RUMOR(S)CENA – REGGIO EMILIA – L’esecuzione integrale delle quattro Suites orchestrali di Johann Sebastian Bach affidata all’Akademie für Alte Musik Berlin al Teatro Romolo Valli a Reggio Emilia ha rappresentato un vero saggio critico in forma sonora, più che una semplice successione di pagine celebri del repertorio bachiano. L’operazione, già di per sé ambiziosa, ha richiesto un equilibrio costante tra rigore filologico, precisione tecnica e lettura espressiva, mostrando quanto il Bach orchestrale, nonostante la sua fama consolidata, continui a porre interrogativi interpretativi profondi e complessi.
Le Suites non costituivano un ciclo unitario secondo il modello romantico, ma raccolte di lavori composti in momenti differenti tra il periodo di Köthen e quello di Lipsia, pensate principalmente come suite di danza precedute da ouverture di stile francese, con un organico da camera ampliato secondo le esigenze della corte e della sala da concerto. L’adozione della struttura ouverture più danze con allemande, courante, sarabande, bourrée, gavotte, polonaise, menuet, forlane, passepied e gigue ha conferito a ciascuna suite un impianto formale riconoscibile, mentre la scrittura contrappuntistica e la stratificazione dei timbri ne hanno ampliato le possibilità espressive. L’esecuzione ha mostrato una lettura approfondita, non semplicemente filologicamente corretta, ma capace di restituire la scrittura musicale e il contesto compositivo originale di Bach, in cui ogni danza conserva un carattere distintivo e un ruolo strutturale all’interno della suite.
L’Akademie für Alte Musik Berlin ha affinato negli anni un approccio all’esecuzione che privilegia il controllo tecnico, la chiarezza delle linee e la precisione nella definizione di ogni voce orchestrale. Il suono, compatto e misurato, ha evidenziato una trasparenza polifonica costante, ottenuta mediante un lavoro scrupoloso sulle articolazioni, sulla dinamica e sul vibrato utilizzato in modo episodico e puntuale. In questo quadro la direzione di Georg Kallweit, nel duplice ruolo di concertmaster e primo violino, ha assicurato continuità e coerenza stilistica, il gesto dal leggio ha regolato attacchi e tempi senza imporre centralità spettacolare garantendo precisione e leggibilità del tessuto orchestrale.

La Suite n. 4 in re maggiore BWV 1069 ha inaugurato la serata con un’Ouverture solenne e attentamente scandita dove la chiarezza delle sezioni ha consentito di apprezzare l’architettura interna senza sacrificare l’energia ritmica. Le danze successive, bourrée, gavotte, menuet e réjouissance, hanno evidenziato differenziazione di accenti e peso metrico sostenute da una sezione di fiati impeccabile. Le trombe naturali e i timpani hanno mostrato precisione e controllo dell’emissione integrandosi nel tessuto orchestrale senza prevaricare mentre gli oboi hanno definito il colore e i contorni armonici con ricchezza, equilibrio e puntualità. Le bourrée e gavotte hanno sottolineato il senso di movimento e leggerezza tipico delle danze di corte mentre il menuet e la réjouissance hanno alternato eleganza e brillantezza mostrando la capacità dell’ensemble di modulare dinamiche e inflessioni ritmiche secondo il carattere di ciascun movimento. La gestione dei fiati ha permesso ai contrappunti di emergere con naturalezza e i dialoghi tra archi e strumenti a fiato hanno creato un tessuto sonoro vivo e coerente.
La Suite n. 2 in si minore BWV 1067 ha costituito il centro espressivo della prima parte con la presenza del flauto solista di Gergely Bodoky. Storicamente si tratta di una delle opere più delicate da interpretare, per l’equilibrio necessario tra solista e orchestra, qui composta dall’organico ridotto di flauto, continuo, violoncello, contrabbasso e tre violini. Bodoky ha offerto una prestazione di assoluto controllo tecnico con emissione stabile, articolazione nitida e gestione del fiato impeccabile. Il fraseggio si è sviluppato con naturale integrazione nell’ensemble, evitando qualsiasi tentazione virtuosistica fine a se stessa. Nell’ouverture il flauto ha dialogato con i violini con misura e leggerezza; nella sarabande e nel rondeau la linea è rimasta cantabile e coerente; nella badinerie la brillantezza tecnica è stata funzionale al senso musicale senza mai diventare ostentazione. In ciascun movimento Bodoky ha modulato dinamiche e inflessioni con grande finezza, evidenziando i contrappunti interni e i dettagli armonici senza compromettere la linearità della frase. Il continuo e le parti basse hanno sostenuto la struttura armonica con stabilità e trasparenza, consentendo al flauto di emergere in modo naturale senza perdere la coesione timbrica.

Dopo l’intervallo, la Suite n. 1 in do maggiore BWV 1066 ha messo in luce la dimensione più cameristica dell’ensemble. La leggerezza delle danze, forlane, passepied e bourrée, ha richiesto precisione nel fraseggio e nella fluidità delle linee melodiche sostenendo la tensione ritmica e la continuità del fraseggio anche nelle sequenze più brevi. Le viole hanno operato come cerniera armonica tra registri acuti e bassi conferendo coesione e continuità al suono. L’esecuzione ha evidenziato la trasparenza dei contrappunti e la chiarezza dei movimenti minori dove ogni voce orchestrale dialogava con le altre in equilibrio. Il fraseggio degli archi, sempre misurato e calibrato, ha permesso alle danze più rapide di mantenere leggerezza senza perdere tensione ritmica mentre i fiati hanno aggiunto colori e punte di brillantezza enfatizzando la varietà stilistica dei singoli movimenti.
La Suite n. 3 in re maggiore BWV 1068 ha concluso la serata con una lettura dell’Air sobria e lineare caratterizzata da un tempo sostenuto che ha privilegiato trasparenza contrappuntistica e purezza dell’intonazione. La scelta di contenere ogni effetto emotivo nell’ambito della scrittura contrappuntistica ha confermato la coerenza interpretativa dell’ensemble mentre la gigue finale ha mostrato un controllo ritmico sorprendente e una brillantezza di fraseggio che ha messo in evidenza la padronanza tecnica dei fiati e del continuo. Nell’Air il dialogo tra archi e fiati è stato calibrato con precisione con linee armoniche nitide e un fraseggio levigato che ha permesso a ciascun strumento di emergere senza rompere l’equilibrio complessivo. La gigue ha chiuso la suite con energia controllata e brillantezza evidenziando la capacità dell’ensemble di rendere dinamiche e vivaci le danze pur mantenendo trasparenza e coesione orchestrale e sottolineando l’abilità del direttore nel bilanciare le voci e la struttura complessiva del brano.

Le quattro Suites hanno mostrato un Bach articolato e incisivo in cui ogni frase e ogni timbro hanno trovato una propria rilevanza. L’equilibrio tra archi e fiati, la precisione del flauto solista e la cura nel contrappunto hanno dato corpo a un discorso musicale coerente e ricco di sfumature dove l’architettura dei brani emergeva con chiarezza senza sacrificare il respiro e l’espressività. La lettura di Kallweit ha mostrato come un gesto sobrio e calibrato possa creare tensione interna definire con precisione ogni frase e dare corpo a strutture complesse senza ricorrere a effetti scenografici. L’interpretazione ha rivelato la capacità dell’ensemble di trasformare la complessità bachiana in un’esperienza immediata e coinvolgente, il flauto si è distinto per brillantezza e finezza, i fiati hanno partecipato con presenza chiara e definita e ogni voce orchestrale ha contribuito al senso complessivo della musicacon particolare merito per il lavoro dei fiati, in cui gli oboi hanno garantito una presenza costante e perfettamente calibrata sia nei raddoppi degli archi sia nei passaggi dialogici, mentre il fagotto, parte integrante del continuo ma spesso esposto, ha sostenuto l’architettura armonica con precisione e intelligenza musicale senza mai appesantire il registro grave. E’ stata una prova esecutiva di rara profondità e misura, capace di unire controllo tecnico, coerenza musicale e vitalità della danza.
Visto il 24 febbraio 2026, Teatro Municipale Valli, Reggio Emilia





