Teatrorecensione — 13/05/2013 22:05

Una vita in comune per le Donne Al Parlamento di Pirrotta

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Cinque cubi rossi sulla scena sembra ondeggino al suono delle campane che intonano l’avvio della commedia di Aristofane Le Donne al Parlamento, diretta e interpretata nel ruolo di Blepiro da Vincenzo Pirrotta, per la terza in ordine di debutto, delle opere rappresentate in occasione del centesimo anniversario della Fondazione INDA a Siracusa. Pirrotta esegue una parabasi eccezionale inserendola opportunamente in un’opera in cui rivela il traduttore Andrea Capra: “La lingua è la rappresentazione sonora di quello che uno pensa, dunque abbiamo cercato di capire il modo e il linguaggio non solo nelle parole, nella traduzione, ma anche in un senso ritmico di ciò che succede sulla scena”. Prassagora è resa, sulla scena del teatro greco, da una straordinaria Anna Bonaiuto e di ritmo sono intrise le sue parole e sembra danzare sugli archi che incedono attraverso le sue parole, mentre dialoga con un lumino “vigile occhio” che “sui recessi delle cosce fiammeggia” e trama un piano per la festa della donna, ovvero che le donne occupino il parlamento di Atene, anche immaginario o forse attuale e simile alla situazione italiana, in cui riconosciamo alcuni riferimenti ben precisi come il citato Marinomontide o Maronide.

L’esilarante allestimento rende omaggio all’anniversario verdiano con una battuta sui generis in cui si commenta il costume di Blepiro, quando indossa una “mantellina verde come se gli avessero pisciato addosso un Va’ Pensiero”, sottolineata da un’evacuazione che vede a tempo sculettare il personaggio mentre metateatrali connotazioni lo rendono un “otturato cacacesso d’avanspettacolo”. La surreale lezione che coinvolge molti altri drammaturghi siciliani, rivela in Pirrotta ancora una volta la generosissima volontà, in tutto riuscita, di darsi completamente con energia al pubblico. Non possono mancare i riferimenti al cunto siciliano e a gesti da pupari di cui sono ricchi i lavori del regista e lo sproloquio di lodi per le donne fa saltare a tempo sulle battute come si fosse mossi da fili invisibili, come se si fosse una marionetta.

Le orchestrazioni legano le musiche di Luca Mauceri alle precise coreografie di donne affogate nelle maree di mariti; pertanto si rifiutano di sottostare alla legge della depilazione e divengono “più barbute di un filosofo”. Sferruzzare non va bene, non si fa, non bisogna mostrare neanche un’unghia ma fissare bene le finte barbe per mimetizzarsi tra gli uomini, altrimenti potrebbe giungere il temuto onorevole Piluniuru, nome che si rivela essere una contestualizzazione geografica dell’opera nel luogo in cui viene rappresentata, con un termine siciliano che indica il nero pelo superfluo, che dai tempi di Aristofane, a quanto pare, sembra tormenti ogni donna. I luoghi comuni ben tessuti ed equilibrati, generano il consenso del pubblico. Tra gli interpreti comici maschili Antonio Alveario/ Evasore/ Cittadino disonesto/ Ragazzo, con il suo costume da marinaretto obeso si rivela un eccellente caratterista, e mentre si avvertono note di canti mariani nell’invocare Afrodite, si preoccupa di “mettere le mani nella pasta comunitaria”, ma è tormentato dalla compagnia di qualche vecchia fidanzata di un visagista di salme.

Evocativi striscioni verdi illustrano la frase “Atene ladrona” mentre Prassagora istruisce le donne su come comportarsi e come parlare, invocando Zeus e non la divina Sant’Artemide, come farebbe un uomo, mentre in coro loro innalzano inni agitando a tempo le teste ed eleggendo la  Cancelliera che le rappresenterà al governo. Il coro delle donne indossa un costume che ritrae sul petto i simboli dei due sessi appaiati, quasi a significare che non debbano mai incontrarsi, bandiere rosse vengono issate, in una sorta di scultoreo inno futurista, srotolando quelli che poco prima erano stati finti membri perché le donne si calassero meglio nella parte degli uomini nella recita, dentro la recita per una vita in comune. I colori sulla scena sono promessa di speranza e mutano tristi veli o forse leggeri burqa in magnifici teli coloratissimi che generano danze gioiose, sulla scia di un albero della cuccagna impersonato da cinque donne, che mimano i cavalli agghindati di un tipico carretto siciliano. L’evocazione di riti priapici e duelli fallici su balli inconsueti e lirici duetti romantici lascia spazio anche a un’equilibrata riflessione sulla povertà e sulla violenza, celebrata da un grandioso circolare e commovente finale.

Visto il 13 maggio presso il Teatro greco di Siracusa, Stagione INDA 2013. Repliche al Teatro greco di Siracusa fino al 22 giugno

 

Le Donne al Parlamento di Aristofane

Traduzione Andrea Capra

Regia Vincenzo Pirrotta

Impianto scenico Maurizio Balò

Costumi Giuseppina Maurizi

Musiche Luca Mauceri

Movimenti/Assistente alla regia Alessandra Fazzino

Progetto audio Vincenzo Quadarella

Progetto luci Elvio Amaniera

Costumista assistente e responsabile sartoria Marcella Salvo

Direttore di scena Vincenzo Campailla

 

 

 

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