Danza — 02/07/2019 20:20

Impromptus di Sasha Waltz alla Biennale Danza 2019 di Venezia

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RUMOR(S)CENA – BIENNALE DANZA 2019 – VENEZIA – L’opera della coreografa berlinese Sasha Waltz Impromptus (Improvvisi, produzione anno 2004) presentata alla Biennale Danza 2019, all’interno del Teatro alle Tese, piccolo gioiello di architettura, incastonato tra le volte dell’Arsenale di Venezia, è improntata sulla serie di Lieder e di Impromptus per pianoforte solista del compositore austriaco Franz Schubert. Sacha Waltz è considerata in Europa come la maggiore esponente del teatro-danza tedesco; e la sua creatività ha stretto da sempre un rapporto davvero inscindibile sia con le strutture architettoniche, sia con le partiture musicali. Su questo tema è stato proiettato al Giardino-Marceglia il film Dialogo 89 – Neues Museum, firmato da Sasha Waltz, in cui l’artista ha esplorato le stanze vuote del Neues Museum sull’Isola dei Musei di Berlino. In Impromptus, attraverso i brani eseguiti dal vivo da Cristina Marton e interpretati a tratti dalla mezzo-soprano Judith Simonis, i sette danzatori in scena, nettamente diversi l’uno dall’altro per gestualità e fisicità, esprimono una narrazione che pare fatta di frammenti di vita e relazioni, danzando in costante e precario equilibrio su due piani inclinati, pericolosamente in movimento e limitati da angoli aguzzi, con alle spalle un enorme fondale in legno (design di Thomas Schenk e Sasha Waltz). La messa in scena è superbamente coadiuvata da un raffinato progetto di luci (concept di Martin Hauk).

 

foto di Andrea Avezzù

I semplici ma sensuali indumenti di lino indossati dalle danzatrici, lasciano ammirare le loro spalle e schiene nude, esaltando i movimenti morbidi delle braccia, come fossero in esplorazione di un territorio emotivo.
I sette abili danzatori camminano in avanti, corrono all’indietro, saltano, si uniscono, si lasciano, fanno gruppo, coppie, si separano in continua evoluzione o in duetti ipnotici che sembrano sfidare le leggi della fisica. Con una religiosità e padronanza atletica molto vicina alla danza butoh, fanno dei loro partners ascensori umani, srotolandosi e ruotando intorno alla vita degli stessi, mantenendo un equilibrio che ha dell’incredibile. Il lavoro coreografico ed il set scenografico interagiscono perfettamente nel creare quello stato che oscilla tra il fluttuare senza peso e l’essere fuori e dentro l’equilibrio.
Seguono momenti in cui si fa forte il rapporto con il suolo, con gesti frenetici di disegni circolari fatti di gesso rosso e nero. A volte con il solo sottofondo del silenzio. Con una certa buffa sincronia entrano in scena un danzatore ed una danzatrice indossando grandi stivali da pesca. L’effetto dello sciabordio provocato dal rumore per via dell’acqua che vi si trova all’interno, mentre i due si muovono all’unisono in maniera discontinua attraverso il palcoscenico inclinato. Improvvisamente si materializza una polvere rossa ed una nera che tra le loro mani diventano pennelli su i corpi dei propri compagni in movimento sulle due piattaforme. L’acqua contenuta nelle galosce viene rovesciata per sciacquare i corpi così dipinti, trasformando la polvere in rivoli sanguigni che colano lungo il palco inclinato.

foto di Andrea Avezzù

Il passo a due interpretato da i due giovani danzatori dell’ensemble, davvero lirico ed intriso di dolce tenerezza, di una bellezza struggente, è il pezzo forte della serata. Sul finire, alle loro spalle si apre una botola rettangolare, dove due danzatrici si denudano e si immergono, restando rigorosamente di schiena al pubblico, si lavano a vicenda, con leggerezza, con un’acqua a noi invisibile e poi se ne vanno, avvolte da teli di spugna, come a cercare una sorta di purificazione. Un’altra danzatrice si sposta pericolosamente a i margini della piattaforma e si inarca all’indietro, fermandosi lì per un minuto, forse due, in estrema precarietà, dopo aver vagato ciecamente con il vestito sollevato fino a sopra la propria testa.
L’intricata, muscolosa, imprevedibile e spesso giocosa coreografia cambia di continuo tra alti e bassi, tra sospensioni ed equilibri, tra pause silenziose e brani musicali e di canto. Forse non vi è altra pretesa che quella di non lasciare tracce, impronte, mentre l’artista ed i danzatori percorrono un proprio introspettivo percorso, che esprime tutta la vulnerabilità ed il tormento del vivere nel tentativo di ricongiungersi al proprio, vero sé.

foto di Andrea Avezzù

 

 

Visto alla Biennale Danza di Venezia il 25 giugno 2019

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