recensioni — 09/03/2019 11:01

Un biker-performer sulla strada di Tempi Maturi

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RUMOR(S)CENA – TEMPI MATURI – TEATRO DELLE MOLINE – BOLOGNA – Sguardo di rarefatta inquietudine e due colpi di tosse. Vestito da ciclista, davanti a un’assiepata platea di spettatori, l’attore Emanuele Arrigazzi è da poco comparso sullo storico palco del minuto Teatro delle Moline. Al suo fianco ha una persona sulla quale, prima che lo abbandoni, si appoggia e fa leva per montare una bicicletta da gara che si mette subito a pedalare sopra una particolare pedana: una struttura ferma al suolo, cioè, costituita da una serie di rulli su cui le ruote del mezzo cominciano a girare, riproducendo il tipo di equilibrio oscillante che si ha durante un’autentica corsa ciclistica. Un attrezzo per l’allenamento dei professionisti, dunque, che col susseguirsi costante delle pedalate crea peraltro un sordo rollio sonoro che accompagna e ritma lo svolgersi dell’intreccio di pensieri e accadimenti di cui si fa narratore il biker-performer per quasi un’ora.
Il quale racconta della sua vita di attore dall’andamento assai ondivago e avara di mordente che rispecchia, d’altronde, la sua stessa ammaccata interiorità randagia: trafitta di debolezze e mancanze di carattere, oltre a tormentosi dubbi e irrisolte domande, accanto a resoconti di esperienze personali e d’amore dai tratti, invero, poco vincenti e semmai disagiati quando non luttuosi.

Per quanto vi sia qualche traguardo tagliato, insieme a percorsi di volenteroso orientamento e riscatto, nella rincorsa impervia a un proprio ubi consistam che – su un’ideale cronometrica esistenziale, correlata ad auspicabili mete da conseguire – faccia registrare finalmente degli equanimi Tempi Maturi. Questo il titolo dello spettacolo interpretato con densa nitidezza da Arrigazzi, che ne firma anche l’efficace regia valorizzando la stratificata e intensa drammaturgia di Allegra de Mandato grazie non solo alla sua resa recitativa, ma avvalendosi pure di un uso d’autore delle luci. Nella fattispecie è il light designer Fabrizio Visconti a concepirne e stilarne l’evocativo e ficcante disegno, ponendo ai lati e in alto un set di fari che inquadrano il protagonista in un’atmosfera intrisa di umori caleidoscopici: che dal bagliore di partenza, infatti, s’apre per esempio a torride istantanee di trasudante arancione, interferite da certi sprazzi frammisti d’impronte violacee e bagnati in freddezze di blu e verde.

Emanuele Arigazzi

Variazioni di temperatura che, del resto, restituiscono il clima di discontinuità emozionale del turbato personaggio, lungo le sue diverse curve di apprendimento fra gli intricati e spesso titubanti itinerari del suo esistere. I quali, inoltre, trovano a intervalli ciclici una sorta di proiezione fantastica sulle pareti laterali tramite una serie di ombre dell’attore – intento sempre a pedalare – animate da un suggestivo alternarsi stroboscopico, capace di dislocarle appena più avanti e più indietro rispetto alla pedana fissa su cui continua a rollare il velocipede. L’effetto cinetico così ricreato, rende vividi agli sguardi dello spettatore i viavai narrativi dell’interprete tra passato, presente e prossimo futuro, che riesce perciò a ben condurre l’immaginario dell’uditorio sulle rotte dei posti e delle persone ed esperienze che la sua storia, strada facendo, va a illuminare.
La scrittura della de Mandato, d’altro canto, offre un continuum di riflessive ma irrequiete parole, declinate in sequenze di mobile taglio cinematografico che ne concatenano in guisa ottimale la svariante episodica e problematica: cosicché un tal dinamismo di montaggio fa risaltare pure il tracciato sottopelle di complessa fibrillazione in itinere del protagonista, conferendogli un’organicità a tutto tondo di palpabile spessore.

 

Per cui, l’assorto Arrigazzi ha agio d’instillarvi congeniali venature di espressiva asperità, increspata di rabbiosa amarezza: che tuttavia stacca e lascia indietro a bruciare nell’aria, sull’onda continua delle sue pedalate; mentre le sfumature del suo dire flettono verso tonalità schiarite, sottolineate dai barbagli di tenue dolcezza che si colgono nei suoi occhi allorché si concede di alzare maggiormente la testa, rispetto all’inclinazione – perlopiù volta a terra – a cui è costretta dallo sforzo fisico contestuale di mantenere l’equilibrio della bici sulla base di rulli.
L’epica di un annoso cercarsi e raggiungersi fra i molteplici tragitti dello spazio, del tempo e del vivere, giunge allora al cospetto di prospettive in cui l’accettazione di sé è un prezioso e decisivo scatto in avanti, guidato dal brillio di un perdono che ci si può sempre dare con sincera levità comprensiva. Perché alfine, come rammentava lo studioso Jan Kott, attingendo all’opera La condizione umana di André Malraux: «Non importa quello che hanno fatto di noi, importa solo quel che noi abbiamo fatto di quel che hanno fatto di noi» e quindi, secondo analoghi termini, di quel che facciamo e altresì faremo. Nell’immensa volata di ciò che diviene e si diventa.

Tempi Maturi

di Allegra de Mandato.

Regia e interprete: Emanuele Arrigazzi. ; Luci: Fabrizio Visconti. Video e fotografie: Cecilia Brugnoli. , Graphic Design: Riccardo Guasco. Produzione: Casa degli alfieri.

Visto al Teatro delle Moline di Bologna, Teatro delle Moline il 12 febbraio 2019 

Repliche a Pavia al Cineteatro Volta il 14 marzo 2019; Milano, Spazio Tertulliano, 22-23 marzo 2019; poi in tournée.

bologna.emiliaromagnateatro.com

casadeglialfieri.it

cinemateatrovolta.comune.pv.it

spaziotertulliano.it

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