RUMOR(S)CENA – TORINO – Ha una dote peculiare, Leonardo Lidi: la capacità di penetrare la tragicità di un testo anche attraverso il grimaldello del comico e del grottesco. Come abbiamo visto da ultimo la scorsa estate con la messa in scena di Baccanti di Euripide al Festival di Teatro Antico di Veleia, così l’alchimia si è ripetuta con un’altra tragedia iconica e abissale qual è Amleto di Shakespeare, scelta per inaugurare la stagione che celebra i 70 anni del Teatro Stabile di Torino.

È un principe di Danimarca in là con gli anni, pingue e goffo, quello che varca il lucido sipario bianco e fa il suo ingresso in scena illuminato da un occhio di bue. Avanza verso il proscenio e percorre la passerella aggettante sulla platea, instaurando fin dalle prime battute un rapporto intimo e colloquiale col pubblico. Vestito di bianco con una sorta di divisa da scolaretto adorna di un ampio collo che rimanda all’iconografia del Clown o del Pierrot, calzando una parrucca nera con frangia (un omaggio all’arte di Carmelo Bene, come spiega il regista) Mario Pirrello al suo apparire sorprende e sconcerta. Poi, a mano a mano, il mondo interiore di Amleto, il suo universo di amore e insieme di dolore, la sua contrapposizione al potere prendono forma e suscitano emozione autentica attraverso la mimica e la vocalità duttile dell’attore capace di passare dalla gioia al lamento, dall’ironia all’invettiva, dal pianto al riso.

Gli interpreti si muovono all’interno di una scenografia antirealistica (disegnata, come le luci, da Nicolas Bovey), bianca, di un nitore abbacinante che fa da contrappunto al buio dell’anima. Su i suoi gradini circolari prendono posto i personaggi, anch’essi maschere vestite di bianco, come Amleto (i costumi sono di Aurora Damanti); figure stilizzate, come se i disegni delle illustrazioni di un libro per bambini prendessero vita sul palcoscenico. L’abito di Gertrude (Ilaria Falini) richiama, parodiandole, le forme secentesche, come quello di Claudio (Nicola Pannelli), l’unico a vestire di rosso, segno esteriore della sua sanguinaria sete di potere, tra cinismo e ambizione. Polonio (Rosario Lisma) indossa una tunica simile a quella del sacerdote di un rito che crede stoltamente di poter dirigere secondo i propri disegni e di cui invece rimarrà vittima.

Il corpo di Ofelia (Giovanna Vigogna), infagottato in un pagliaccetto infantile, incarna il suo amore sofferto e l’indifeso candore, espresso a tratti dal canto melanconico e appassionato di Dos gardenias di Isolina Carrillo, intonato con sentimento dall’attrice. Rosencrantz (Alfonso De Vreese, interprete anche di Laerte) e Guildenstern (Christian La Rosa), con seni posticci e parrucche vistose, appaiono come due ambigue prostitute asservite al re usurpatore; mentre Orazio (Christian La Rosa) con i suoi occhiali da studioso e l’atteggiamento partecipe è l’amico fidato che nel finale si farà cantore del tragico epilogo.
A lui è affidata anche l’animazione del pupazzo creato da Damiano Augusto Zigrino e Silvia Fancelli per dare volto e voce al fantasma del vecchio re Amleto con una soluzione che svela programmaticamente l’artificio scenico. È dunque un mondo dichiaratamente artificiale – l’artificio del teatro – quello che si apre davanti agli occhi degli spettatori che però sono chiamati a interrogarsi sulla realtà, a specchiarsi in essa attraverso ciò che si compie sul palcoscenico. È un invito pressante a farsi collettività consapevole e partecipe, a sentirsi chiamati in causa in prima persona di fronte alla prepotenza e all’ingiustizia. «Trattali bene gli attori perché sono l’essenza di un’epoca» è il monito che arriva dalla scena e per renderlo tangibile Amleto chiama inaspettatamente sul palco due persone del pubblico a impersonare i guitti girovaghi interpreti dell’ “Ecuba”, la tragedia rappresentata a corte per sua volontà per mettere a nudo la trama delittuosa di Claudio.

Il disegno registico e interpretativo di Lidi è strettamente connesso al certosino lavoro di traduzione e adattamento del testo ad opera di Diego Pleuteri, che ha sfrondato l’originale delle ridondanze obsolete per il pubblico di oggi, senza però intaccare la sostanza e la ricchezza della tragedia shakespeariana, ma asciugandola per renderla più facilmente accessibile alla platea. Una scelta che ha dato modo agli attori, tutti eccellenti, di esprimersi al meglio, con picchi di verità, come la struggente disperazione della fragile e dolce Ofelia avviata al suicidio.
Visto al Teatro Carignano di Torino giovedì 9 ottobre 2025




