Danza, Recensioni — 23/01/2026 at 18:22

Un Schiaccianoci che non celebra la fiaba ma la interroga.

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RUMOR(S)CENA – MODENA – Lo Schiaccianoci è uno di quei titoli che arrivano in scena già carichi di aspettative, memoria, ideologia dell’incanto. Un classico che promette meraviglia e che spesso si limita a riprodurla. La versione di Mauro Bigonzetti per la MM Contemporary Dance Company sceglie un’altra strada: non rifiuta il mito, ma lo mette in tensione, lo espone a una lettura che non protegge l’innocenza della fiaba, bensì la interroga. Čajkovskij resta il punto di partenza, non il rifugio.

Nel momento in cui il sipario si alza, l’atmosfera è già immersa in un’opera di suggestione. L’oscurità, punteggiata da flebili luci che creano increspature sulle pareti, è il presagio di un viaggio immaginifico, di un racconto che non vuole essere solo narrazione. Bigonzetti entra nel mito senza smontarlo, lo attraversa, lo piega, lo fa risuonare in un presente inquieto. La notte natalizia, il sogno, la trasformazione, la lotta tra ordine e caos rimangono, ma perdono l’innocenza illustrativa per farsi materia coreografica, tensione del corpo nello spazio

Lo Schiaccianoci MM Contemporary Dance Company crediti foto Rolando Paolo Guerzoni

La scrittura coreografica si fonda su una relazione critica con la tradizione. Il vocabolario classico è riconoscibile, ma continuamente spezzato, piegato, ricollocato in un sistema di tensioni fisiche e spaziali. Il movimento non cerca mai l’ornamento, ogni gesto è una scelta, ogni sospensione una presa di tempo che chiede attenzione. Il virtuosismo, diffuso e rigoroso, non è mai esibizione autonoma, ma elemento strutturale di una trama coreografica che lavora sulla densità e sulla resistenza del corpo. I passi virtuosistici di tutti i danzatori non sono mai fine a se stessi, ma si integrano pienamente nella trama coreografica, diventando parte imprescindibile della tensione emotiva e della narrazione corporea. La musica di Čajkovskij non viene illustrata, ma attraversata come materia drammaturgica. I danzatori la abitano più che seguirla, creando una relazione fatta di attriti, di sfasature controllate, di adesioni improvvise. È qui che la danza smette di essere racconto e diventa uno spazio instabile in cui sogno e realtà non si fronteggiano, ma si sovrappongono senza mai coincidere. 

Lo Schiaccianoci MM Contemporary Dance Company crediti foto Rolando Paolo Guerzoni

La scena è un dispositivo complesso. Le luci di Carlo Cerri e i video di OOOPStudio non funzionano come semplice apparato visivo, ma come elementi attivi di costruzione del senso. La luce scolpisce i corpi, li isola, li rende talvolta marginali; le proiezioni producono ambienti mentali più che scenari, superfici che reagiscono alla danza e ne alterano la percezione. Il palcoscenico diventa una geografia mutevole che costringe i danzatori a ridefinire continuamente il proprio posizionamento, fisico e simbolico.

In questo contesto si muove Clara, interpretata da Giorgia Raffetto, costruita come figura di passaggio più che come eroina narrativa. Il suo sogno non è un altrove protetto, ma un territorio instabile, attraversato da forze contrastanti. La sua danza lavora su una qualità di sospensione costante: il peso non si deposita mai del tutto, il centro resta mobile, esposto. Tecnicamente Giorgia Raffetto costruisce un fraseggio netto, controllato, basato su spirali e aperture che non cercano espansione, ma ascolto. La musicalità è interna, trattenuta, e proprio per questo efficace: Clara non rappresenta il sogno, lo attraversa come condizione corporea.

Lo Schiaccianoci MM Contemporary Dance Company crediti foto Rolando Paolo Guerzoni

Nicola Stasi, Schiaccianoci, restituisce una fisicità solida ma permeabile. La chiarezza degli appoggi e la precisione direzionale convivono con una disponibilità al cedimento che rende il corpo attraversabile. Nei passi a due con Clara, la relazione si struttura come campo di tensione continua. Le prese sono funzionali, mai decorative; il dialogo è costruito su equilibri instabili che rendono visibile il rischio della relazione stessa. Il Valzer dei Fiocchi di Neve, a chiusura del primo atto, lavora su una qualità frammentata e sospesa. I corpi appaiono e scompaiono nella luce, disegnando una partitura fatta di vibrazioni, micromovimenti, silenzi carichi di attesa. Non un quadro celebrativo, ma una soglia.

Nel secondo atto, le danze di carattere vengono sottratte a ogni tentazione folklorica. La danza spagnola concentra l’energia in accenti secchi e controllati, dove il virtuosismo si misura nella capacità di trattenere, non di esplodere. I passi arabi sviluppano una continuità fluida, fatta di ondulazioni e scivolamenti che attraversano la colonna vertebrale senza indulgere alla sensualità illustrativa. La danza cinese gioca su rapidità e leggerezza apparente, con cambi di livello che rendono il gesto incisivo e preciso. Il Valzer dei Fiori si apre come un respiro ampio: un movimento circolare che avvolge la scena, in cui il corpo di ballo si muove come un organismo unico, oscillando tra espansione e raccolta. Qui la tecnica si fa architettura: equilibri, cambi di direzione, dinamiche corali costruiscono un paesaggio in costante fioritura Drosselmeyer, interpretato da Fabiana Lonardo, agisce come elemento perturbante: una presenza che spezza la linearità del racconto attraverso una danza angolare, discontinua, capace di introdurre slittamenti temporali e percettivi.

Lo Schiaccianoci MM Contemporary Dance Company crediti foto Rolando Paolo Guerzoni

Giuseppe Villarosa, Fritz, appare su una macchina a pedali e porta in scena una fisicità nervosa, reattiva, costruita su rapidi cambi di dinamica e direzione. Il suo corpo trattiene, resiste, si oppone alla trasformazione, diventando controcampo necessario alla deriva onirica della scena. La MM Contemporary Dance Company conferma una compattezza tecnica e una consapevolezza interpretativa che rendono leggibile la complessità della scrittura di Bigonzetti. Il corpo di ballo si muove come una struttura coerente, capace di sostenere la scrittura coreografica senza appiattire i singoli corpi, ma mettendoli in risonanza e lasciando emergere una qualità del movimento costruita sul dialogo e sulla tensione reciproca.

Lo Schiaccianoci MM Contemporary Dance Company crediti foto Rolando Paolo Guerzoni

I costumi di Lois Swandale e Kristopher Millar accompagnano la scena senza sovraccaricarla, lasciando che il corpo venga valorizzato come l’unico vero interprete dello spettacolo. L’apoteosi finale non chiude, ma sospende. Il sogno non si risolve, resta aperto, come una domanda che continua a vibrare. Questo Schiaccianoci non celebra la fiaba: la interroga. È un attraversamento del classico che guarda avanti, trasformando la memoria in possibilità. Un classico rimesso in circolo, non per essere rassicurante, ma per continuare a interrogare.

Visto il 18 gennaio 2026, Teatro Comunale di Modena

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