RUMOR(S)CENA – È uscito quest’estate per Adelphi il nuovo libro della drammaturga francese Yasmina Reza La vita normale (traduzione di Davide Tortorella ). Pluripremiata e tradotta autrice di letteratura, teatro e di cinema (precedentemente anche attrice), Reza si presenta con questo magnifico testo, molto diverso dai precedenti, che altro non è che una raccolta di casi di cronaca nera tratti da sedute di appello dei tribunali penali: “Per me il tribunale è un punto di osservazione come un altro, come la strada o la camera da letto“. Brevi o addirittura brevissimi, questi passaggi di vite sconosciute appaiono come dei monologhi teatrali dove si raccontano uomini e donne al margine, condannati per omicidi, stupri fraudolenti, atti violenti per soldi, per amore, per vendetta, per gelosia. Dietro ogni storia (dal titolo: Audrey, Il libraio, Il signor Louette, la signora Klin, Gérard.) si nasconde una Desdemona, una Medea, un Edipo… Come far rivestire alla vita quotidiana i panni del mito, quella vita normale che da un momento all’altro diventa straordinaria nella ferocia, nell’indicibile, nel non immaginabile, nell’orrore esistenziale. La scrittura di Reza sembra fredda, distaccata, non giudicante ma in realtà talvolta empatizza con gli imputati stessi; tuttavia l’autrice non chiede ai lettori di fare altrettanto. Un mondo che racconta sotto giuramento, verità che non vorremmo mai sentire, storie da drammi noir televisivi per appassionati del genere. Lutti e amori, ombre e luci di vite in realtà “non normali” che si mostrano sotto i fari di un tribunale ma di cui non conosciamo le sorti, il destino, la sentenza.

Che ne sarà di loro? L’autrice ha schiacciato il tasto Stop, ha interrotto la trasmissione e ha raccontato un solo momento significativo sul piano psicologico: a noi non resta che lavorare di immaginazione o più concretamente, cercare su Google come è andata a finire l’accusa di corruzione a Sarkozy raccontata tra le pagine del libro, e che ne è stato delle vittime dell’anziano che si fingeva un bellissimo modello sul web per attirare prede disperate nella loro solitudine e stuprarle. Ciò che è interessante è che l’autrice unisce a questi racconti tratti da esperienze reali nei tribunali francesi, anche suoi personali frammenti di memorie minime autobiografiche, di ricordi flash di persone che non ci sono più, di editori che ha o non ha amato e di scrittori che ha seguito.
Yasmina Reza ha solcato con successo il terreno sia della letteratura che del teatro a livello mondiale, con testi che riescono a conciliare, con grande maestria, tematiche intimiste con un tono dissacrante e ironico, molto apprezzato dal grande pubblico. È conosciuta come l’autrice della pièce che ispirò Carnage (2011), il film diretto da Roman Polanski che parla proprio di violenza familiare e di coppia, oppure per il suo romanzo più celebre, Felici i felici (sempre Adelphi). Il suo straordinario lavoro messo in scena e tradotto in Europa e all’estero, è stato poco analizzato e studiato in Italia. Yasmina Reza nasce a Parigi nel 1959, in una famiglia ebrea esiliata, da madre ungherese e padre iraniano. Studia sociologia e poi, fin da quando è giovane, dedica la sua vita all’arte: comincia la sua carriera teatrale come attrice, partecipando a rappresentazioni di Moliere e Marivaux; tuttavia, ben presto si accorge che è la scrittura ad ispirarla davvero
Dato il suo legame con la recitazione si dedica primariamente a testi teatrali: la sua prima pièce, Conversazioni dopo un funerale, viene rappresentata per la prima volta nel 1987 e le vale il premio Moliére come miglior autrice. Da qui cominciano a delinearsi i tratti tipici della sua scrittura: gli avvenimenti centrali a volte piccoli e banali, che diventano espedienti per far emergere il conflitto sotterraneo tra i personaggi; la complessità delle relazioni umane; l’ironia usata nei dialoghi come catalizzatrice del tema dell’incomunicabilità; il sottotesto come elemento che accentua le sfumature della psicologia dei personaggi. Tra le opere rappresentative del teatro reziano in quanto contengono elementi topici, ci piace ricordare: Conversazioni dopo un funerale; Arte (il testo che ha portato Reza al successo su scala globale), Bella figura (che sintetizza molti temi, intrecci e meccanismi letterari e dialogici costanti dei testi di Reza) Il dio del massacro (che rappresenta il tema del conflitto, onnipresente).

Bella figura fu commissionato dal regista tedesco Thomas Ostermeier per lo Schaubühne di Berlino, uno dei più famosi teatri di ricerca contemporanei. Molti critici hanno visto in Reza dei legami e dei riferimenti alle opere di Anton Cechov per la costante presenza del sottotesto, per l’immobilismo che caratterizza le situazioni dei personaggi- soprattutto in Conversazioni dopo un funerale – e per il loro senso di assenza di motivazione, incapaci come sono di agire per cambiare la propria condizione. Ma è stata associata anche a Strindberg, per la malinconia sottesa e nascosta dietro all’affaccendarsi dei protagonisti. Ciò su cui quasi tutta la critica concorda, però, è la vicinanza a Beckett, Ionesco e il Teatro dell’Assurdo (anche se nell’intervista che segue, Reza non li riconoscerà come riferimenti principe). L’autrice si interroga sulla vacuità del mondo, sulla solitudine dell’uomo e sullo scorrere del tempo senza espedienti espliciti o riflessioni filosofiche, ma evidenziando la difficoltà dei personaggi a comunicare tra di loro e la loro ossessiva tendenza a evitare o allontanare tematiche potenzialmente traumatiche, dedicandosi a questioni più concrete e pratiche, scivolando in discorsi superficiali e ripetitivi, che generano effetti comici sul pubblico. Vale fra tutte la frase di Thomas Ostermeier sul teatro di Reza: “Ti trovi di fronte alla grande questione di Eros e Thanatos. È una sensazione di disagio e, allo stesso tempo, è una sensazione esistenziale di essere completamente persi – un essere gettati nel mondo (=non scegliere di esistere, n.d.r.), per usare una grande espressione di Heidegger”.

L’intervista a Yasmine Reza a cura di Veronica Rinonapoli
Lei prima di dedicarsi alla scrittura ha lavorato diversi anni come attrice. Pensa che la consapevolezza di come ci si muove in scena abbia influenzato in qualche modo la sua drammaturgia? Trova degli elementi in comune tra l’arte di scrivere e quella di recitare?
Sì, certamente. Molti autori teatrali hanno un’esperienza pregressa nel palcoscenico. È il caso di Molière e di Pinter, per citarne solo due tra i più celebri. L’incidenza maggiore di questa esperienza è senza dubbio nella qualità dei dialoghi. Chi ha recitato sul palco sa che le parole sono solo parentesi di silenzio. Sa che c’è tutta una gamma di recitazione non detta, non pronunciata, che deve essere preparata dalle parole. Spesso i dialoghi degli scrittori che si avventurano nella drammaturgia sono troppo esplicativi.
Quali sono stati i suoi modelli di riferimento, del passato e del presente, per il suo lavoro di drammaturga?
È sempre una domanda difficile. Perché non si misurano sempre le nostre influenze. Direi Shakespeare, Cechov, Botho Strauss, Duras…
La capacità di trasmettere il tragico tramite il riso è un tratto distintivo delle sue opere. Pensa di inserirsi in quella corrente del teatro francese che, da Molière, ha sempre teso alla commedia? In particolare, rivede in Ionesco una figura di riferimento?
È possibile. Ma non solo. L’influenza familiare ed ebraica dell’Europa centrale ha avuto più peso dal mio punto di vista. Per quanto riguarda Ionesco, che rispetto, non è un riferimento per il mio lavoro. Non sono mai stata particolarmente dalla parte dell’assurdo.
C’è un messaggio o una particolare sensazione che vuole trasmettere con le sue pièce?
No. Mai. Non mi piace questa idea di messaggio.
Che rapporto ha con le messe in scena delle sue opere? Trova che il loro eventuale “messaggio” sia sempre ben interpretato dai registi?
Senza fare riferimento ai ‘messaggi’, questo dipende dalle messe in scena! Poco m’importa in fondo che un aspetto piuttosto che un altro venga messo in evidenza (non sono contro anche a letture intellettuali contrarie alla mia), a condizione che gli attori siano bravi e che il ritmo della scrittura mi sembri quello giusto. Il ritmo della scrittura è essenziale, dice tutto degli umori e delle situazioni.
Nei suoi personaggi si coglie un senso di solitudine e spaesamento, parlano tra loro ma non si capiscono, e vivono in una costante insicurezza, a volte palese a volte celata: l’incomunicabilità e la mancanza di punti di riferimento stabili sono il male del nostro tempo?
Non credo. Credo piuttosto, che sia una situazione eterna. La si trova ovunque in Čechov.
Dietro gli sforzi nevrotici per rispettare una certa apparenza, si nascondono conflitti, rabbia, traumi irrisolti: che ruolo ha la psicanalisi nella creazione dei suoi personaggi?
Nessuno. Tuttavia, mi sono resa conto che ho molti psichiatri tra il mio pubblico. ☺
Leggendo Nulle part, o alcune pièce come Conversazioni dopo un funerale o Il dio del massacro, si intuisce il suo interesse per il periodo dell’infanzia, in quanto momento in cui i nostri comportamenti vengono plasmati da eventi anche minimi. Quanto peso pensa abbia avuto questa consapevolezza sulla costruzione dei suoi personaggi?
. Ho capito abbastanza presto, fin dall’infanzia, che l’uomo è molto complesso. Che non si può ridurlo né definirlo facilmente. La mia osservazione e la mia esperienza da bambina sono state determinanti.
La drammaturgia femminile è sempre stata poco o affatto considerata. Pensa che lentamente si stia facendo strada? E c’è qualcuna che stima particolarmente in questo ambito?
Lo spero! La letteratura femminile è di grande ricchezza. Non c’è motivo per cui non debba essere lo stesso per il teatro. Stimo Nathalie Sarraute, Marguerite Duras, Natalia Ginzburg, Marie N’Diaye..




