Festival(s) — 26/07/2018 15:44

Biennale Venezia l’attore -performer fa discutere… tra dosaggi di teatro recitato e teatro vissuto.

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RUMOR(S)CENA – VENEZIA – BIENNALE TEATRO –La stampa scrive di performance come interdisciplinarità, contaminazione, Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale. Ancora? Basta”. Così il belga Chris Dercon, già direttore di istituzioni artistiche in Europa (Rotterdam, Monaco, Londra, Berlino), apre il Simposio Attore/Performer, ideato dal direttore Antonio Latella per la 46ma Biennale Teatro di Venezia. Per Dercon la differenza tra i due lati del dilemma è tecnica: riguarda il loro diverso linguaggio, ma soprattutto l’obiettivo di relazione/reazione del pubblico, da fruitore passivo fino al livello in cui “diventiamo tutti performer, anche noi spettatori”. E, ancora, la performance ricerca “spazi di libertà” non “solo ai Festival come la Biennale, ma in istituzioni nuove, da creare. Un artista? Milo Rau”.

Il contrasto è forte con i successivi interventi richiesti dal conduttore del Simposio (è anche drammaturgo per Latella), Federico Bellini. Il regista Armando Punzo, nel 2018 celebra i 30 anni di lavoro  con la Compagnia della Fortezza di Volterra, (in scena il 26 luglio  con lo spettacolo Beatitudo nella Fortezza Medicea – Casa di reclusione. In replica domenica 29 alle 21 al Teatro Persio Flacco di Volterra. Il 4 agosto alle 17 Centrale geotermica Enel Nuova Larderello “Le Rovine Circolari” ideazione e regia di Armando Punzo), dice a un certo punto: “Se si vuol condividere qualcosa con attori e pubblico, penso debba essere qualcosa di luminoso, che si debba creare un’apertura, partendo dal nostro carcere personale, ma allontanandoci da noi stessi per cercare altre possibilità nell’uomo. Lì poi arriva il teatro. L’attore protagonista in questa direzione è il più assente dal mondo. L’attore tradizionale dovrebbe scomparire”.

Beatitudo regia di Armando Punzo. Foto Stefano Vaja

 

Lo spostamento sullo scopo della pratica quotidiana del teatro – attuata da Punzo coi detenuti-attori partendo da uno studio di testi (quest’anno l’ispirazione viene dall’opera di Jorge Luis Borges) – trova corrispondenze nella concreta illustrazione del proprio lavoro fatta dalla performer olandese Bianca Van der Schoot (ospite alla Biennale 2017). Non solo l’artista parla di “bisogno di nuovo ossigeno”, di “come evolverci se crediamo di non essere ancora completi come uomini”, ma di una “Theatre Room” in cui partire da una “posizione zero”, ricercare una “neutral vergin of yourself in cui decidi di fare un movimento essendo presente, l’uno all’altro. Può servire il materiale più vario: parole, gesti, natura, tecnologia: chi muove il nostro corpo? Credo davvero che il repertorio sia passato”. Agli antipodi sembra così l’intervento del polacco Pawel Stzarbowski, co-direttore del Teatr Powszechny di Varsavia: “Obiettivo dei nostri attori, pur ridotti di numero, è il professionismo, ma l’impegno è rivolto ai problemi della società: ci ispiriamo anche alle manifestazioni di protesta, alle fiction. Come chiedere di sentirsi liberi a chi non lo è nella vita di tutti i giorni?”.

Proprio per cercare nel teatro, di ensemble non di repertorio, uno spazio di libertà, proprio in Polonia oltre mezzo secolo fa, lavorò Grotowski con attori-performer anche di grande abilità fisica, con testi esistenti e/o creati per la singola opera. Attore o performer? Vinca il teatro.


Gli spettacoli visti alla Biennale Teatro 2018

Tra gli spettacoli della prima settimana del 46mo Festival Internazionale del Teatro di Venezia (20 luglio-5 agosto 2018), riguardo al tema Attore/Performer proposto dal direttore Antonio Latella, quattro potrebbero esemplificare i dosaggi di teatro recitato e teatro vissuto. Partiamo da “Everything fits in the room” di Simone Aughterlony, visto in prima italiana il 23 luglio all’Arsenale, Teatro alle Tese. Una super-performance. Il pubblico abita un ampio spazio assieme a cinque figure che giocano sulle forme fenomeniche e inesorabili del loro corpo per incontrarsi, sfidarsi, creare ostacoli scabrosi oppure scambiarsi tartine e paste, offerte anche agli spettatori meno diffidenti. Due figure femminili si impongono subito con aggressività. Una è strabordante adipe, l’altra (la stessa Simone, neozelandese di stanza a Berlino e Zurigo) è esile, entrambe trovano espressione nella lotta con oggetti minacciosi: secchi di plastica in cui la prima (Philipp Gehmacher) ingabbia subito anche uno spettatore; l’altra capace di passare dalla violenza masochistica delle catene alla immedesimazione in un innocuo pennuto usando docili rami di abete.

 

Everything fits in the room  foto Ian Douglas

Che fa il pubblico? Non individua pericoli (non ci sono), si aggira divertito o inquieto attorno al muro costruito dalle maestranze della Biennale nel mezzo del teatro. A dominare lo spazio è una proterva macchina, insieme cucina e board di regia di suoni comandati al computer. Al blocco stanno un massiccio cuoco tatuato, Miguel Gutierrez, e un docile assistente dagli incerti confini gender, Colin Self, entrambi di New York: al culmine della performance i due intonano canti struggenti che sembrano provenire dal cuore della Terra o dell’umanità, dal centro di una natura non ancora offesa. C’è anche un outsider (Jen Rosenblit), quasi un personaggio, che lavora in situazione solitaria, scala colonne della Serenissima, si avvolge nelle pelli come un cacciatore… Del pubblico, ognuno può seguire un’azione e, se vuole, costruirsi una storia. Il consulente alla drammaturgia è Jorge Leòn.

Everything fits in the room foto Ian Douglas

 

Ensemble Ensemble Thomasset ©Philippe Munda

 

Julien Gallée Ferré Ensemble Ensemble ©VincentThomasset

Ecco invece la doppia proposta (ma alla Biennale presenta, con “Médail Décor” del 2014, un trittico,) di Vincent Thomasset, per la prima volta in scena in Italia. Partiamo da “Ensemble Ensemble” che è datato 2017. Quattro performer-attori focalizzano parole e gesti in assurdi dialoghi di coppia (“tu mi vedi ma non mi guardi”) che ricordano i film dell’incomunicabilità di Antonioni o il fantasmatico “Reve d’automne” di Jon Fosse nella versione di Patrice Chéreau al Louvre di Parigi. Sulle note preziose di musiche barocche (Lotti, Vivaldi, Couperin) suonate al clavicembalo, danza sensitivo il corpo di Lorenzo De Angeli, ma vera protagonista è la lingua francese, sonora come un’eco di Racine, elegante, distante. Altra cosa è, sempre dell’artista di Grenoble, “Lettres de non-motivation”, crudele quanto divertente serie di “creativi” rifiuti alle proposte indecenti di datori di lavoro che offrono posti provvisori, nei più disparati (e disperati) settori con miraggi di carriera e appaganti ruoli. Thomasset usa veri annunci: ripetizioni a parte, aggredisce con aristocratica ironia la volgarità di un mondo respinto con la fantasia.

Spettri

E infine un lavoro di impianto tradizionale, in prima assoluta: “Spettri” di Ibsen nella pensata versione registica di Leonardo Lidi (vincitore della scorsa Biennale College Teatro registi under 30) per quattro attori: Michele Di Mauro, Christian La Rosa (entrambi Premio dei Critici), Matilde Vigna, Mariano Pirrello. “Chi guida è l’autore, noi siamo i passeggeri”, dichiara sfidando la corrente performativa il 29enne artista (nativo di Rottofreno, alla guida ora del Teatro di Piacenza). Ribaltando la trama, senza toccare il testo se non nei pronomi personali, fa sparire la percettiva e scomoda signora Alving (“Devono esistere spettri fitti come la rena. E per questo abbiamo così pietosamente paura della luce”), sposta il baricentro sulla figura maschile, esalta la misoginia dell’autore norvegese smascherandone la paura del femminile grazie all’ambiguità dei personaggi; affida a Christian La Rosa una incredibile e assolutamente teatrale risoluzione. Nei progetti futuri di Lidi: un Tennessee Williams, altra indagine nell’inferno familiare; un Garcia Lorca che potrebbe essere “La casa di Bernarda Alba”.

Tra gli artisti dei prossimi giorni, molta curiosità dovrebbe suscitare il lavoro della olandese Davy Pieters, in particolare “How did I die” (il 27 alle Tese) che coinvolge il pubblico nelle ricerche di un detective per l’assassinio di una ragazza. E quello di Jacop Ahlbom “Horror” (il 3 agosto, alle Tese), in cui il suo teatro fisico e visivo “vuole condurre il pubblico in un mondo che si spera non abbia mai sperimentato prima”.

 

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