RUMOR(S)CENA – MILANO – In scena al Teatro Franco Parenti di Milano dal 14 al 23 novembre 2025, “Giacomina”, scritto e diretto da Salvatore Cannova, già nel 2019, mostra tutti i tratti tipici dell’opera prima. Dell’allora esordiente è la pur comprensibile voglia di attingere al proprio bagaglio narrativo familiare, specie quando questo offra storie di un certo impatto emotivo; a ciò, si affianca il desiderio di una forma in controtendenza, quasi ad uccidere quei padri/numi tutelari – da Emma Dante a, chissà, Rosario Palazzolo -, che certo deve aver incontrato nell’esperienza formativa al Teatro Biondo di Palermo.
“Giacomina” e la memoria familiare
Nasce così “Giocomina”, in cui Cannova, in rigorosissimo dialetto siculo, racconta lu contu della nonna inspiegabilmente segnata dal male del secolo: dal primo ballo in maschera, quando aveva appena diciott’anni, fino a quell’ultimo tragico capitolo di una vita trascorsa a sentirsi sempre di suverchiu.

Metodologicamente lo fa, attingendo ai ricordi di Cettina, storica amica della progenitrice, al punto che, quel che ne vien fuori pare abbia più a che fare con l’amicizia, che con la memoria di famiglia – e, ancor meno, con quel messaggio di vita, che possa aiutare a superare gli abissi, in cui ognuno di noi, oggi, si può ritrovare, accorato monito dello stesso Cannova, a proposito di questo suo lavoro, che gli è valso il patrocinio del centro clinico per la sofferenza psicologica “Lo Spazio”.
La pretestuosità dell’occasione prossima
Quel che, in fondo, stride è che la fragilità di Giacomina pare essere solo accidentalmente questa. Questa o un’altra, infatti, poco sarebbe cambiato: in definitiva, qui il disagio psichico pare solo l’occasione prossima per raccontarci della forza di un’amicizia schietta e tenace nell’attraversare – fra l’altro, a volo d’uccello – le vicissitudini di un’intera vita. Così, dopo avercele mostrate giovinette alle prese col primo ballo in maschera di paese – con tutto il timore e tremore, l’eccitazione e la disillusione di due poco più che adolescenti -, improvvisamente eccole cinquant’anni dopo. Che è successo, nel mentre?“Cinquant’anni di pillole e preghiere… per essere torna e da capo!”, c’informa, en passant, Cettina, che si affretta a puntualizzare: “Prima, c’era la mamma; poi, quando non ci fu più…”. E, però, di tutto ciò, a noi resta solo questa frase sibillina, ad alludere a quanto ciascuno può – se può – immaginare.
Gli occhi del bambino
Di un’intera vita, fatta di attimi – di quei lunghissimi, insopportabili attimi, a cui Giacomina talvolta allude, in fulminei a parte – ci giungonosolo notizie frammentarie: un marito, che deve aver tanto amato e che ora le manca da morire, una nipotina, che irrompe giocando e che poi si accommiata, lieve, come il bacio, che le lascia prima di andar via e pochissime altre. Accurate, per converso, certe sequenze narrative – vedi quella di Suor Rita, il coro e l’ora di catechismo -, che, seppur godibilissime e ben giocate, occupano un tempo forse eccessivo nell’economia di uno spettacolo, che improvvisamente implode nella tragedia annunciata.

Così, l’unica cosa, forse, che possa dare un senso a tutto ciò è il dato autobiografico: il drammaturgo, allora bambino, ha dovuto ricostruirla a posteriori, la storia della nonna. E ora ce la porge con tutta l’euristica, giocosa e, chissà, pudica frammentarietà dei ricordi della Cettina reale di fronte a quest’ormai giovane uomo. Dell’allora bambino, del resto, permane anche il registro narrativo: giocoso come, forse, le parole dell’attempata amica superstite, fra reticenze e ironia.
Corpi in scena
Tutto ciò è portato in scena attraverso pochi, agili, ma efficaci oggetti – uno scenario basico eppure mutevole, tre sedie, un lenzuolo, qualche molletta da bucato, capace di diventare, all’occasione, bocciolo di rosa o simbolo foriero di ben altre vicissitudini -, la cui e versatilità agevola il giocoso fluire dei quadri narrativi, ma, soprattutto, grazie alle performance di Clara Bray/Giacomina ed Eletta Del Castillo/Cettina. Se la prima è imprigionata nel ruolo dell’omonima protagonista – e, spesso, nella fissità di quel suo male oscuro, che pare manifestarsi principalmente in stati ansiosi freezanti, che le spezzano il fiato, rendendola muta, attonita, inerme -, alla seconda è affidata una vivacità di colori ed emozioni, oltre che di personaggi, che impeccabilmente gioca con una maestria e polivocità davvero notevoli.

Credibilissima nella Cettina giovane – ma anche nel gioco del teatrino, con cui s’intrattenevano da ragazze, che la vedeva impersonare la parte del Principe -, le basta plasmare quel suo straordinario strumento prossemico per trasformarsi in un’anziana non meno credibile – l’inarcatura delle spalle, il timbro della voce e quel passo incerto senza mostrarlo – o, ancora, nell’argento vivo della nipote bambina dai riccioli d’oro o nell’enfasi rapita della monaca.
Non una questione di genere
Ed ecco perché non si tratta di una questione di genere – letterario, ovviamente. Purtroppo non credo che la debolezza del testo – quel suo in fondo non dire, ma alludere soltanto -, sia scusabile con la scelta di un registro narrativo leggero per non costringere nessuno a precipitare negli abissi della malattia (“Leggeri” sono anche i personaggi evocati dalla Del Castillo, che pure non per questo peccano di forza, godibilità e credibilità).
Intanto perché mi sembra un po’ una contradditio in terminis volersi sospingere sul friabile terreno del disagio psichico – e del pregiudizio sociale, stante quel pur dal sen fuggito: “La gente non lo deve sapere…” – e pensare di poterci solo planare dall’alto, quasi a non volersi – o, in fondo, forse solo sapersi – sporcare le mani.
Visto al Teatro Franco Parenti di Milano il 23 novembre 2025




