Spettacoli — 25/11/2025 at 13:20

Il tempo, la morte, la bellezza, in AETERNO Dorian Club

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RUMOR(S)CENA – ROMA – Scritto e diretto da Matteo Fasanella ed in scena a Roma al Teatrosophia fino a fine novembre, AETERNO Dorian Club, parte da un capovolgimento che riprende in maniera diversa il nucleo centrale del romanzo wildiano, ovvero il tema dell’immortalità. Nel romanzo, spinto ad un oltre la morale dal niciano mentore Lord Henry Wotton, Dorian vive con intensità criminale, lasciando che il tempo e le brutture d’anima si incidano solo nel quadro nascosto in soffitta. Ma alla fine muore per un rigurgito d’orrore di fronte alla tela maledetta.

Non così qui, dove Dorian – come ormai consolidata moda tra le serie sui vampiri – compare prigioniero tormentato dell’immortalità, tra solitudine noia esistenziale e rigurgiti del passato, che ritorna come rimpianto di vita non vissuta e rimorso per il male seminato. Vivo ormai da 130 anni, e dovendosi spostare di continuo per nascondere il non invecchiamento, esperisce più vite da cui sempre in fuga. E alla fine si rintana a vivere-non vivere nel Dorian Club, mimetizzato nella folla dei gaudenti. Una vita dove sono il cibo noia, il sesso rabbia, e la felicità un nonsenso, nella stanca ripetizione del piacere.  

Ma il non vita non risparmia la mente Tornano così a visitarlo ed interrogarlo nel profondo sul senso di vita e morte sia i personaggi del romanzo, sia figure alte e simboliche del mondo dell’arte: Zelda Fitzgerald, Andy Warhol, David Bowie, Virginia Woolf, John Lennon. Figure dell’aldilà o della fantasia, talora vogliono da lui risposte sul segreto dell’immortalità, talora rimpiangono la propria fine e rivendicano i propri momenti alti.

Altre volte lo perseguitano con accuse. Un carosello surreale e filosofico crescentemente stralunato, dove si alternano con lui momenti di tensione erotica e momenti criminali. Inquietante su tutti quando Andy Warhol (un sulfureo Nicolò Berti), levandosi la parrucca arancione, si trasforma in Basil (il pittore nel romanzo ucciso da Dorian, ma anche suo amante). Dal Warhol traumatizzato dall’attentato del 1968, e timoroso della morte, diventa ora morte e vendetta (Volevo salvarti, e mi hai ucciso), accoltellando Dorian, e poi sgozzandolo.

Solo Henri Wotton, che poi incarna anche John Lennon (un Lorenzo Martinelli di efficace ironia e riflessività), rimane figura pacata, un fine e saggio umorista, che tutto inquadra in filosofema, in esortazione al vivere le emozioni. Lui che nel romanzo non muore, e che se muore come Lennon è per una coraggiosa scelta ideologico pacifista. E Dorian? È  perennemente in tormento. Forse solo un po’ troppo ossessivamente sul tono dell’angoscia urlata, della monocorde disperazione, trovando solo verso la fine il tremulo dello sgomento e della debolezza. Una parte peraltro difficile da reggere, e che Costantino Seghi comunque lavora con intensità. Forse per ora più riuscita tuttavia sul lato fisico gestuale che su quello intonazionale, su cui ancora deve approfondire, scavando sfumature.

Se l’assunto filosofico dello spettacolo è infatti semplice, le sfumature dei vissuti individuali sono quelli che gli dovrebbero dare corpo teatrale. Certo. L’immortalità è un deserto. La vita prende senso dalla morte, rendendo preziosi gli attimi del vissuto. Bisogna vivere con coraggio, sentire. L’immortalità azzera la ricerca del senso nell’eterna ripetizione. Ma ognuno articola il dilemma a modo suo. E questa è la scommessa di questi personaggi epifania, sia nella loro articolazione testuale, che nella loro realizzazione performativa. Una scommessa con esiti qui altalenanti, ma con diversi momenti intensi per gestualità. Convincente sul piano gestuale Sabrina Sacchelli, soprattutto nel rivivere le tragedie della Sibil del romanzo, il suo suicidio d’amore per Dorian, ed intensa nella focosa rivendicazione esistenziale di Virginia Woolf.

Diana Forlani

Ed intensa Diana Forlani soprattutto quando impersona la passionalità di Zelda Fitzgerald, sia quando rivendica il vitalismo gioioso dei primi tempi, sia quando ricorda i ricoveri psichiatrici, l’abbandono, la morte tra le fiamme. Ed ovviamente aiuta il tutto la drammaturgia sonora e delle luci, terreno di consolidata maestria di Fasanella. Così esplode psichedelica l’ouverture scenica, tra fumi e luci bianche e blu, dove su un martellante tappeto sonoro elettronico si scatenano femmine in lap dance, e così luci musica fumi crescono nei momenti culminanti, come effetti dissolvenza.

In tal senso, per effetto di contrasto – come un flauto dopo la tormenta – splendida l’epifania finale della voce off di Gianni De Feo, che incarnando il punto di vista autoriale (Oscar Wilde, il regista), con toni suadenti, magistralmente pausati, beffardamente cantilenati, irride il tormento di Dorian. Tu non esisti. Sei un mio desiderio. Perciò immortale. L’uomo non è immortale, e per lui l’immortalità è tormento. Ma l’arte immortala la bellezza. L’arte è la vera unica immortalità.

Un epifania dall’alto che, fragilizzando la centralità tragica di Dorian, marginalizzandolo, permette anche all’attore di trovare toni nuovi, di dubbio e sgomento, e non più la predicazione stentorea della tragedia. Ora, in una luna di luce, in un silenzio abbuiato, all’angolo, legge il romanzo di Wilde, e ride, mentre cresce in volume e mestizia la suite per violoncello di Bach, a precedere lo schiudersi degli applausi.

Visto al Teatrosophia di Roma, giovedì 20 novembre 2025

AETERNO Dorian Club Una visione da Il ritratto di Dorian Gray, di Oscar Wilde. Drammaturgia e regia, Matteo Fasanella. Con: Costantino Seghi, Diana Forlani, Sabrina Sacchelli, Nicolò Berti, Lorenzo Martinelli. Voce off, Gianni De Feo. Aiuto regia, Virna Zorzan. Assistente alla regia, Vivian Guarnieri. Coreografia, Valentina Falanga. Allestimento scenico, Alessio Giusto. Disegno luci, Matteo Fasanella. Costumi, Nicolò Berti. Roma, Teatrosophia – 19-23 / 26-30 novembre 2025

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