l’arte entrava in gioco come partner interattivo.

Opera installazione di Luca Del Sordo 

Le opere dell’artista Luca Del Sordo, colorate , immaginifiche creavano una sorte di visione onirica suggestiva collocata in mezzo alle attrezzature tecnologiche degli impianti di coltivazione agricola. Gli inserti di Germinazioni, saggi di danza degli allievi del Laboratorio creativo curato da Nicoletta Bernardini completavano il programma artistico a cui seguiva uno dei momenti più graditi dal pubblico: la degustazione di specialità gastronomiche tipiche del territorio. Quelle che si possono definire materie prime a chilometro zero. Fare cultura significa anche far conoscere la cucina tipica del luogo dove si svolge una manifestazione artistica in cui l’artista è ospite mentre il cibo è padrone di casa. Come lo sono Maurizio Sguotti, Tommaso Bianco, Alberto Costa, Vittorio Gerosa, Alex Nesti, Nicolò Puppo. Creativi sul terreno dove vivono e coltivano un modo di fare teatro originale e divertente.

 Terreni Creativi Festival 4° edizione Albenga 5-7 Agosto 2013

 

 

 

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