RUMOR(S)CENA – OSTIA – (Roma) – Splendida tenebrosa e beckettiana l’Antigone andata in scena ad Ostia antica, dove Roberto Latini, regista e protagonista, affronta la versione moderna di Jean Anouilh dell’opera sofoclea, testo che esordì a Parigi nel 1944, in piena occupazione nazista, e con chiare valenze politiche, di spinta alla ribellione, un po’ come le opere di Verdi nel risorgimento. Un testo tuttavia sartriano per come coniuga il dovere della libertà e della scelta con il profondo sentimento del dubbio e del nulla, e dei valori come pura costruzione volontaristica. Latini allora amplifica espressionisticamente lo scontro d’anime del testo, in un concerto di voci e gestualità, che si fanno a fasi alterne zone d’urto, rispecchiamento, decostruzione e crisi, senso di vuoto.
Come il testo richiede. Nell’originale sofocleo la contrapposizione dei ruoli è netta. Antigone difende il sacro, Creonte la legge e il potere, senza pietà né per Antigone né per il figlio Emone, a lei promesso sposo. Tentando di seppellire il fratello, Polinice, morto da traditore (Eteocle e Polinice morti nella lotta per il potere), Antigone si condanna a morire murata viva, e a coronamento tragico, Emone la seguirà. In Anouilh i fatti restano gli stessi, ma muta totalmente il sentimento.

Antigone non è più il nemico. Molti pilastri crollano. Creonte tenta in tutti i modi di convincere Antigone a vivere (lui nasconderà l’accaduto). Le ricorda che le vuol bene, ed i regali da bambina. E la incita ad amare e sposare Emone. E non solo straripa sul lato affettivo, ma per convincerla a recedere da quella che per lui è solo una cocciuta pazzia adolescenziale le fa capire come per lui il potere sia un peso necessario e non un piacere. Un umile mestiere. Qualcuno lo deve fare. Infine, le smonta le motivazioni sentimentali come mistificazioni e superstizioni. I suoi due fratelli in realtà erano rozzi ed egoisti, ed entrambi avevano complottato contro Edipo. E ridicola è la credenza che un insepolto vaghi tormentato per l’eternità (e Antigone concorda). E poi. I cadaveri dei due sul campo di battaglia erano maciullati, irriconoscibili, e lui non sa a quale dei due ha concesso onore funebre, e quale ha lasciato a marcire. Odia quel fetore che la notte invade la città, ma deve durare un mese, per scoraggiare il partito dei ribelli.

Antigone accusa il colpo. Soprattutto quando le si smonta l’immagine dei fratelli. Ma si impunta sulla questione del potere e delle regole umane. Creonte ha detto sì a tutti i compromessi. Questo è il potere. Lei non vuol dire sì alla vita nel nome di una felicità senza fedeltà ai valori. Non è più tuttavia statuaria, ma insiste aggressiva disperata e urlante, per resistere alla paura e all’indecisione che la corrodono. E se prima ascoltava Creonte seduta, mesta, pacata, ora per strapparsi anche spazialmente al dubbio, e marcare una superiorità isterica, gli urla in piedi su una torre di tre cubi. No alla felicità. E deve morire subito, per spegnerne il richiamo. Deve morire subito, per non cedere.

Certo. Perché per quanto si sforzi, lei non è come vorrebbe. E’ una adolescente insicura su tutto, è la ragazza magra che nessuno prendeva sul serio in famiglia cui si allude nel prologo meta-teatrale, che apre le danze. E’ colei che dovrà recitare suo malgrado. È la personificazione dell’orgoglio di Edipo, è pura proposizione d’orgoglio, una identità per opposizione, a prescindere, ma una opposizione radicata nel nulla. Puro dover essere.
Adler direbbe la sua una protesta virile, e non a caso Latini ha scelto di essere lui a darle corpo e voce, invertendo maschile e femminile, cosicché splendidamente incarnano i personaggi maggiori delle attrici: la sorella, Silvia Battaglio ; Creonte, Francesca Mazza; Emone, Ilaria Drago. Antigone si pone come tempesta virile, disperata, notturna e dolente, una forza isterica che aggredisce e turba la debolezza femminile di Creonte, di Emone, della sorella, con la cavernosità duttile e le tempeste energetiche della sua maschia vocalità. E tutto si fa straziante, nel gioco dei ruoli e dei valori infranti. Un vuoto che si scava, ed un urto. Straziante il duello d’idee con Creonte, e straziante l’addio ad Emone.
Si fa rassicurare del suo amore. Rimpiange il figlio che non avranno. Gli dice che non lo potrà sposare. E con Creonte? Deve mantenere la posizione. Ma ciclicamente, più volte, dopo le interazioni, Latini sceglie di farli abbracciare, consapevoli della comune sofferenza che li crocefigge ai ruoli. Un abisso rispetto alla distanza che li separa in Sofocle. In entrambi i testi poi, fa da contraltare Ismene, che da subito sceglie di vivere, e tenta di convincere la sorella, salvo poi in entrambi i casi tentare di morire con lei quando il dramma precipita. Se in Sofocle era l’unica controzona affettiva, tra viltà, ragione e difesa della vita, qui deve competere con tutti, tutti portatori delle stesse contromotivazioni, e quindi la vediamo più scatenata in duelli che Latini marca espressionisticamente a distanza. La prima volta si scaglia contro Antigone dall’alto, lei sulla scena, Antigone in basso nell’orchestra (siamo infatti nella perfetta struttura di Ostia antica, con la cavea delle gradinate, l’orchestra circolare, ed in alto frontale il palco, con oggetti moderni, e dietro colonne antiche e pini marittimi, nella fantasmagoria del cielo notturno). La seconda volta, l’allontanamento riflette più chiaramente il tramonto della possibilità, attraverso una scissione derealizzante.

Latini/Antigone, schiena al pubblico, risponde al telefono, ed in voce off la voce di Ismene tenta pacata la dissuasione, mentre lei come corpo muto, a latere, si contorce ed ondeggia, come un burattino appeso al nulla. Del resto questo registro corporeo espressionistico è la chiave stilistica, insieme al concerto di voci, dell’intero spettacolo. E spesso nei momenti topici, attori ed attrici indossano delle maschere bianche a mezzo volto, con profonde occhiaie nere, come ad inscenare un teatro delle anime morte. Espressionistica, dopo l’apertura ironica del prologo, in orchestra al leggio, è la prima parte dove la nutrice (una splendida Manuela Kusterman), protesa nel vuoto dall’alto del palco, con voce chioccia e movenze da commedia dell’arte, dialoga con Antigone/Latini che dall’ombra, a bordo cavea, quasi invisibile, risponde con la sue inquietanti melopee di bassi sospesi ed ondulatori, ad onde. La nutrice si preoccupa dell’uscita notturna di Antigone, che la rassicura mentendo, ma rifiutando l’immagine di lei bambina.
Ed espressionistico è pure, in forma comica, il modo di gestire la guardia, nel momento in cui deve confessare le incursioni notturne sul cadavere di Antigone, esorcizzando attribuzioni di colpa per scarsa sorveglianza. Si mette in piedi su un cubo ed alterna un gridato isterico agitato e veloce, con picchi a canto lirico, e pause di esitazione afasica culminanti in dei stop motion da uccello pietrificato, a gambe e braccia divaricate e capo chino. Se espressionistici sono il concerto di voci, l’uso del corpo, la gestualità, le dinamiche spaziali, che dire della scena? Qui appaiono sullo sfondo classico una serie di segni moderni, che costellano un palco stretto, a corridoio orizzontale, proteso come un percorso nel nulla. Vi è allora come uno svuotamento beckettiano, simbolico, delegato agli oggetti.

La tragedia, e il suo percorso prescritto, pur insistendo ad accadere, è amleticamente svuotata di senso, puro astratto dover essere. Così Creonte fa il suo ingresso spingendo un aspirapolvere, come a voler ripulire il disordine, ed il corridoio stretto della scena è come una via vuota, tra un palo della fermata dell’autobus, ed uno a cabina telefonica. In mezzo una teoria di cubi/TV, che si illuminano alla fine nella sintesi del tutto, scritta a lettere fosforescenti:
Tutte le scelte che hai fatto/che non hai fatto ti hanno portato adesso qui
Quando Creonte prova a convincere Antigone a dire sì alla vita, le chiede cosa sarebbe del mondo se piante ed animali avessero detto no. Ma proprio qui sta il punto. La natura è in sé, come dice Sartre. Essere, senza coscienza e senza possibilità di scelta. Ma il soggetto, l’uomo è per sé, sceglie di continuamente superarsi, sentendo il vuoto della non coincidenza con quanto è e recita nel presente. L’uomo è costretto alla libertà e alla scelta, che mai saranno pienezza. L’uomo è kierkegardianamente destinato all’angoscia della scelta, sempre fuori centro. Amleto ne è l’inizio, ma ancora agisce in una cornice comprensibile. Qui l’atto rimane ribellione nel vuoto, una affermazione di sé allo stato puro. Del resto Creonte sembra esserne cosciente, quando dice che Antigone è l’orgoglio di Edipo. Il centro non è la giustizia dunque, ma l’orgoglio virile, la protesta virile, il voler essere, a prescindere. Latini sa orchestrare perfettamente questo inquieto concerto nel nulla, e quando la scritta ci ammutolisce il vuoto si apre fra noi, tutti parte di questo dilemma. E l’applauso arriva, differito e meditativo
Antigone, di Jean Anouilh – traduzione Andrea Rodighiero – regia Roberto Latini con Silvia Battaglio (Ismene e messaggero), Ilaria Drago (Emone e guardie), Manuela Kustermann (Nutrice e coro), Roberto Latini (Antigone),. Francesca Mazza (Creonte) Costumi, Gianluca Sbicca – Scene, Gregorio Zurla – Musiche e suoni, Gianluca Misiti Drammaturgia delle luci e direzione tecnica, Max Mugnai – in collaborazione con Bàste Sartoria. Assistente alla regia Rebeca Rivero Produzione La Fabbrica dell’Attore teatro Vascello e Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Visto al Teatro Ostia Antica Festival / Il senso del passato, 18-19 luglio 2025




