La sedicesima edizione di Testimonianze Ricerca Azioni di Teatro Akropolis si è conclusa il 29 novembre scorso a Palazzo Ducale con una giornata dedicata al Butoh. Protagonisti il performer giapponese e Natsuko Kono
RUMOR(S)CENA – GENOVA Con quella faccia un po’ così, stupita, quell’espressione un po’ così, pensosa, di chi fa teatro a Genova, Clemente Tafuri regista e direttore artistico del Teatro Akropolis è stato colto da un’istantanea felice mentre teneva stretto il premio speciale Ubu, consegnato lunedì 15 dicembre per il suo docufilm su Carmelo Bene. Ci voleva proprio perché è stato un anno tormentato per le sovvenzioni ministeriali cancellate al Teatro Akropolis, snodo nevralgico di tutte le attività di Clemente Tafuri e della sua appassionata squadra di collaboratrici e collaboratori. Ma la sedicesima edizione di Testimonianze Ricerca Azioni è stata realizzata lo stesso, un cartellone disteso tra fine ottobre e fine novembre, con il medesimo impegno, i focus ricorrenti che privilegiano la ricerca, il limine in dissolvenza fra la scena esistente e quella futura, l’approfondimento della lezione dei maestri.
Su Rumorscena ne abbiamo già dato resoconto con l’articolo di Roberto Rinaldi, dove si parlava anche del docufilm su Carmelo Bene. “Intendo ripensare in parte la struttura del festival”, ha commentato Tafuri in chiusura di Testimonianze, insistendo però sui “vecchi” amori, come il Butoh che siglava per l’appunto – declinato in forma di danza, conferenza e cinema – l’ultima giornata di questa edizione, il 29 novembre scorso.
In apertura, l’assolo potente di Imre Thormann, Enduring Freedom. Il lavoro risale a più di vent’anni fa, creato nel 2003 con un titolo ispirato all’operazione militare voluta da Bush in Afghanistan ma si trasforma in un esempio straordinario di come certa danza Butoh riesca a spostarsi nel tempo senza perdere intensità. Merito del protagonista, certo, che incarna ancora con efficacia una parabola di trasformazione. Ma anche l’azzeccata coincidenza storica che rafforza tutta la performance: mentre ancora una volta percepiamo l’ingerenza degli Stati Uniti (chi più dei giapponesi potrebbe raccontarla…), marcata oggi con il tacco sgarbato di Trump.

Enduring Freedom è un paesaggio desolato che Imre definisce con pochi cenni scenografici in cui gli spettatori stessi sono chiamati a fare parte vestendo delle tute bianche e seduti in circolo attorno al corpo nudo del performer. La spogliazione, la nudità, la rituale lentezza dei gesti sono elementi ricorrenti in molte esibizioni di Butoh, ma tutto assume qui una dimensione più universale, quasi cristica. Il ritrovarsi in una condizione di vulnerabilità, sull’orlo di un abisso di cui non sappiamo definire i contorni. Quella di Imre Thormann diventa così catarsi di un’umanità dolente che oggi come ieri cerca di sopravvivere.
Nel pomeriggio Samantha Marenzi ha proposto un’illuminante conferenza sui rapporti fra Butoh e repertorio occidentale, inedito sguardo da Oriente e i suoi riattraversamenti su quelle che sono opere fondanti della danza europea come Le Sacre du Printemps e Giselle. A conclusione l’ultimo film postumo di Masaki Iwana, The Music Box of Nyon, che chiude una retrospettiva dedicata nelle ultime edizioni di Testimonianze a uno dei maestri più incisivi in Italia, Iwana appunto, che nel piccolo nido del teatro Furio Camillo di Roma iniziò al Butoh una generazione di danzatori italiani, tra cui la stessa Marenzi.

Anche la seconda performance di butoh proposta da Natsuko Kono, Life under water, risale a qualche anno fa – al 2013 quando fu creata a Novi Sad con il musicista Vladimir Raskovic ispirandosi al disastro di Fukushima, mescolando elementi onirici e personali della protagonista. E’ una danza morbida, quasi languida, affidata al corpo tuttora duttile e liquido di Natsuko, ma non c’è la catarsi di Thormann. Tutto rimane dolcemente adagiato in superficie, come un fiore di loto che dondola sull’acqua lasciando sul fondo le ombre nere.
Visti a Palazzo Ducale di Genova il 29 novembre 2025




