Contributi critici, Culture, Focus a teatro, Teatro — 21/05/2021 at 18:50

Giuliano Scabia: maestro di teatro e di vita.

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RUMOR(S)CENA – GIULIANO SCABIA – L’ultima volta che ho incontrato Giuliano Scabia risale al mese di giugno del 2017, in occasione della festa al Teatro delle Ariette a Castello di Serravalle, località del Comune di Valsamoggia, dove Paola Berselli e Stefano Pasquini hanno saputo creare una commistione tra teatro e cucina in cui si fondono le loro storie di vita autobiografiche con la scrittura drammaturgica e al centro c’è sempre l’Uomo in relazione all’Universo. Ci incontrammo alla stazione di Bologna per poi proseguire il viaggio con Massimo Marino alla guida della sua auto. Un tempo prezioso per un conversare amabilmente come accadeva sempre quando si presentava l’occasione di trascorrere del tempo assieme. Le sue erano parole sagge, uno degli intellettuali più sensibili capace di narrare la nostra epoca con uno stile garbato. Scrittore, poeta, drammaturgo, narratore dei propri testi, è stato un protagonista di alcune tra le esperienze teatrali più significative in Italia.

Giuliano Scabia

Alle Ariette era di casa come in tanti altri luoghi di cultura la cui presenza diveniva un momento indimenticabile di ascolto e apprendimento. La conoscenza con Scabia risale agli anni dell’Università a Bologna quando ero studente al Dams e tra i docenti del mio corso c’era il “maestro di Teatro”: così veniva chiamato Giuliano Scabia titolare della cattedra di drammaturgia. Era necessario presentarsi in largo anticipo alle sue lezioni per riuscire a trovare posto nell’aula dove insegnava e il tempo trascorso ascoltandolo sembrava non finisse mai. La sua straordinaria capacità di comunicare catturava la nostra attenzione e anche dopo terminata la lezione si concedeva a chi chiedeva di poterli parlare e approfondire argomenti da lui trattati. Riusciva sempre a stupire la nostra fame di conoscenza.

Al festival Inequilibrio di Armunia a Castiglioncello rese omaggio a Giacomo Verde con il suo “Giacomo contastorie” nell’edizione del 2020 mentre l’anno prima portò in scena “Commedia della fine del mondo” tratto dall’ultimo libro del poeta Il lato oscuro di Nane Oca. Tra le tante testimonianze dell’inestimabile eredità che ci lascia, scelgo di citare “Ivrea Cinquanta. Mezzo secolo di nuovo teatro in Italia. 1967-2017”, edito da Akropolis Libri (Premo Ubu 2017 nella categoria “progetti speciali”) curato da Clemente Tafuri e David Beronio del Teatro Akropolis di Genova. La pubblicazione raccoglie le testimonianze degli studiosi, dei critici, degli artisti degli organizzatori teatrali che hanno partecipato alle giornate di studio in occasione del cinquantesimo anniversario del Convegno di Ivrea del 1967. Curato da Marco De Marinis, il convegno si è tenuto a Genova dal 5 al 7 maggio 2017 nell’ambito dell’ottava edizione di “Testimonianze ricerca azioni”. Nel capitolo “Giuliano Scabia in dialogo con Marco De Marinis” è possibile rintracciare le tappe salienti della sua carriera e dell’instancabile curiosità che lo animava, sempre dedito alla ricerca e alla conoscenza di linguaggi che potessero sedimentarsi nel pensiero di tutti. De Marinis lo definisce come un «teatrante totale e anomalo… un testimone e un protagonista della prima generazione del Nuovo Teatro (…) Con il suo Teatro Vagante Scabia ha sviluppato in cinquant’anni un viaggio artistico e umano senza uguali nel panorama nazionale e internazionale. Scabia ha portato il teatro là dove non era mai stato prima e lo ha fatto con la partecipazione attiva di gente di ogni età e condizione, gente che in genere non era mai entrata prima in contatto col teatro».

Giuliano Scabia Premio Speciale Ubu 2015

Nel ricordare la fugace esperienza con il Piccolo Teatro di Milano nel 1968, De Marinis chiede: « Tu sei al Piccolo di Milano. È corretto dire che dalla rottura col Piccolo in quell’anno (fai visita alla prova dell’Isola purpurea), e dalla rottura con l’ATER per Scontri generazionali l’anno successivo, ha inizio il viaggio del Teatro Vagante?».

Scabia risponde che «fu un’esperienza da folle quella al Piccolo Teatro. Era partito Strehler, mi chiesero di aprire un testo per aprire la stagione e io feci una provocazione pazzesca, suicida. Mi sono rovinato la carriera di drammaturgo. Grassi puntava su di me. Una volta fecero La Fabbrica illuminata al Lirico, uscì sul palcoscenico a dire due cose, lui mi aspettò in quinta e mi disse, con quella r che diventava v: “Lei ha un gvande futuvo Scabia!”. Invece dopo quella provocazione non mi fece più neanche entrare al Piccolo Teatro. E così sono andato a lavorare per strada con Giancarlo Celli, le azioni su schema vuoto, i Centri Rosseau, e poi al manicomio di Trieste (gratuitamente, per impegno civile e curiosità di esperimento) ».

Marco De Marinis rievoca gli anni trascorsi a fianco di Franco Basaglia: «Io vedo nella prima stagione del tuo viaggio teatrale, in particolare con due episodi che rimangono nella storia del teatro recente, cioè da un lato l’esperienza di Marco Cavallo al manicomio di Trieste di Franco Basaglia, nell’inverno ‘72 – 73….». In chiusura della conversazione Scabia cita Angelo Scandurra un amico poeta che in suo omaggio ha pubblicato “Canti brevi”: «È come un nido. Sono poesie degli ultimi venti – venticinque anni, molto brevi, tutte dedicate. (…) Una è dedicata a Carlo Quartucci e si intitola Piove. Per l’amore che io ho avuto per quest’uomo, siamo stati molto innamorati per due anni, proprio due fidanzati meravigliosi, non facevamo altro che chiacchierare giorno e notte. Carla non c’era ancora, quindi eravamo proprio soli».

Piove

Piove a mastèle, a seci roversi

che Dio la manda, scravassi. Diluvi

e tu? E me? – noi siamo gli uccelli

con ali da pioggia e da vento

che come velieri, come cavalieri

cerchiamo vedere nel fosco i sentieri

del mondo universo che intorno

è culla, teatro, foresta, stormo

La seconda citazione riguarda il saggio “Regìa Parola Utopia. Il teatro infinito di Luca Ronconi (a cura di Roberta Carlotto e Oliviero Ponte di Pino) Quodilibet Studio. In quarta di copertina è scritto: «A partire da tre parole chiave, Regia Parola Utopia, e dalle testimonianze di uomini del teatro – a cominciare da attori e collaboratori di Ronconi – e della cultura, il volume esplora le dimensioni della sua opera geniale e sfaccettata. La lezione di un grande artista in un racconto a più voci, ricco di suggestioni per il nostro presente e il nostro futuro. Tra gli scritti e le testimonianze figura anche Giuliano Scabia che ricorda il regista Luca Ronconi.

Caro Luca,

negli ultimi tre anni di tua vita

ho sentito crescere sempre più insieme alla stima l’affetto:

sì – un affetto fraterno, amoroso –

vedevo la tua fatica e la tua forza,

il tuo caparbio e allegro stare sul testo,

il tuo divertimento:

quel fermarti con gli attori/figli dentro il nucleo fonico di ogni parola,

di ogni suono prima del significato,

in traccia della musica interna di ogni lettera e sillaba:

un giorno ti ho detto:

è così che si legge la poesia:

ti vedo là al tavolo

mentre sei pensoso nella tua casa, il tuo teatro laboratorio,

e accogli verso notte Stefano Massini

affamatissimo dopo un viaggio disastroso,

e metti in volo l’inizio della trilogia dei banchieri,

l’attore De Francovich solo, in piedi, che sbarca, sulla prua del tempo,

e metti al testo, senza tradirlo, un capovolgimento,

un colpo di regìa,

un approdo ai Campi Elisi d’America

ai Campi Elisi dell’apparire del racconto,

Campi dell’arrivare , dell’andare,

dell’andare e tornare fin qui, oggi,

nel viaggio e nell’insegnamento.

Qui.

Grazie del viaggio e dell’insegnamento,

maestro raro, e caro.

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Grazie maestro Giuliano, raro e prezioso. Dell’insegnamento che ci hai donato con la tua umiltà e saggezza.

Roberto Rinaldi

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