RUMOR(S)CENA – Interessante e crudele questa anti commedia post eduardiana ed efferatamente trash uscita dall’abile penna di Claudio Marrucci, giovane poeta e narratore, nonché saggista e valente traduttore. Come in Ammettiamo che l’albero parli (2016) sapeva mettere in scena la follia di un matricidio, eccolo qui bearsi ad assassinare la madre delle madri, la radice del sentimento nazionale, la Madonna (e forse non manca tra le righe una polemica con l’attuale governo, stucchevolmente presepista in chiave sovranista?).

Un titolo antifrastico il suo del resto, Madonna licenziata. Due cuori e una capanna (edizioni croce, Roma, novembre 2025), se la Madonna è il simbolo stesso del cuore, dell’amore materno e della religione del figlio, o meglio, francescanamente, del bambinello. Ed in effetti il testo non solo mette in farsa e licenzia il sentimento del sacro implicito in secoli di tradizione. Licenzia il sentimento tout court, il cuore appunto, evidenziando il trionfo della sottocultura e del mercimonio, a loro volta talmente degradati da finire per sabotare per imperizia ed idiozia pure se stessi. Marrucci mette in scena l’inferno dell’analfabetismo. Vediamolo nel concreto.

S’ha da mettere in scena un presepe vivente. Piace al quartiere, e serve per portare voti, tramite una cena elettorale, e soldi a chi la cena la organizza, Tonina, pizzicagnola arrivista e ignorante, che gestisce i rapporti con la gente del quartiere. Per es ha portato le canare a votare il cugino, che poi ha creato l’area cani, ma ora ha fatto vincere al loro impresario (Er baffo) il bando per il presepe. Tonina è rozza e invidiosa. Presa per il ruolo dell’asinello, ma incapace di recitare a tempo anche il semplice raglio, vuole comparire, e non sopporta la snobberia dell’attrice professionista – Maria – che deve incarnare la Madonna. E tanto briga e tanto strepita che fa modificare il poster, dove non compariranno più né la sacra famiglia né bue e asino, ma solo lei seminuda e abbronzata. Non le si può dire di no, spiega il factotum dell’impresario, Francesco, perché da lei dipendono pubblico e soldi del finanziamento.
Non finisce però qui. La lite tra lei e la protagonista sale di tono, fino agli insulti, ed è Maria a venire licenziata. Sarà sostituita da Tonina, e quasi tutto sarà ridotto, per rimediare alle parti mancanti ed alla sua imperizia, ad immagini proiettate. La non cultura, l’ignoranza, la cafonaggine, il politichese di basso cabotaggio (la regola nazionale) sembrerebbero spopolare, vincere a mani basse. Se non fosse che il caso sembra metterci lo zampino. Mohammed, l’extracomunitario super pagato e a tutti inviso, assunto per fare l’arcangelo Gabriele, ma in realtà per fungere da parapioggia (secondo superstizione e statistiche, dove è presente non piove), finisce in ospedale (al Pertini) per un incidente di moto, dovuto allo scontro con un cinghiale. Ed è diluvio (guarda a caso salvo al Pertini dove appare un gigantesco arcobaleno). Lo spettacolo va spostato al chiuso, ma nel trasportare attrezzature Tonina frana fragorosamente, rompendo tutto e anche se stessa. Così Francesco è costretto a riassumere Maria e Giuseppe, con paga e contratto regolari. Un caso che non smentisce la norma. Pure peggio forse. Giuseppe racconta stupito di aver incontrato uno zingaro che gli ha detto che per Maria era tutto a posto.
Dobbiamo dunque pensare, nel non dichiarato, che al politichese l’unica risposta sia mafiosa, e che il cinghiale sia cinghiale dei Casamonica? Forse. Ma rimane nel vago. In mezzo a tutto ciò Marrucci si diverte a mischiare le asinerie presuntuose di Tonina alle ruggini razziste contro arcangelo di colore (pure ben pagato), alle bestialità del fanatismo woke girato in assurdo, come quando nella disputa metateatrale su quanti cuori siano in scena (distinguendo tra cuore d’attore e cuore di personaggio), si decide di escludere il cuore al bue e all’asinello, per non offendere i vegetariani.
Né mancano una serie di più serie invettive contro il degrado della cultura nell’epoca dell’intelligenza artificiale e dei social, e contro la svalutazione e lo sfruttamento delle professionalità a teatro (bandi vinti non per merito, contributi non pagati, precarietà, dilettantismo). In questo trionfo del mediocre eletto a paradigma del reale, se la satira e la deformazione grottesca fanno il ritmo della saga, non mancano altri sottotesti, dove tra le righe del comico si infiltra la pietas. Infatti Maria e Giuseppe non a caso ci fanno vedere, nel loro nome, una coincidenza tra ruolo e attore.
Lei è snob, presuntuosa. Lui un po’ vigliacchetto, fin quasi al comico (come quando rincula, stile Leporello, di fronte alle accuse della partner sul suo accettare compromessi, e lui nicchia, tergiversando a confessare, con una serie infinita di … eeeh .. eeeh). Ma sono anche loro poveri cristi. Sfigati. Lei è incinta dopo costosa inseminazione artificiale (con ricasco su patetici sensi di impotenza di lui, ed echi sul barzellettismo popolare sul duo Dio/Giuseppe cornuto e impotente), e paradossalmente la gravidanza fa gioco al ruolo (per il popolo a cui la competenza non importa). Ma è anche un peso economico che minaccia tragedia se non guadagna ora col lavoro, cioè se appunto verrà licenziata. Sono dunque due poveracci, controfigura moderna della coppia sacra, ed effettivamente stanno tentando disperatamente di fare di due cuori una capanna.
La Madonna licenziata rischia davvero dunque di licenziare la stessa sopravvivenza, come l’incultura dilagante sta licenziando l’arte, e l’intelligenza artificiale l’umano. Un testo insomma, che pur sembrando parlare di teatro, parla in realtà del mondo, con un linguaggio che coniuga popolaresco e riferimenti alti sparsi qua e là, ma sceglie una apparente semplicità quotidiana, come è nel linguaggio della commedia. Alla fine tuttavia, ecco un guizzo di teatro nel teatro.
Voce fuori campo : Bene così ragazzi. Dopo che avete smontato, tutti nei camerini, per le note di regia. Improvvisamente, dopo esserci cascati a piene mani, ed aver tifato per Maria contro Tonina, ecco che le vediamo amiche, nel post lavoro, chiacchierare e andarsene. Allora forse, non tutto è perduto, ed il teatro conserva la sua valenza critica, mostrandoci come non ha da essere, e lumeggiando la possibilità di un pur minoritario contro mondo (il buon teatro che parla del cattivo teatro). Una illusione in cui non cadere tuttavia. La verità è nello scannatoio volgare e di basso rango in scena fino a qui, dove la vittoria di Maria è la casualità di un cinghiale o la violenza zingara. Il finale allora resta solo un abile velo di ambiguità e speranza. Un’ombra breve.




