RUMOR(S)CENA – ROMA – “Muore giovane colui ch’al cielo è caro”. Così Leopardi in Amore e morte (1835), parafrasando i Greci. Morire prima che l’orribile malattia della vecchiaia, della realtà, del prosaico, uccidano il sogno. Romeo e Giulietta. Un amore sublime, un archetipo tragico. Ma come si sarebbe dipanato nella realtà, se non fossero morti? Morendo loro muore la realtà, e vince il sogno, o muore tragicamente la loro possibilità di futuro, e quindi di un presente da vivere che si infutura di giorno in giorno. Di questo ci vuole parlare l’intelligente costruzione attoriale e registica di Roberto Latini, nel Giulietta e Romeo. Stai leggero nel salto in scena al Teatro Basilica di Roma, quando così conclude prima degli sconcertati lieti applausi: “Abbiamo deciso di non mancare neanche il presente. Ne abbiamo parlato, e, scusate, finisce, ma non finisce. Perché abbiamo deciso. Questa sera, qui, non muore nessuno.”

Una frase che riassume al contempo la filosofia dell’amore che innerva la scena nel confronto tra sublime shakespiriano e quotidiano moderno, e la natura continuamente meta-teatrale dell’impianto narrativo. Meta-teatrale perché concerto scenico nel suo estrapolare i pezzi culminanti della tragedia (l’incontro, il balcone, il matrimonio, l’alba, il finale), avvolgendoli tra le spire della solita maestria trasfigurativa vocale di Roberto Latini, alla Carmelo Bene, tra gridato percussivi in crescendo e sempre in sospensione ondulatoria, e improvvise gore di introversione, sottovoce, sospirati, spesso con ripetizioni ossessive di parole chiave, ed effetti eco del microfonato. Ma meta-teatrale anche per il continuo entrare ed uscire da Shakespeare e dai personaggi, sia nell’ironizzarli attraverso il travestimento rock, sia confrontandoli con interviste video a giovani moderni (opera del Collettivo “Treppenwitz”), che in varie lingue parlano delle loro problematiche e dei loro vissuti in amore, delineando una fenomenologia della complessità tipicamente moderna, e lontana assai dagli assoluti tragici elisabettiani.

Infine a rendere la scena meta – discorso e non immedesimazione – contribuiscono gli aspetti scenografici. Non solo la proiezione in gigantografia degli intervistati, ma anche le installazioni pop fosforescenti, e la lampada (un cerchio al neon su asta, ad altezza viso) nella quale la coprotagonista si specchia quando lui parla. Ed in genere la continua alternanza dei due momenti. Non così accadeva in Iago. Concerto scenico (sempre di Roberto Latini), dove si operavano certo sintesi per voce dei culmini, ma non vi era questa entrata e uscita continua dal testo, che non veniva messo in questione, ma casomai esaltato e stravolto espressionisticamente.
Qui lo scopo invece è la decostruzione, sia del tragico shakespiriano sia del sublime carmelobenico che Latini incarna da anni con le sue vertiginose acrobazie vocali. Una decostruzione che brechtianamente mira non ad abolire l’immedesimazione e la catarsi, ma a mostrarne la natura, con un continuo e straniante entrare ed uscire. Così lo spettacolo si apre animando il volto gigante sullo sfondo, che chiede a lei: Federica Carra, o Giulietta? “Usciresti con te stessa?” a cui lei, al microfono, risponde “Ma chi invita chi?” E dopo qualche battuta su un appuntamento al bar, entra il protagonista che interpreta Romeo, vestito da rocker (paillettes, occhialoni, parrucca, chitarra elettrica), che nel suo alto stile vocale trasfigura il brano dell’incontro tra Romeo e Giulietta, “Labbra pellegrine … ti pregano … esaudisci esaudisci esaudisci”

La decostruzione dell’amore. Specchio narcisistico? L’altro è te stesso? Oppure… Conosci prima te stesso. Amati per poter amare. E poi… La collisione tra il quotidiano (l’appuntamento al bar) ed il sublime, a sua volta ironizzato in chiave rock. E man mano il travestimento slitta al reale, e le identità si contaminano. Così lui lascia la parrucca (più se stesso), pur rimanendo rocker. Poi le punta la chitarra fucile, con appesa una ghirlanda di fiori, da figli dei fiori (mettete dei fiori nei vostri cannoni?). Ed infine si siede con lei, ironizzando sulla quotidianità della convivenza. Bere il caffè insieme. Essere normali. Ora la sua voce è normale, dimessa, quotidiana. Un parlato. E metateatralmente tematizza l’operazione, ironizzando su di sé come attore, “Questo non lo so fare: il teatro moderno. Fare che siamo noi”

Poi ironizza sugli stili. Il terzo, quarto teatro (quello gestuale, delle azioni?). “Questo lo so fare”. E, caffettiera in mano, ne apre e chiude il coperchio, mentre dilatato ad eco, in playback, si sente il borborigmo del caffè che esce. Ora che la funzione è tematizzata, sempre più i due si scambiano i ruoli, si fondono, al punto che ora lei sola, seduta sulla valigia, mimando lo stile vocale di lui (sussurrati, crescendi e sospensioni), fa la parte di entrambi. Ora è lei a rompere definitivamente il cerchio, spezzando il monologo suicidario della cripta, come se Giulietta si fosse svegliata prima del veleno, “Aspetta! Me lo hai promesso!”. Così l’amore sceglie di farsi vero, di uscire dall’ipocrisia della tragedia. Di farsi leggerezza. Perché l’amore è un salto (si veda il titolo), un salto di stato che riesce se stai leggero. Si ritrova allora – con il triplo salto mortale del metateatro – la leggerezza iniziale, dei versi shakespiriani al balcone. L’amore allo stato sorgivo, prima della morte. L’amore che è leggerezza, come leggeri (pur nella stupefazione del dubbio) sono i giovani delle interviste, dove anche la fine della relazione non è tragedia, ma un apprendimento. E mentre nessuno muore in scena, nasce l’applauso.
Giulietta e Romeo. Stai leggero nel salto, drammaturgia e regia di Roberto Latini. Con Federica Carra e Roberto Latini. Musiche e suono, Gianluca Misiti. Luci e direzione tecnica, Max Mugnai. Costumi, Daria Latini. Video, Collettivo Treppenwitz. Produzione, Compagnia Lombardi-Tiezzi.
Visto al Teatro Basilica di Roma il 13 febbraio 2026





