recensioni — 27/08/2019 20:20

Uno “Stato transitorio” in marcia verso la salvezza del teatro di Montichiello

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RUMOR(S)CENA – TEATRO POVERO – MONTICHIELLO (Siena) – Si arriva al paese di Monticchiello attraversando le stradine della Val d’Orcia, costeggiate da dolci colline dalle sfumature marroni che si stagliano verso un cielo azzurro scuro. Qui pascolano bovini di razza chianina. Entrando nel centro storico del piccolo borgo medievale, tramite Porta Sant’Agata, si ha l’impressione che il tempo si sia fermato, complice anche la settimana di Ferragosto dove molti emigrano temporaneamente. All’ingresso ci accoglie la locandina di “Stato transitorio”, il titolo dello spettacolo del Teatro Povero, un autodramma ideato, scritto e realizzato dagli abitanti da ben cinquantatré anni di seguito. Nato negli anni Sessanta, come esigenza della gente del luogo, al fine di reagire alla crisi che aveva causato la fine della mezzadria e lo spopolamento delle campagne. I pochi che restano a vivere nel borgo decidono quindi di rispondere alle difficoltà mettendo in scena il teatro in un posto in cui un teatro non c’è. Così il palcoscenico diventa la piazza dove viene rappresentata una storia elaborata durante numerose assemblee della compagnia (si svolgono fin dal mese di gennaio) fino al risultato drammaturgico finale. I personaggi sono gli abitanti del borgo che interpretano se stessi confrontandosi con tematiche diverse come il recupero delle tradizioni, sia agricole, quanto quelle più attuali della nostra società contemporanea.

foto di Emiliano Migliorucci

Negli anni Ottanta il Teatro Povero diventa cooperativa ed inizia a gestire alcune attività, come quella del granaio, trasformatosi poi in un emporio polifunzionale con edicola, distribuzione di farmaci e internet point. Il museo Tetopratos, i ristoranti di Bronzone, laboratori ed aree verdi. L’edizione 2019 porta il nome di “Stato transitorio”, diretto dal regista Giampiero Giglioni e da Manfredi Rutelli: il racconto di un passaggio del testimone e quindi generazionale, quello inesorabile del tempo tra passato, presente e futuro che si sovrappongono come all’interno di un buco nero. Il passaggio inteso come marcia.
Tutto questo avviene sopra e sotto il palcoscenico non del tutto completamente montato: sul fondo c’è un velo scuro e ai lati vi sono pezzi di legno accatastati e parzialmente verniciati. Una scelta scenografica quanto drammaturgica per definire lo “stato transitorio”, dove nessuno tra macchinisti e tecnici sa come portare a termine il lavoro, in vista dell’imminente messa in scena e chiudere il buco nero che si trova sotto il palcoscenico. Nella “vecchia guardia” ci sono posizioni avverse: c’è chi dice che il teatro finirà a causa dei progressivi abbandoni avvenuti nel corso degli anni e della perdita di valori perché “i giovani un sono tanto concreti”. Altri sostengono che il teatro, al contrario, ha salvato la comunità in passato quando c’è stata la crisi e ora permette di finanziare tanti servizi e rappresenta un’eredità da tramandare.

 

foto di Emiliano Migliorucci

A far sì che ci sia una posizione condivisa ci pensa una giornalista in vacanza in Val d’Orcia, incaricata di scrivere un articolo di colore su Monticchiello e i suoi abitanti. Grazie a questo incontro-scontro dove lei fa le domande ma si dà anche le risposte senza ascoltare quelle degli altri, diventa chiaro il motivo che ha generato la crisi nel gruppo teatrale. Lo spettacolo e la difficoltà di costruzione non c’entrano nulla, occorre uscire dalla gabbia dell’immobilismo – come dirà Rosanna, uno dei personaggi – :“non è il legno del palcoscenico che è invecchiato. Siamo noi i responsabili, non altro (…) Tra noi e il futuro è tutto appannato, pieno di nebbia (…)”. Per risolvere il problema occorre riportare alla mente vecchie forme di solidarietà necessarie per salvare il teatro e saperle portare in scena. Come a dire che la catarsi del teatro è possibile attraverso la rappresentazione di se stesso. Dal buco nero sotto il palcoscenico, dove sembra aver inghiottito tutto riemergono le memorie del passato, mentre sulle facciate delle case che circondano piazza della Commenda, vengono proiettate fotografie in bianco nero: inizia così il secondo passaggio nel tempo che sovrappone passato, presente e futuro. Inizia così la storia di tre contadini. Memmo e Iesere sono due fratelli di latte mentre Rosa è la moglie del primo dei due fratelli. Tutti e tre lavorano al podere di Fonticoni. Alla loro storia assistono i tecnici e i macchinisti diventati a loro volta pubblico. Attraverso questa scelta di sovrapposizione temporale per cui il palcoscenico diventa il presente, viene trovata, grazie al passato, la soluzione per il futuro: il conflitto tra i due fratelli per la spartizione di un “accettone” (una sorta di ascia usata in agricoltura) si risolve grazie alla solidarietà di Iesere in occasione dell’incendio di una “mucchia” (un covone) di grano che avrebbe gettato la famiglia del fratello in disgrazia. A sua volta questo fatto innesca un ulteriore salto nel passato, per cui anche Memmo e Rosa diventano attori e pubblico e ricordano un fatto storico accaduto nel giugno 1944 da La Foce verso Montepulciano per fuggire dai bombardamenti.

 

foto di Emiliano Migliorucci

Un espediente drammaturgico che collega tra loro diversi fatti avvenuti in momenti storici diversi: la marcia dei bambini ospiti della Marchesa ricorda quella dei contadini che offrono il grano dopo l’incendio e il percorso intrapreso che ha compiuto il teatro stesso nei suoi cinquantatré anni e che ancora dovrà compiere. I tecnici dietro al velo scuro si apprestano a muoversi anche loro in attesa del futuro che è tutto nebbia e fumo, così come i bambini, guidati dalla tata Ofelia, diretti verso Montepulciano in attesa di arrivare al paese e di ricevere soccorso. “Non ci possiamo fermare. Dobbiamo andare avanti” nonostante le difficoltà e nonostante sia in ballo la propria salvezza. A prestare aiuto ai bambini saranno gli abitanti di Montepulciano, mentre a soccorrere il teatro saranno i giovani di Monticchiello, di rientro da Roma dopo una manifestazione sul cambiamento climatico a cui ha partecipato, in collegamento, anche Greta.
I piani temporali si ricongiungono: a lamentarsi ora per la desolazione in cui si trova il palcoscenico sono i giovani, che protestano contro la “vecchia guardia” ancorata ai ricordi di un passato mezzadrile e che minimizza i problemi a cui loro vanno incontro, come il clima o la mancanza di lavoro. Saranno loro, con l’aiuto di tutti gli altri abitanti, ad aggiustare quel che non va e a chiudere il buco nero del palcoscenico usando quello stesso “accettone”, passato di mano in mano attraverso varie generazioni ed oggetto e soluzione di un conflitto familiare. L’ultimo passaggio di testimone è dunque compiuto: il teatro è salvo e la compagnia potrà quindi tornare ad andare in scena, a salvare la memoria e a rappresentare la vita.

Visto a Monticchiello il 13 agosto 2019

Stato transitorio
autodramma della gente di Monticchiello
20 luglio 2019 – 14 agosto 2019

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