Recensioni — 26/05/2026 at 09:19

Il gioco delle forme: multiformi accenti, un solo parto

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RUMOR(S)CENA – ROMA – Comico, amaro, tragico? Di recente il pubblico del Teatrosophia, a Roma, con Il gioco delle forme , scritto e diretto da Stefano Ferrara, superlativamente interpretato da un maturo Bruno Petrosino, ha subito lo stress e la provocazione di un testo certo troppo lungo, ma soprattutto sovraccarico di direzioni multiple, e non sempre bene amalgamate o sviluppate, fatto che si riflette anche in una discontinuità della regia. Il coro della critica del resto è unanime. Un testo da riformare, un attore esemplare. Comunque sia qualcosa che non lascia indifferenti. La storia è semplice, nella sua bonaria surrealtà, e non nuovo il tema. Il giovane Emidio Desderi (il desiderio dimidiato, dimezzato?) è incinto. Sarebbe un mistero asessuato, come giustamente sembra alludere il riferimento comico lamentoso alla Madonna. Non vi è atto sessuale possibile. A meno di ipotizzare che una donna metta incinta un uomo (e l’allusione non manca nei qui pro quo delle chat del protagonista con una sua possibile fiamma).

Tuttavia l’autore non resiste ad una piccola caduta nell’immaginario gay, quando il protagonista, polemizzando con lo sguardo giudicante degli altri e reclamando la propria normalità da maschio cis, ricorda un suo rapporto omosessuale passivo, da ubriaco, in un locale, con relativa comica d’en bas, dove mima l’atto ritmandosi un su e giù di dietro con la stessa scopa con cui prima stava freneticamente lavando il pavimento, per provocarsi il parto con lo sforzo fisico.

crediti foto Giovanna Onofri

È del resto una scherzosa classica fantasia tra gay dire che si mette incinto l’altro, secondo un vetero stereotipo per cui le due posizioni nel rapporto omosessuale corrisponderebbero al ruolo maschile o femminile. Non si attutisce così il mistero ed il disagio. Resta l’impossibile. Ma aleggia una lieve banalizzazione farsesca. Peccato. Perché se è vero che lo spettacolo sale e scende tra comica e tormento, di solito il registro comico è nella direzione del problema.

L’uomo incinto. La psicanalisi post freudiana ed il femminismo hanno lavorato su questo tema, contrapponendo alla freudiana invidia del pene (con la donna in minorità), una più radicale e primigenia invidia del seno e della gravidanza, che sposterebbe in minorità l’uomo. Spesso del resto i bambini sognano di partorire. Nessuno tuttavia, e neanche questo testo, ha per ora (mi pare) mai osato scendere creativamente in questo gorgo. Siamo dunque superficialmente alla commedia, allo stupore, allo sbilanciamento del maschile in altro da sé. Sì. E un po’ il testo segue questa pista, dello smarrimento identitario, di cui la citata gag sull’atto gay è il lato basso, mentre quello incarnato dal titolo, il lato alto, contro i pregiudizi che si arrestano alle forme esteriori (maschio-femmina, aspetto fisico, ruoli)

“Da piccolo facevo il gioco delle forme. Nel cerchio facevo entrare tutte le forme, anche il quadrato. Tutto l’universo obbediva a un cerchio”

Il bambino come libero ancora da pregiudizi. E poi si slitta nel ludico surreale … Fantastica. Il divano in bagno. Lo shampoo in frigo. Il vero fulcro tuttavia è un altro. Ed è il lato più interessante. Il protagonista non ha un lavoro, non ha storie d’amore. È una larva asessuata rispetto all’eros dell’esistenza, rifugiato in una piccola mediocre pseudoegoistica solitudine casalinga. Che apparentemente difende dall’invasione del bambino, ma che si incrina e deraglia in continue ambivalenze, mentre parla con l’unico che non gli può rispondere (il feto), disperatamente cercando la sua voce (esemplare la comica delle cuffie, per cercare il contatto).

crediti foto Giovanna Onofri

Qui allora scompare la comica del maschile gravido, e vediamo comparire tutto quel disagio della disforia corporea e dell’insicurezza genitoriale che – nel tramonto del mito-dovere per le donne della maternità meravigliosa – è da tempo emerso come il vero vissuto di moltissime donne. Un vissuto che nei suoi estremi vira alla depressione post partum, all’aborto, all’infanticidio, e che nella sua tormentosità media è sequestro e intorbidimento del futuro. Un figlio che ti denuncerà come genitore imperfetto, che se già nel liquido amniotico fa cacca e pipì, poi ti riempirà la convivenza di problemi. Una convivenza forzata che sarà fine della libertà, di una libertà che peraltro tu già ora non sapevi come gestire per te, e nessuna base sembra fornirti sul come gestire poi lui/lei.

Ecco allora che progressivamente l’altalena tra il sì e il no alla vita cresce fino alla disperazione. Emidio si aggira attorno a un pentolone fumante (una tisana di prezzemolo che si rivelerà velenosa), si batte la pancia come un tamburo, balla, si agita. La creatura deve uscire. Petrosino divarica le gambe, accovacciato, il viso stravolto in urlo muto, mentre si punzona la pancia con un ferro da calza, come ad abortire. Dissolvenza luci e fumo del pentolone che dilaga, mentre smuore la suggestiva musica dei Roysopp, in mesto addio, You know I have to go / There’s nothing more to say. Riappare senza pancia, con carrozzina. Sembra un lieto fine, ma il bimbo è nato morto (caso o volontà) per colpa della tisana. E mentre abbraccia il feto (un pezzo di panno) gli parla dolcemente. Ho dovuto farlo. Il primo bacio te lo darò io. Nuoteremo nelle acque profonde, come i cavallucci marini (dove gravidi sono i maschi).

crediti foto Giovanna Onofri

L’attore è bravo. Regge un’ora e mezzo di monologo, svariando dal comico alla nevrosi al drammatico, ed è abile in tutti i toni, per voce volto gestualità, ora mesta e burattinesca, ora danzante e farsesca. Tuttavia non solo il testo nella sua lunghezza, ripete troppe volte il su e giù tra farsa, gag leggere e impennate elegiache, ma anche per questo la svolta al tragico è al contempo repentina e già sfibrata. E forse andrebbe invece concesso più tempo e approfondimento alle contraddizioni del lutto finale.

Un figlio che nasce morto al nono mese non è una bazzecola, e un così calmo e mesto colloquio finale sembra piuttosto l’esito di una scissione psicotica che la dolce saggia rassegnazione che ci si vuol  far passare. Quindi. Abbreviare. Meno ciclicità. Graduare nel salire. Approfondire. Scegliere quale linea principale, se farsa commedia o tragedia. Un testo che è una promessa (come il giovane autore e regista), ma che in un certo senso deve ancora nascere, anche se il Petrosino che si agita nel suo liquido amniotico vale il parto.

Il gioco delle forme Scritto e diretto da Stefano Ferrara con Bruno Petrosino foto  Giovanna Onofri disegno luci Gloria Mancuso

Visto venerdì 15 maggio 2026 al Teatrosophia di Roma

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