Festival(s) — 11/10/2012 at 22:44

La drammaturgia protagonista della scena è “Contemporanea” e riflette le esperienze per guardare a nuovi orizzonti

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Il Festival Contemporanea di Prato fa parte del programma TransARTE realizzato dall’Istituto Francese l’istituzione del Ministero degli Esteri che si occupa delle attività culturali francesi all’estero, un network che vede la presenza di altri festival italiani come il B.Motion di Bassano Opera Festival, Short Theatre, il Festival della Creazione contemporanea di Terni. Quattro realtà operanti sul territorio nazionale, unite da un unico comune denominatore: promuovere la sensibilità verso le arti contemporanee, inserite in una rete condivisa, con l’intento di condividere energie e risorse al fine di promuovere i nuovi linguaggi della scena contemporanea, e promuovere l’ibridazione tra i generi del teatro, della danza e delle arti visive. Favorire la mobilità e la circuitazione di artisti internazionali in Italia. Facilitare la collaborazione tra artisti di provenienze e ambiti diversi. Attivazione di relazioni tra tra i festival e gli istituti internazionali di cultura presenti in Italia. La possibilità concreta di attuare questo decalogo così impegnativo e ambizioso ma non impossibile, si è materializzata con la partecipazione di Philippe Quesne, Jonathan Capdevielle, Joris Lacoste e Giuseppe Chico. I Kinkaleri, Fanny&Alexander, Santasangre e nomi come Massimo Furlan e artiste internazionali del calibro di Lisbeth Gruwez, presenti nei programmi di ogni singolo festival. Si può considerare a tutti gli effetti la giusta soluzione la creazione di forme collaborative e gestionali delle risorse sempre più esigue che contraddistinguono le politiche culturali in Italia.

 

L’Origine del mondo/Ritratto di un interno  Lucia Calamaro

Prato con il suo collaudato Contemporanea Festival ha in Edoardo Donatini, un direttore artistico inserito nella programmazione del Teatro Mestastasio Stabile della Toscana, un attento osservatore dei mutamenti che determinano il pensiero creativo degli artisti. L’edizione 2012 appena conclusa, si è distinta per una caratterizzazione voluta dallo stesso Donatini: quella di una maggiore attenzione alla drammaturgia compiuta, (salvo debite eccezioni), dove la possibilità di espressione veniva sollecitata a progetti che avessero un esito definitivo. La riflessione su cui si è basato l’impegno programmatico e artistico è stata quella di sedimentare esperienze già realizzate (come gli Alveari non inseriti in questa edizione), e rivolgere uno sguardo attento e introspettivo verso quanto già archiviato. La conferma  la si è potuto constatare nelle scelte artistiche fatte, là dove le drammaturgie diventavano le assi portanti del festival stesso. Non una ricerca esasperata di novità inedite quanto, invece, la possibilità di portare in scena esperienze attuali, collaudate. Un prendere coscienza di quanto già stato fatto e da cui trarre una riflessione ponderata. La cultura della visione (e teatrale come è nel dna di questo festival) è anche quella di soffermarsi e di pensare.

Adishatz/Adieu Jonathan Capdevielle 

Vige oggi una cultura all’interno di una società liquida, dove tutto si consuma in un fagocitare da apparire come una necessità compulsiva. La scelta di circuitare in città e festival diversi, un nutrito numero di artisti senza dover ricorrere alla formula della prima assoluta, o peggio ancora alla presentazione di studi ancora in genesi e non compiuti (abitudine di molti festival a cui si stenta a credere se ne valga la pena, al fine di migliorare la qualità della formazione del  pubblico), è segno di una maturazione e consapevolezza che promuove Contemporanea di Prato a pieni voti. Philippe Quesne con L’effet Serge, Yan Du, Yan Duyvendak che presentava Self-service e My Name Is Neo, Jonathan Capdevielle, Lucia Calamaro e L’origine del mondo/Ritratto di un interno. Giuseppe Chico in Forecasting, Massimo Furlan scelto per You Can Speak, You Are An Animal, sono tra le scelte operate e conseguenziali alla visione e al pensiero stesso originatosi dalla riflessione pubblicata sul programma del festival dove Edoardo Donatini si confronta con il critico Massimo Marino.

 Giuseppe Chico Forecasting

La dice lunga il titolo scelto della conversazione/intervista:“Contemporanea 10 – condannati all’orizzonte”. Guardare avanti senza aver paura di ripensare al passato. La strada maestra è proiettata verso il domani ma se il presente e quello che è già trascorso, non viene sentito come un’eredità nella memoria individuale e collettiva, facendone patrimonio di tutti, il futuro rischia di impoverirsi e ripiegarsi su se stesso. Meritevole di essere ricordato, L’effet de Serge racconta con una semplicità disarmante e surreale, la vita di un uomo interpretato da Gaëtan Vourc’h, dove apparentemente sembra non accadere mai nulla. Impassibile ad ogni emozione spezza la monotonia del tempo che non scorre con azioni da rasentare la banalità. Accende la televisione, mangia, gioca con un’automobilina telecomandata. Invita gli amici ad assistere alle sue “invenzioni” a cui segue lo stupore o forse per meglio dire, il candore di chi le realizza e la reazione suscitata negli ospiti. Aleggia una metafisica atmosfera e quando Serge ritorna in scena vestito da improbabile astronauta sta raccontando un’altra favola a cui egli crede. O è una vita che noi non conosciamo?

L’effet Serge Philippe Quesne,

Le visioni di Sincronie di errori non prevedibili presentato dai Santasangre e Birth of Prey di Lisbeth Gruwez compongono l’esperienza diretta e fugace a cui dare un giudizio complessivo. Nel primo caso abbiamo un tentativo di smaterializzare scena e corpo/perfomer, nel voler creare una forma di comunicazione il più possibile prosciugata e sintetica. Un lavoro per sottrazione sostenuto da una ricerca minuziosa e capillare delle reazioni emotive – dettate solo ed esclusivamente dalle reazioni epidermiche – di un corpo messo a disposizione da Roberta Zanardo (sola in scena) e suscitate da una stimolazione sensoriale dettate da suono e luce. Una commistione tra effetto sonoro amplificato e saturante dello spazio e una proiezione che da luce si fonde in materiale plasmabile e impalpabile.

La ricerca dei Santasangre va in una direzione non di facile comprensione, quasi volesse suscitare più interrogativi che risposte esaustive, come per scombinare un ordine costituito e riportarlo ad un caos iniziale. La sensazione provata è quella di una ripetibilità del gesto fino al parossismo alla ricerca di una perfezione che forse non sarà mai possibile raggiungere. Una sfida alla natura e alla fisica dell’universo. Il gesto sincronico è la meta finale ma l’incompiutezza dell’uomo forse non lo permette? L’interrogativo è aperto e il risultato pare sia quello di rinunciare ad una spiegazione che offra una sua logica, per lasciare solo la possibilità di assistere, provare delle reazioni su di sé  (nel pubblico della replica vista ci si divideva tra approvazione e disapprovazione),  per lasciarle poi svanire subito dopo. Come quella luce passata alla penombra e lampi residui sfumati in un oblio dove la materia si annulla.

Sincronie di errori non prevedibili  Santasangre

Lisbeth Gruwez  Birth of Prey

Un’altra figura femminile il cui corpo diventa protagonista assoluto è quello di Lisbeth Gruwez già musa di Jan Fabre accompagnata dal suono live di Dave Schroyen e Maarten van Cauwenberghe. In questo assolo di danza interpretato fino allo spasmo muscolare più raffinato e minimalista, è chiaro fin dall’inizio l’intenzionalità della performer nel voler suscitare una reazione a cui nessuno può sottrarsi. Un corpo umano fagocitato come una preda catturata da un essere superiore, più forte di lui. Dice bene la nota di presentazione nel dichiarare come Birth of Preyosserva gli esercizi, i rituali e il linguaggio del corpo tra predatore e preda”. Il suo corpo si contorce e si annulla, si materializza e scompare. Le mani di uno scultore invisibile lo plasmano fino a farlo diventare essenza pura sospesa nello spazio. Per contrasto la musica e gli effetti sonori creano una densità materica utile a contenere la sua esibizione così rarefatta e capace di assumere pose animalesche, mutazioni genetiche virata dall’essere umano verso l’animale. C’è una spasmodicità incredibile nel lavoro della Gruwez alla quale va riconosciuto il merito di far risaltare una drammaturgia scenica sempre coerente e comprensibile. Un’intensità ed un’energia in grado di raggiungere ogni recondito anfratto emotivo, supportata dal canto di Lisbeth, un talento che la fa un’artista completa e carismatica come poche. Tra le creazioni per la scena contemporanea più suggestive viste nel 2012.

Festival Contemporanea Teatro Metastasio Stabile della Toscana , visto il 29 e  30 settembre 2012

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