RUMOR(S)CENA- ROMA– Nella fredda tensostruttura dello Spazio Rossellini palpitano le elucubrazioni de Il Diario di un pazzo con l’one man show Francesco Meoni che, nell’occasione, cura regia, direzione, riduzione, interpretazione e musiche dello spettacolo. Un’esibizione nell’ambito della rassegna Spazio solo che contempla monologhi di qualità. Un’idea ritagliata ad personam con un pizzico di sana megalomania per una versione che scava sulla scrittura scenica e cerca il miglior risultato per l’interprete. Ci si allontana dalla dimensione russa per una funzionalità più universale dove l’alienazione irrisolta del protagonista è un doloroso messaggio di estraniamento rivolto al mondo tutto.

La discesa nella follia di un burocrate che non vuole saperne di tornare al lavoro è descritta con una minuziosa escalation, ben assecondata da una scena spoglia e alla fine bianca, da musiche incalzanti, da uno sciorinamento di panni in uno spogliarello non solo metaforico perché alla fine l’attor rimane integralmente nudo in scena. Il varo del racconto fu laborioso e sofferto per Gogol che debutta con la precedente versione delle Memorie di un musicista pazzo, facendo poi i conti con la censura: parti tagliate per la feroce critica al sistema burocratico e progressivamente reintegrate di modo che oggi possiamo risalire alla versione originale. Sentimentalmente deluso il funzionario concentra i suoi interessi su una sostituzione di persona.

Si crede nientemeno che Ferdinando VIII Re di Spagna e comincia a firmare i documenti con quella identità. Quando viene portato al manicomio (quello classico) crede di comparire in una corte spagnola. La performance sottolinea questa caduta valorizzando il carattere grottesco imposto a Gogol come timbro fondamentale del racconto. Non c’è pieta, non c’è compassione, né commiserazione per questa caduta. Nella letteratura russa e/o sovietica la deformazione dei personaggi è spesso legata a deviazioni psicosomatiche (vedi quanto siano care queste patologie a Cechov). Qui si adombra un caso di latente schizofrenia ancora prima che questa malattia venisse scientificamente diagnosticata.
Popriscin (questo il nome del personaggio) soffre di allucinazioni uditive, immagina che i cani gli parlino. Dato che non riesce a comunicare con uomini e donne questa è una scorciatoia sostitutiva che lo appaga. Si sente oppresso dalla società nella costrizione del lavoro e dunque instaura un meccanismo di rifiuto che lo isola e gli fa costruire un mondo immaginario dove può trovarsi a proprio completo agio. Con un intento del genere evidentemente lo spettacolo rischia di essere più calligrafico che didattico con un auto-appagante compiacimento attoriale. L’adattamento mette in luce la distanza tra l’individuo e la società, tra normalità e devianza, su affermazione personale e limiti delle convenzioni. Lo spettatore non recepisce solidarietà. Il pazzo è solo nella sua deriva sconsolante in un monologo potente e atterrente.

Meoni fa della voce lo strumento del cambiamento. Da impostata, stridula, a allucinata, a delirante: una gamma di timbri che è perno costituente di uno spettacolo in cui anche un ombrello può diventare oggetto multi-dimensionale d’uso. L’attore “solo” domina la scena con la volontà pervasiva di restituire al racconto originario forza, pregnante a consistenza assoluta. Spettacolo di percezioni e di smottamenti umorali destabilizzanti, fedeli al dettato originario dell’autore. L’identità di Popriscin va in pezzi nella perdita totale dello status precedente: precario ma pur sempre un’ancora stabile definitivamente perduta.
DIARIO DI UN PAZZO, tratto dal racconto di Nikolaj Gogol, compreso nei Racconti di Pietroburgo, scritto, diretto e interpretato da Francesco Meoni. Direzione tecnica e sound design di Umberto Fiore; aiuto regia di Tommaso Garrè; disegno luci di Giuseppe Filipponio; musiche di Francesco Meoni e Umberto Fiore; scene di Marta Montevecchi; tecnico Nicola De Santis.
Visto allo Spazio Rossellini di Roma il 21 febbraio 2026.





