recensioni — 04/02/2017 at 14:32

Coriolano, o del dar battaglia

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REGGIO EMILIA – Per i ragazzi del Centro Teatrale MaMiMò di Reggio Emilia, il 2016 si è chiuso con una prima nazionale. Lo spettacolo Coriolano – testo tra i meno rappresentati di William Shakespeare – è andato così in scena a ridosso del Natale scorso per l’adattamento e la regia di Marco Plini, con Marco Maccieri a impersonare il rude protagonista eponimo. Una produzione che, di certo, sarà riproposta lungo l’anno nuovo appena iniziato (per esempio, il prossimo 12 febbraio a Panicale, provincia di Perugia) in virtù, nondimeno, dello slancio infertole dalla folta partecipazione di pubblico che l’ha applaudita per cinque recite, all’interno della stagione di prosa della Fondazione I Teatri della città emiliana.

In determinati frangenti, del resto, la messinscena indiziata riserva un ruolo d’importante valenza alla platea di spettatori: ne prevede, infatti, l’attivo coinvolgimento dando pensieri e parole a taluni di loro. Si tratti di affibbiargli battute, dette da una serie di voice over corrispondenti, attraverso inquadrature video in primo piano riportate in diretta sul fondale del palco; oppure di fornirgli congrui bigliettini da leggersi ad alta voce lì, sul momento, mentre avviene un aperto dibattito col protagonista; del quale, poco oltre, dovranno pure decidere il destino, votandone il corso secondo l’aut aut dettato da un’altra voce fuoricampo. «Esperimenti di democrazia diretta», si definiscono, in cui l’uditorio raffigura lo stuolo di popolani immaginati da Shakespeare nell’agone di un’antica Roma repubblicana, alle prese con un difficile assestamento dei suoi istituti democratici e sotto il tiro di mire espansive da parte di nemici vicini.

 

(Maccieri e Cattani) @Nicolò degl’Incerti Tocci

Il militare Coriolano, alias Caio Marzio, spicca per le sue doti d’invincibile condottiero in battaglia: viva effigie d’uomo forte della repubblica, di cui è vanto e bandiera soprattutto per i patrizi dominanti il senato (tra cui il «nobile» Menenio di faceta diplomazia interpretato da Luca Cattani e il comandante Cominio delineato da Marco Merzi) che ne celebrano la patriottica generosità sui generis. Ma costui è anche uno sprezzante oligarca che avversa, con ferocia aristocratica e dura, le istanze dei popolani. I quali scontano un tremendo dislivello rispetto alle classi più elevate, stentando nelle ristrettezze e smaniando per ottenere maggiore rappresentanza politica, frattanto assicurata dai tribuni Bruto e Sicinio (ritratti con perentorietà da Giusto Cucchiarini e Cecilia Di Donato). I rimandi all’oggi del secentesco testo, insomma, ci sono laddove s’evocano – tra le altre – grosse criticità e disuguaglianze nella distribuzione delle ricchezze e nel seno medesimo di sistemi politico-governativi incapaci, pertanto, di affrontarle con strumenti condivisi di adeguato ed equanime contenuto comunitario.

 

(Cattani, Merzi, Maccieri, Perdonò) @Nicolò Degl’Incerti Tocci

La recitazione degli attori rifrange simile atmosfera problematica, esasperata e di ribollente esacerbazione. Gli attori declinano, in genere, diverse linee espressive abbastanza caricate, considerando altresì l’amplificazione recata talvolta dall’uso di microfoni. E pure le musiche che le lambiscono si piegano su corrugati versanti synth ed elettronici, techno e da assordante discoteca, con stroboscopie fluorescenti o vampe che evidenziano movenze e corpi nel buio. Le luci stesse, d’altronde (create da Fabio Bozzetta), svariano sul biancorosso quadrato scenico da incupite penombre a tonalità virate sul giallo o su coloriture più accese, sino ad accentuati baleni o alla piena illuminazione pertinente l’intera sala, specie quando vi sono i momenti d’interazione fra interpreti e spettatori. Due poli, questi ultimi, tra cui s’agita ed è stretto il personaggio principale al quale Maccieri conferisce accenti di cedevole sensibilità e insicurezza, intagliati in un fare concitato che spesso si enuclea in nervosi gesticolar di mani e divagazioni per la scena con, addirittura, pianti ventre a terra e qualche leggero impappinamento. Aspetti che, in effetti, smontano ed eliminano l’aura alquanto d’un pezzo addossata su Caio Marzio nel dramma originale: dove la sua salda alterigia sprezzante, tuttavia, si stempera – pur senza spegnersi – al cospetto della figura materna di Volumnia (una Valeria Perdonò d’avida fierezza gridante, dapprima; di toni e pose opposti, infine), verso cui è chiaramente succube. Sennonché, nel lavoro diretto da Plini, tale implicazione resta parecchio nelle retrovie; così come quella correlata che, nella madre, vede un’altra faccia delle istituzioni di potere. Le quali, si chiamino ‘patria’, ‘stato’ o appunto ‘famiglia’ e affini, torcono alle proprie opportunistiche esigenze di controllo e condotta le quiddità animanti l’unicità identitaria di un libero individuo. Per cui, la traiettoria di un siffatto snaturamento spersonalizzante non si scorge granché, anzi: né nel tragico protagonista né nella messinscena, benché potesse creare crateri e faglie generanti superiore spessore e volume emotivo rispetto a un discorso che, nella fattispecie, punta piuttosto a testare una dialettica tra sala e palco (comunità presente, ossia, ed emissari dell’immaginario tesi a sondare la logica di particolari prerogative e tematiche). Si parli, ad esempio, di giusto «esilio» o equa «morte» dell’eroe, poco prima auspicato console; altrimenti di governo retto da pochi ed esperti – presunti capaci – oppure da tutte le fasce sociali e sorte, col rischio d’includervi soggetti inabili.

 

(Maccieri a terra, Di Donato, Cattani, Cucchiarini, Merzi) @Nicolò Degl’Incerti Tocci

Una prevalente duplicità, dunque, giostrata su quesiti, snodi e metafore della pièce che vorrebbero riverberare spinose e contraddittorie dinamiche del nostro odierno dibattito su prassi e sviluppi della democrazia. Ne consegue però, come s’è esemplificato scrivendo di Volumnia e suo figlio, una sorta di limitante riduzione delle plurime complessità insite nella vicenda rappresentata, con una perdita di incisività a diversi livelli. L’andamento scenico, difatti, sconta ulteriormente la scelta di adattare vari passaggi, scene e dettagli della tragedia scespiriana, condensandoli sottoforma di fulminee indicazioni descrittive e/o d’allusiva narrazione: restituite nel rapido alveo di certe battute del copione e lavorando d’ellissi, nonché usando filmati – con funzioni di raccordo e simbolico rinvio – riprodotti sullo schermo di fondo.

 

Coriolano (Maccieri) @Nicolò Degl’Incerti Tocci

L’insieme ne guadagna di sicuro in sveltezza drammaturgica, a scapito tuttavia di possibili stratificazioni d’indagine critica e di conseguente scoperta emozionale. Lo spettacolo cioè, alla fine, non si dà quel tanto di margine e tempo utili a scavare e slargare meglio un viluppo di temi politici e civili, pregni di concreti riflessi sulla sfera personale di ognuno di noi. Appaiono, sì, toccati e anche sentiti: ma non dragati, sviluppati ed esplorati in una loro densa ampiezza e mobile profondità. Ricorrendo a un maggior respiro drammatico e a meno effettismi, caratterizzando con più venature e tratti certuni personaggi cardine e le loro vicendevoli relazioni, si sarebbero potuti accrescere elementi di pulsante e riflessiva interiorità. I quali avrebbero apportato tagli e angolature d’approfondimento, sfaccettature e dirompenze di senso e d’emozione al complesso di problemi posti in gioco, col risultato di aumentarne la portata penetrativa e d’incidenza nella psiche e nell’animo dello spettatore: scardinandone e smuovendone maggiormente, così, eventuali partiti presi e facili convincimenti circa tal nodo di questioni, su cui peraltro s’è cercata la sua interattiva cooperazione.

Gli applausi finali del pubblico alla messinscena sembrerebbero dissentire dai rilievi appena fatti. Eppure, oltre la coltre di battimani gratificanti (e magari, perciò, pure rassicuranti), urge aprire nette brecce e indocili crepe – ed è questo che fa il mio brano – ove poter sondare con vigore le vertigini dell’attuale divenire: assediato sempre più dall’avanzata stringente e pervasiva di divisive tecnocrazie e neo-potentati antiumanitari a cui, invece di piegarsi, occorre dar battaglia.

Coriolano

da William Shakespeare.

Adattamento e regia | Marco Plini.

Costumi | Nuvia Valestri.

Luci | Fabio Bozzetta.

Video | Samuele Huynh Hong Son.

Photo Credits | Nicolò Degl’Incerti Tocci.

Interpreti | Marco Maccieri, Luca Cattani, Giusto Cucchiarini, Cecilia Di Donato, Marco Merzi, Valeria Perdonò.

Produzione | Centro Teatrale MaMiMò.

Visto a Reggio Emilia, Teatro Cavallerizza, 21 dicembre 2016 (prima nazionale il 17).

Per materiali e informazioni su spettacolo e tournée, si veda il website mamimo.it .

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