RUMOR(S)CENA – JERZU – ULASSAI – (Nuoro) – Sette giorni di festival, più di 2500 spettatori, teatri all’aperto a Jerzu e a Ulassai, nella terra d’Ogliastra, in Sardegna. Posti di bellezza mozzafiato, piccole città unite per un evento che si ripete e cresce da ventisei anni. In quanti conoscono il “Festival dei Tacchi”? In quanti, tra quelli che si recano in vacanza in Sardegna, programmano il loro percorso lasciandosi lo spazio, ed il piacere, di una sosta di qualche giorno, agli inizi di agosto, tra Ulassai e Jerzu? Faccio ammenda, pur avendo da anni fatto del sud della Sardegna il mio “buen retiro”. Io non c’ero mai andato. E me ne sono pentito quest’anno che ho tradito l’imperativo ferreo di non interrompere le vacanze per qualche giorno di lavoro andando, spettatore, a questo bell’appuntamento. Eccomi ad assistere ai tre o quattro spettacoli in programma ogni giorno, Eccomi, stupito, partecipare agli incontri con chi a questo festiva lavora. Scambi di informazioni, riflessioni, idee, confronti su drammaturgie in scena o in arrivo.

A cominciare da Giancarlo Biffi, anima creativa e mente ardimentosa del Cada die Teatro, che ha dedicato quest’anno la sua creatura creando allo “stupore”, cercando occasioni per spazio di memorie e progetti a venire. Passato e futuro per costruire un presente d’armonia che appaga, incuriosisce, crea rapidamente quel che si chiama, con brutto neologismo, fidelizzazione. Festival è parola che si moltiplica d’estate e desta sospetti, contrabbandata com’è per carpire consensi di avara politica culturale che maschera turismo di consumo, adoperata per cogliere occasioni d’economie prudentemente prodighe. Dovrebbero chiamarsi più onestamente “rassegne” tanti di questi appuntamenti. Perché fa la differenza se un artista si trova per caso in uno spazio e se ne fugge senza aver capito se c‘era un “oltre” prima e dopo il proprio spettacolo. E fa la differenza se ci si ritrova poi tutti, a cena intorno ad una lunga tavola a creare nuova amicizia, scambi di saperi, scoperte di poetiche e idee nuove da confrontare e su cui riflettere per verifiche di linguaggi e progetti.
Accade così al “Festival dei Tacchi” ed è un piacere. Tanti gli spettacoli dunque, e lasciando “da parte” gli spettacoli “di richiamo” o che potremmo chiamare “di garanzia”, che sono affidati a nomi come Sabina Guzzanti in “Liberidì liberidà”, in scena con la sua impertinente e intelligente ironia a parlare di politica senza far parere, come fosse uno scherzo, un augurio uno sberleffo. O come Ascanio Celestini, mitico asceta di parola e pensiero, ramingo pellegrino di coerenza con la sua attraversata tra “Poveri cristi”. Sono nomi già da tempo nel gotha del teatro non allineato. Più sorprendente magari il percorso di Roberto Mercadini che in “Felicità per negati” propone capovolgimenti comportamentali per riflessioni quasi scientifiche, divertimento e sorpresa conditi di sorprendenti informazioni, mescolamenti di linguaggi che moltiplicano il suo esser solo facendolo folla. Un piacere. Come piacere è sempre il “ragionar recitando” di Concita De Gregorio che, giornalista provetta e donna attenta al nostro tempo si guarda intorno e intercetta sempre ironie non svendute. Lo fa questa volta con “Un’ultima cosa. Cinque invettive, sette donne e un funerale” andando a frugare tra quanto detto o scritto da donne esemplari. E anche questo è gran piacere per il pubblico del festival.

Ma non è scoperta di nuova drammaturgia, nuovo nome, nuovo artista che si mette in gioco, mentre il “Festival dei Tacchi” va battendo il territorio con un lavoro di scouting puntuale, cercando talenti da mettere in campo, magari poco presenti nel panorama dei circuiti della Sardegna che soffrono la distanza e le difficoltà di comunicazioni spesso poco armoniose. Incontriamo così forza e poetica di questa terra antica, e scelgo qui di segnalare il racconto intenso e dolce di Pierpaolo Piludu “raccoglitore di storie di antiche comunità di anziani” che ha costruito il suo “Istorias” (prodotto da Cada die Teatro) con un gruppo composto da quattro artisti strepitosi per capacità emotiva e qualità del canto, Antonio Piras, Pietro Dettori, Giampiero Motzo e Sandro Fiore, per uno spettacolo/racconto che è sorpresa e lieve turbamento di memoria distante, favola di cronaca, leggenda che s’invera. Piludu parla, pacato, quasi sussurrando, e i suoi racconti sono antiche storie colte da vecchi intorno al fuoco, li ripete intrecciando quella sua lingua che s’ammorbidisce al suono e corrisponde ai canti dei suoi amici. “Canto a tenore de Su Cuncordu Iscabescu” con un bicchiere di vino rosso in mano ed il volto severo che s’addolcisce in sorriso prudente, parlando d’amore, di banditi, di morti che parlano ai vivi, di diavoli ed angeli in lotta nelle notti di Scano Montiferro.
Grande emozione e voglia di non smettere l’ascolto come in un incantesimo antico e una scoperta. Scoperta come il gioco sottile del racconto di Antonio Catalano e Mauro Mou, il secondo anche in scena, insieme a Laura Farci, a dirci di una bambina che cresce e vuole vivere la sua sfida di vita e l’attraversa a tappe e balzi, come una conquista fatta di gesti piccoli e tenerezze vissute piano. Scrittura pudica, dedicata, innanzitutto ma non soltanto, a giovani spettatori per dar loro coraggio e sapienza, come a volte il teatro deve fare e se arricchisce le parole ed i gesti con il profumo dei biscotti infornati e cotti al punto, si sa bene che il gioco coglie meglio il segno e la memoria.
Così procede il festival, con il racconto della vita di Marie Curie e della sua vita eroica e sapiente che Silvia Elena Montagnini porta in scena per Dispari Teatro, con il tenero gioco di ricordi di “Teresa, ovvero la sarta che voleva ricucire il firmamento” scritto da Antonio Catalano per la grazia gentile di Patrizia Camatel di Casa degli Alfieri, a raccontare di amore e cuciture d’abiti e sentimenti messi insieme a fatica, al suono della radio d’altri tempi. Con mostra, preziosa davvero, di pannelli/tessuti tra pizzi, merletti, ricami e disegni cuciti in quadri di dolci visioni, come vecchie tappezzerie ritrovate o memorie di serate lontane. È festival che si moltiplica e incanta.

E diverte naturalmente. Con i giochi in sussulto della “Sparanoia” di Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri, astro nascente e già molto amato dal pubblico dei giovani in ansia di risata, con quelli appena pronti di “Sarém” in disordinato affanno d’interrogativi in crescita messo insieme da Andrea Chiapasco e Emanuele Franco. E Andrea Santonastaso, Giancarlo Biffi, Max Paiella, Jacopo Veneziani, Giulietta De Bernardi, Giorgia Calandrini, a fare folla e successo con le loro proposte. Mai provocanti e in privilegio raro come l’”Hamlet Private” di Michele Lino Bruno Losi che Giulietta De Bernardi presentava soltanto ad uno spettatore per volta, nell’”uno a uno” per una personale restituzione del capolavoro shakespiriano.

Dovessi dare la palma però a uno spettacolo tra i tanti che questo festival tutto da scoprire, ed amare, ci ha proposto nel tempo dell’agosto sardo la darei alla fatica di Massimiliano Loizzi solitario autore e protagonista de “Il Matto, la Terza Repubblica” (eroica produzione del Teatro della Cooperativa). Un funambolo della parola che riesce a far ridere anche quando si resta inorriditi dal percorso che condanna a morte certa sventurati in cerca di aiuto in un mare creduto amico, temuto come ostile testimone, giunto ad essere nemico e carnefice in indifferenze colpevoli e criminali connivenze infami. Loizzi imbastisce un processo, verosimile o vero, di forte impatto e di parole certe. Adopera documenti delicati, testimonianze, registrazioni, scritti che si preferirebbe non esistessero perché vergognosi, ed altri disperati d’amore e sconfitti. Ne fa tessuto di drammaturgia civile, teatro in cento personaggi, lui solo si moltiplica in gioco costruito in sussulti repentini, passaggi e salti logici per un processo bugiardo e di bugiardi in cui la verità poi viene a galla ed è sberleffo alla vita.
Ci si ride alle volte, inorriditi, perché Loizzi è bravo a tenere le redini al suo gioco senza patetismi, lasciandoci poi alla fine della sua lunga fatica d’attore d’energia feroce con in bocca l’amaro di una verità cattiva. Perla di teatro tra tutti questi spettacoli a dare forza a questo bel “Festival dei Tacchi” sempre in crescita, che intanto ha portato il suo pubblico a conoscere autori di Jerzu e di Ulassai con libri scritti e pubblicati, e percorsi poi nella natura e nell’arte, di grande bellezza grazie al lavoro di un gruppo affiatato ed alla collaborazione, per la prima volta, di Camuc (Casa Museo Cannas) di Ulassai, che ha ospitato laboratori di ceramica e ricamo per chi ha avuto tempo e curiosità tra gli spettacoli.
Sostenuto da Comune di Jerzu, Comune di Ulassai, Fondazione di Sardegna, Regione Autonoma della Sardegna e Ministero della Cultura, la Provincia dell’Ogliastra e la Fondazione Stazione dell’Arte, il Festival dei Tacchi l’anno prossimo già è programmato dal 4 agosto 2026 e per una settimana. Info su www.festivaldeitacchi.it.
Festival dei Tacchi Il Teatro nel paesaggio XXVI edizione Jerzu e Ulassai visto dal 3 al 9 agosto 2025




