RUMOR(S)CENA – BOLZANO – Un tempo c’erano due laghi e due paesi: Curon Venosta e Resia, c’erano perché il paesaggio naturale dell’alta Val Venosta, nei pressi del Passo Resia, al confine con l’Austria, fu modificato radicalmente con la costruzione di una diga per la produzione di energia idroelettrica. Tra il 1947 e il 1950 l’Azienda Montecatini venne incaricata di creare un bacino artificiale, oggi chiamato Lago di Resia, unendo i due laghi naturali di Resia e Curon. La diga avrebbe sommerso il paese di Curon e parte quello di Resia. Gli abitanti evacuati a forza, le loro case e i loro terreni espropriati, le attività agricole e di pastorizia interrotte. Il progetto di costruzione della diga risaliva al 1939 ma diventò esecutivo dopo la fine della seconda guerra mondiale.

I ruderi di Curon vecchia fotografati dalla strada nuova. La parte anteriore della chiesa parrocchiale è già stata demolita. crediti foto Museum Vinschgauer Oberland, Graun. Per gentile concessione della casa editrice Raetia
All’inizio non era stato previsto l’innalzamento dell’acqua tale da dover sommergere il paese di Curon. Decisione poi annullata per aver deciso di alzare il livello della diga che avrebbe raggiunto i 22 metri. Un avviso alla popolazione fu affisso sulla bacheca del Comune in lingua italiana su ordine del Genio Civile nel 1940 ma gli abitanti dell’epoca, non conoscendo la lingua italiana, lo ignorarono. A nulla valsero le proteste della popolazione sia a livello locale che nazionale, nonostante una delegazione composta dal parroco di Curon Alfred Rieper e dal vescovo Johannes Geisler venne ricevuta da papa Pio XII a Roma a cui fu chiesto di intervenire presso il governo per ottenere un indennizzo adeguato. Circa 700 abitanti furono costretti ad abbandonare le loro case demolite con l’esplosivo e trasferiti in baracche per due anni, i loro campi coltivati allagati. I defunti riesumati dalle tombe e traslati in un nuovo cimitero. Molti decisero di andarsene per emigrare all’estero. Gli indennizzi previsti erano insufficienti per ripagare la perdita delle loro proprietà: 163 case e 677 ettari di terreno coltivato. L’unico edificio superstite è il campanile romanico del Trecento della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, che emerge dal lago divenuto un simbolo del paese e della sua storia: risparmiato perché sotto tutela della Soprintendenza alle Belle Arti della provincia di Bolzano.

Dal bestseller” Io resto qui” di Marco Balzano edito da Einaudi nel 2018 è stato tratto lo spettacolo dal titolo omonimo per la regia di Francesco Niccolini, andato in scena in prima nazionale giovedì 20 novembre al Teatro Cristallo di Bolzano. Una produzione Teatro Stabile di Bolzano e Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa. Protagonisti Arianna Scommegna e Mattia Fabris nei ruoli di Trina ed Erich, una coppia di sposi testimoni di una comunità ferita e sconvolta in nome del progresso cinico e incapace di provare comprensione per chi avrebbe perso la propria casa e divisi i propri affetti famigliari. Gli abitanti dell’Alto Adige – Sudtirolo, legati al sentimento di appartenenza chiamato “Heimat” che include oltre la propria identità locale, linguistica e culturale, anche gli affetti, le radici per i luoghi natii, traducibile in italiano come un senso di “sentirsi a casa” piuttosto che non come “patria” in senso identitario, provarono una ferita nelle loro vite difficilmente sanabile per lungo tempo.


Lo descrive bene il libro Curon. Il paese sommerso di Georg Lemberg (autore anche del documentario “Il paese sommerso-Curon” insieme a Hansjörg Stecher. Prodotto da Albolina Film nel 2018) e a Brigitte M. Pircher edito dalla casa editrice Raetia nel 2020, con testimonianze molto commoventi raccontate da chi abitava a Curon. L’aggettivo commovente rappresenta bene la versione teatrale curata nei minimi particolari a partire dalla scrittura drammaturgica per poi essere rappresentata sulla scena dal regista Niccolini e l’interpretazione magistrale di Mattia Fabris e Arianna Scommegna, e con l’apporto fondamentale della suggestiva scenografia disegnata da Antonio Panzuto, capace di raffigurare simbolicamente la vicenda del paese di Curon. Su lunghi pali simili quasi ad un villaggio di palafitte sono posizionati i modellini delle case e lo stesso campanile, illuminate dalle luci oscure, tenebrose o diafane (ideate da Alessandro Verrazzi), a seconda del registro narrativo, interpretato dai due protagonisti che si aggirano tra le macerie delle case, tracce dei ruderi che per molto tempo sono emersi quando la diga veniva prosciugata per lavori di manutenzione.

Un teatro di narrazione rievocativo, capace di arrivare al pubblico, suscitando vere emozioni nell’ascolto empatico in cui era impossibile non farsi coinvolgere. La regia di Francesco Niccolini è determinante nel descrivere il dramma attraverso i dialoghi dei due protagonisti, affidando alle parole una valenza drammatica mai fuori misura.
Nel romanzo di Marco Balzano si percepisce un sentimento di sgomento nell’apprendere quanto era accaduto agli abitanti di Curon. In teatro è ancora più palpabile l’immedesimazione provata per merito dell’intensa recitazione della Scommegna nell’interpretare una donna segnata dallo sconforto e dal dolore nel vedersi privata, prima della propria identità linguistica, e poi degli affetti a lei più cari. Insieme a Fabris i due rivivono le gesta di una donna e di un uomo divisi da sentimenti contrastanti, la sofferenza di una figlia fuggita all’estero, la perdita di un’amica arrestata e poi costretta ad emigrare. La morte del padre di lei subito dopo la fine della seconda guerra mondiale e il figlio maschio della copia convinto che il nazismo gli avrebbe liberati dal giogo italiano. Infine il marito partito per il fronte e tornato a casa ferito.

La parola si fa dolente che rimbalza in platea e risuona a lungo nell’ascolto partecipativo tra gli spettatori. In “Io resto” viene raccontato anche un periodo significativo che risale al 1939 quando gli abitanti del Sudtirolo furono costretti ad optare: restare rinunciando all’appartenenza linguistica e dichiararsi italiani o scegliere di andarsene all’estero abbandonando le proprie case. Una scellerata imposizione del regime fascista con l’approvazione di Hitler a cui non importava nulla della popolazione locale. Un periodo storico funesto e tragico rievocato nel romanzo di Felix Mitterer “Verkaufte Heimat” per poi essere ripreso nel film diretto dalla regista Karin Brandauer e dopo la sua scomparsa durante le riprese terminato da Gernot Friedel.

Gli abitanti di Curon vecchia osservano impotenti la via principale sommersa dalle acque. Crediti Archiv Hans Prenner Per gentile concessione della casa editrice Raetia
La vicenda della diga di Curon è testimoniata anche dalla pubblicazione di “Curon. Il paese sommerso”, un fondamentale contributo storico- culturale i cui autori Georg Lembergh e Brigitte M. Pircher (autrice anche della tesi di laurea “Il lago artificiale di Resia dagli inizi a oggi. Leopold – Franzens – Università di Innsbruck 2003). Lemberg scrive nell’introduzione quali sono stati i presupposti che lo hanno portato a realizzare sia il documentario (pluripremiato) e successivamente anche il libro: «Le mie radici venostane mi hanno permesso di orientarmi bene in quei luoghi. Mio nonno era originario di San Valentino alla Muta e nel 1928, durante il fascismo, fu scacciato dal Sudtirolo.

Nei periodi in cui il lago viene svuotato tornano alla luce alcuni reperti. A quale donna di Curon vecchia sarà appartenuta questa scarpa? crediti Georg Lembergh. Per gentile concessione della Casa editrice Raetia
Era un maestro rimasto disoccupato e solo oltre confine, nel Tirolo austriaco, riuscì a trovare un nuovo impiego. Ma nell’intimo rimase per tutta la vita un sudtirolese, tanto da trasmettere l’amore per la sua terra a mio padre, lo stesso amore e attaccamento a questo territorio e alla sua gente che io a mia volta ho ereditato da mio padre». Georg Lembergh rievoca anche i ricordi da bambino quando i suoi occhi rimasero impressionati alla vista della diga: «Sin da piccolo ero affascinato dal grandioso lago di Resia e dal massiccio e inquietante campanile che emergeva dalle sue acque oscure. Ascoltavo rapito le storie dei miei parenti sudtirolesi sulla nascita del lago artificiale. Il racconto che mi faceva più paura era quello su mio zio Hans, annegato nel lago.

La costruzione dello sbarramento comportò una gigantesca manomissione del paesaggio naturale. Una veduta dell’enorme scavo da cui fu estratto il materiale per la diga di terra. È ben visibile l’anima in calcestruzzo dell’opera in corso di realizzazione. Crediti foto Fotostudio Pedrotti, Bolzano Per gentile concessione della Casa editrice Raetia
Appena un anno dopo l’entrata in esercizio della diga, il 13 agosto del 1951, lo sventurato zio si trovava tra i passeggeri della corriera che, sulla nuova strada ancora priva di protezioni che fiancheggiava il lago di Resia a Malles, uscì di carreggiata, sorvolò la scarpata e si inabissò nelle acque. Le vittime furono ventidue». Il tributo di vittime nel lago contò altre dieci persone decedute nelle acque di Resia per un totale di 32. Anche alcuni operai del cantiere della diga e un carabiniere persero la vita durante la costruzione. Brigitte M. Pircher scrive come «La vicenda del lago di Resia è appassionante perché tocca molti temi di natura sociale e politica ma anche umana, nel senso più profondo del termine.
Gli abitanti di Curon e di Resia dovettero lasciare le loro amate case e mettere radici altrove, poiché gli interessi nazionali annientarono quelli dei singoli. Le loro esistenze divennero precarie, insediamenti vecchi di secoli e densi di storia furono distrutti». Nel volume corredato da molte fotografie d’epoca che testimoniano la vita degli abitanti di Curon, scattate in bianco e nero che documentano le fasi della demolizione del paese e gli ultimi istanti di vita prima di essere sfollati. Le testimonianze raccolte dagli autori tra gli abitanti sono la prova di quanto sia stata sofferto l’obbligo di lasciare per sempre le loro case. “Alla marcia di protesta dissi ad un carabiniere che dove spararci e farci cadere nel lago così finalmente avremmo avuto pace. Non vado in battello sul lago.

Non vorrei mai navigare sopra i campi e i prati che c’erano qui. Oltretutto là sotto sono sepolti tutti i miei avi. Non ci passerei mai sopra!” (Lois Messmer, classe 1921, scomparso nel 2016, Moncovo Trento). “O te ne vai o affoghi, si diceva. Ci hanno spazzati via con l’acqua come topi. Se in cantina ti arriva incontro l’acqua, sai che devi andare al piano di sopra (…). Oggi me ne rendo conto, ma a 14 anni no”. Josef Stecher. “Ho ancora davanti agli occhi tutta l’acqua che c’era in casa quando abbiamo dovuto andarcene. (…) I nostri vicini di Resia se ne sono andati tutti. Alcuni avevano ancora dei campi perciò hanno potuto rimanere. Noi no perché tutti i campi erano finiti sott’acqua, senza eccezione, e anche i campi sull’altro lato del lago. Partire è stato veramente terribile”.
Anna Gamper. Oggi il campanile di Resia attira ogni anno circa un milione di visitatori e il lago è diventato luogo di attività sportive come la barca a vela, vela su ghiaccio, pattinaggio su ghiacci, bicicletta, jogging, kitesurfing e snowkite e i turisti possono navigare a bordo del battello MS Hubertus. Il campanile è diventato un simbolo universale a ricordo di una vicenda dolorosa che ha segnato per sempre quel luogo a memoria perenne. La storia del lago di Resia ha ispirato anche la serie mistery di Netflix “Curon” e lo spettacolo teatrale e musicale “Curon- Graun” della Compagnia OHT-Office for a Human Theatre fondata dal regista Filippo Andreatta andato in scena nel 2018 insieme all’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento.
Visto al Teatro Cristallo di Bolzano il 20 novembre 2025
Tournée
22/11/2025 – Merano, Teatro Puccini
24/11/2025 – Bressanone, Forum
25/11/2025 – Brunico, Nobis
26/11/2025 – Vipiteno, Teatro Comunale
27/11/2025 – Pergine, Teatro Comunale
30/11/2025 – Tione, Teatro Comunale
03-15/03/2026 – Milano, Piccolo Teatro (Studio Melato)
Io resto qui
di Marco Balzano
adattamento teatrale e regia Francesco Niccolini
con Arianna Scommegna e Mattia Fabris
scene Antonio Panzuto
costumi Emanuela Dall’Aglio
luci Alessandro Verazzi
musiche originali Dimitri Grechi Espinoza
assistente alla regia Salvatore Cutrì
direttore di scena e elettricista Giuliano Amerighi
fonico Giacomo Gottardi
macchinista attrezzista Daniela Cappiello
produzione Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro Cristallo
in collaborazione con PASSO NORD, centro regionale residenze artistiche Trentino – Alto Adige/Südtirol sostenuto dal MiC – Direzione Generale Spettacolo, Provincia autonoma di Trento e Provincia autonoma di Bolzano
Si ringrazia il Comune di Curon e tutto lo staff per la preziosissima collaborazione
Un particolare ringraziamento a Felix Obermair Casa editrice Raetia Bolzano per la gentile concessione delle immagini




