COSTUME E SOCIETA', Culture, Festival(s) — 06/06/2018 16:58

Al Festival Economia di Trento il Lavoro dell’Uomo e del Robot: quale futuro?

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TRENTO – Archiviata la tredicesima edizione del Festival dell’Economia di Trento: “Lavoro e Tecnologia” che ha visto la partecipazione di 218 tra relatori ed esperti, docenti universitari di fama internazionale per 104 eventi in programma. Un Festival seguito in tutto il mondo grazie alle dirette web (di queste 25 in lingua inglese), oltre 4 milioni di connessioni al sito, cinquantamila le connessioni alle dirette streaming. Tutti gli eventi sono stati pubblicizzati in tempo reale sui social e ben 146 le testate giornalistiche accreditate. Una città colorata d’arancione (il colore ufficiale del festival) in grado di creare un’atmosfera che si può respirare durante i grandi eventi culturali. Una conferma del successo lo attesta anche il numero di partecipanti e l’entusiasmo. Molte anche le presenze allo stand dell’associazione Andromeda dove era allestita la mostra Sorrisi dal Mondo in Piazza Cesare Battisti; disegnatori all’opera in diretta, vignette satiriche dedicate al tema scelto dal Festival provenienti da sessanta paesi, fumetti, laboratori e performance.Una piazza che cresce..verso la tecnologia che concilia” (Piazza Santa Maria Maggiore): iniziative culturali e laboratori dedicati alla tecnologia come metodologia per conciliare spazi tra vita e lavoro, coordinate dalla Fondazione Kessler. Lo spazio espositivo del Dolomiti Pride in programma sabato 9 giugno a OltrEconomia Festival. Lo stand dedicato ad Emergency. Proiezioni di film, concerti e stand gastronomici.

 

Il primo ospite illustre al Festival dell’Economia di Trento non poteva essere che un robot, comparso sul palcoscenico del Teatro Sociale dove Richard Freeman, economista americano, e docente ad Harvard, è stato invitato dal direttore scientifico del Festival Tito Boeri per parlare di “robot mania”. Creato dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova ,“ICub”, questo il suo nome, è un robot umanoide dalla forma e dimensione di un bambino in grado di vedere, riconoscere oggetti, rispondere a semplici comandi vocali e sollecitazioni. È la piattaforma per la ricerca sulla robotica più diffusa al mondo. «Cosa succederà quando le macchine lavoreranno e guadagneranno al posto degli uomini?» – ha esordito l’economista nel suo intervento – e questo già accade in molti settori dove hanno preso il sopravvento e con una certa velocità non prevista in origine, ma l’uomo possiede comunque una sua versatilità difficilmente superabile dalla tecnologia. Non esiste, per ora, un robot che possa superare l’uomo in tutte le funzioni che quest’ultimo svolge. «Quali saranno le professioni umane ad essere sostituite dai robot dipende più dall’evoluzione della tecnologia che dall’economia – ha spiegato Freeman – , ma gli economisti però devono interrogarsi su quali saranno gli impatti sociali di questa sostituzione. Gli esseri umani sono dotati di cervello e corpo e dispongono di una sensibilità nelle mani che non può essere sostituita da mani artificiali di un robot».

 

 

Tito Boeri e Richard Freeman

Freeman si è soffermato sul problema della distribuzione del reddito e sulla crescita delle disuguaglianze: «L’economia di mercato collegato al capitale è distribuito in modo molto diseguale più nella distribuzione che nel lavoro stesso. Il denaro viene accumulato da un numero molto ristretto di persone, definiti i “padroni delle macchine”. Una possibile soluzione potrebbe essere condividere almeno in parte i diritti di proprietà con i lavoratori. Il modello è dato dai fondi pensione negli Usa e dai fondi sovrani, che generano un effetto simile a quello del reddito di cittadinanza, garantendo a tutti i cittadini livelli di sostentamento adeguati.»

L’economista affronta i rischi e i benefici dell’avvento della tecnologia robotica e la sfida che si è venuta creare, parlando dei robot come una “minaccia per i lavoratori” e cita 18 studi recenti che «attestano la perdita di posti di lavoro a causa dell’introduzione del robot. In molti altri ambiti l’uomo non sarà sostituibile: il medico di famiglia non può essere sostituito da un robot, ma un supercomputer che ha accesso in maniera veloce a tutta la ricerca disponibile e sa come adoperarla potrebbe rappresentare una alternativa interessante per qualsiasi paziente».

Passa poi ad elencare casi dove le macchine hanno battuto l’uomo: il gioco degli scacchi quando Kasparov perse nel 1997, nel 2017 il gioco del go in Google con Aplha Zero, un algoritmo di intelligenza artificiale basato su tecniche di apprendimento automatico, sviluppato da Google DeepMind, il primo software capace di ottenere prestazioni sovrumane nel gioco del go. I robot che sono in grado di dirci cosa fare, i sistemi per il riconoscimento facciale anche se bisogna ammettere come i sistemi più avanzati siano specializzati solo in una cosa, mentre l’uomo, invece, ha il vantaggio della versatilità. Il vantaggio comparativo dato dall’uso delle macchine potrebbe spingere l’uomo verso mansioni sempre più residuali. E questo comporterebbe senza dubbio dei problemi sul piano del lavoro e della distribuzione del reddito. Già oggi l’introduzione dei robot può provocare cali di salari nelle aziende (anche se abbatte il costo dei beni prodotti). Forse la risposta in futuro verrà da un’ibridazione fra uomini e macchine, che consentirà di ottimizzare le capacità di entrambi. Freedman parla di chip impiantati nel cervello degli uomini che consentiranno di svolgere alcune mansioni come le macchine e viceversa, macchine che si umanizzeranno sempre di più. Potranno nascere anche nuovi posti di lavoro se verranno fatti nuovi investimenti nello studio e nella formazione del capitale umano. Freeman prevede che le professioni informatiche avranno sempre più sviluppo e si augura una maggiore equità nel gestire questo settore dell’economia.

 

Alan Kruger è uno studioso e docente alla Princeton University, in passato ha ricoperto anche il ruolo di consulente economico del presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama e membro del suo Gabinetto. Autore di pubblicazioni sui temi dell’economia, dell’istruzione, terrorismo e disoccupazione. “Tecnologia e il futuro del lavoro”: questo il titolo scelto per la relazione di Kruger (introdotto dal giornalista Marco Zatterin) che ha affermato come anche «in passato si siano verificate ondate di innovazione che hanno sconvolto il mondo del lavoro. Nel breve termine hanno creato delle possibilità nuove e nel lungo termine hanno cambiato la nostra vita. La quarta generazione di tecnologie, robot e intelligenza artificiale, non è diversa, e lo standard della qualità della vita umana ne ha usufruito impegnando meno risorse umane. L’intelligenza artificiale e le innovazioni non distruggeranno il lavoro, al contrario di quello che avevano predetto molti economisti in passato. Il vero rischio è invece l’aumento delle disuguaglianze, soprattutto per chi ha bassa specializzazione e bassa retribuzione. Gli economisti hanno predetto per decenni che la tecnologia avrebbe distrutto il lavoro ma si sbagliavano, visto che dal 1939 l’occupazione è aumentata del 500 per cento negli Stati Uniti».

 

Alan Kruger Marco Zatterin

Secondo Kruger il vero problema è rappresentato «dalle modificazioni che subirà il lavoro e non la sua scomparsa: la preoccupazione principale sul cambiamento tecnologico è l’aumento delle disuguaglianze soprattutto per i lavoratori meno qualificati. Produciamo di più in termini di ore di lavoro ma il livello dell’aumento è più basso rispetto al passato. Non dobbiamo avere paura perché la velocità del cambiamento tecnologico sta rallentando ed è accertato come anche la produttività non cresce così rapidamente come previsto. Siamo di fronte ad una scelta: cercare di fermare il progresso o prepararci per accoglierlo. Io voto questa seconda opzione, quella che migliora i lavori del futuro, investendo in educazione, ampliando la protezione sociale, aiutando i lavoratori disoccupati ad ottenere un nuovo posto e prevedendo integrazioni al reddito per i più anziani».

 

 


Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una polarizzazione dell’impiego: sono cresciuti soprattutto i lavori poco qualificati o quelli molto qualificati, mentre c’è stata una contrazione di quelli che contemplano abilità medie. Il progresso tecnologico porta con sé nuovi problemi distributivi che i nostri sistemi di protezione sociale non sembrano ancora in grado di gestire. L’impatto del progresso tecnologico sulla distribuzione del reddito dipenderà in gran parte anche da come sarà distribuita fra la popolazione la proprietà dei robot. Una sfida che la formazione, istruzione, università e ricerca scientifica e tecnologica sono chiamate a rispondere per comprenderne gli aspetti economici, sociali, giuridici, etici; fornendo alle future generazioni strumenti che permettano loro di affrontare il nuovo mondo delle professioni. Alcune indicazioni emerse durante il Festival dedicato a Lavoro e Tecnologia: La formazione tecnica unita a quella magistrale risulta propedeutica per sviluppare prodotti e servizi italiani (un esempio: l’automa Icub dell’Istituto utaliano di Tecnologia di Genova). Prevedibile la contrazione dei redditi delle professioni attualmente appannaggio della “classe media”. Con lo sviluppo italiano auto-apprendente sono destinate a venir affiancate-sostituite. La corrente positiva (DemUSA Alan Krueger, Branko Milanovic) con sfumature diverse sulla distribuzione disuguale di reddito-capitale, ritiene positiva e da favorire l’estensione del mercato imprese italiano e servizi collegati (vedi Uber-taxi, errato bloccarne sviluppo). Capacitarsi che riducendosi la tutela e remunerazione del lavoro bisogna puntare su formazione e adattabilità, sostenendo solo il reddito degli esclusi. L’applicazione risulta bocciata dai recenti risultati elettorali USA, Unione Europa e Italia. La corrente sociale (Richard Freeman, Eugeny Morozov), favorisce e auspica la progressiva introduzione tecnologica e sostituzione lavoro umano, mirando a tassare/socializzare la proprietà dei robot italiani e delle informazioni raccolte agli utenti. Modelli riferimento tassazione “materie prime” Alaska, Norvegia, dove la rendita sociale della produzione – vendita, viene distribuita come reddito/servizi pubblici erogati ai cittadini. È necessario introdurre una normativa su informazione – diritti proprietà e fiscale italiano. Lo scenario preoccupato (Robert Allen), storicamente dimostrato che l’innovazione tecnologica è correlata con il costo del Capitale e Lavoro. Quando il costo Lavoro sale e invece il prestito di Capitale conveniente si investe in tecnologia, come durante la rivoluzione industriale in Gran Bretagna, 1800 con le innovazioni arrivate a pioggia. Occidente si trova ad avere dal 1500 il monopolio dell’innovazione anche se rischia, con l’esternalizzazione della produzione in Asia, di venire superato. L’impoverimento classi medie occidentali (artigiani inglesi erano solo il 35 per cento forza lavoro sostituita dai telai meccanici) e la questione ambientale sono fenomeni nuovi, finora mai affrontati.

(Maurizio Prescianotto)

 


L’avvento dei social media ha cambiato radicalmente il mondo dell’informazione. I giornali tradizionali fanno sempre più fatica a competere con i giganti del web, da Google a facebook.  Se ne è discusso al Festival nella tavola rotonda “Il giornalismo al tempo dei social media” con i giornalisti Massimo Gaggi (Corriere della Sera), Gerardo Greco (Direttore del giornaleradio RAI e Radio 1), Vittorio Meloni (esperto di comunicazione), Giuseppe Smorto (vicedirettore de La Repubblica), Michele Polo (docente di economia politica Università Bocconi Milano).

 

Massimo Gaggi nell’introdurre l’argomento ha ricordato come «i media tradizionali hanno subito una grave crisi causata dall’informazione digitale, responsabili di aver prodotto un’informazione senza che questa venisse controllata e di conseguenza è mancata la responsabilità di quanto pubblicato. La pubblicità nel passaggio da carta a digitale è stata sottratta e inglobata da Google e Facebook.»

Michele Polo nel suo intervento ha focalizzato l’attenzione su come vengono recepite le notizie al giorno d’oggi che vengono apprese da «una pluralità di fonti informative e l’insorgenza di una distorsione percettiva del mondo del web che ha prodotto di fatto un’involuzione del mondo dell’informazione da cui deriva una diseguaglianza informativa. La televisione è lo strumento principale nel diffondere informazioni – evidenziando l’esistenza di una correlazione tra disuguaglianza di reddito e disuguaglianza informativa – e una quota di elettorato viene raggiunta da pochi media e quindi è più facilmente manipolabile. Luogo della tribalizzazione dell’opinione pubblica e l’avvento dei social network ha cambiato l’informazione».

Gerardo Greco ha testimoniato che il 55 per cento dell’opinione pubblica apprende le notizie ogni mattina dagli algoritmi. «Siamo lettori incasellati. Aumenta l’appartenenza tribale e facciamo fatica a confrontarci con le opinioni contrarie alle nostre».

Giuseppe Smorto ha colto un aspetto fondamentale del problema: «Fornire le notizie gratuitamente sui siti dei giornali quotidiani è stato un errore perché il giornalismo non deve essere considerato un servizio gratuito. Gli editori hanno commesso un errore. Noi siamo in ritardo rispetto a quello che accade in America dove l’informazione digitale a pagamento è una realtà consolidata. Il New York Times, ad esempio, ha due milioni di abbonati digitali. I responsabili dell’area news di Facebook e Google sono ingegneri o esperti di marketing e la loro mission è quella di fare traffico, odience e guadagnare. Un’altra cosa rispetto alla comunicazione giornalistica. Non dobbiamo trascurare l’utilità sociale di preservare un’informazione di qualità. Esistono nuove forme di giornalismo e non sono a rischio i giornali ma un certo modo di leggere.

 

Massimo Gaggi Vittorio Meloni Gerardo Greco Giuseppe Smorto Michele Polo –  foto Corrado Poli

 

 

 

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