RUMOR(S)CENA – MILANO – Nuovo capitolo di un ideale bestiario di scena, L’Angelo del Focolare di Emma Dante ha debuttato al Piccolo Teatro Grassi di Milano l’11 novembre 2025 scorso (in replica fino al 30), riscuotendo subito un calorosissimo consenso – a fine rappresentazione, il pubblico sembrava non voler più smettere di applaudire. Nonostante il tema spinoso – e delicatissimo – dei femminicidi, la Dante non rinuncia alla sua scrittura tagliente, grottesca e surreale, mostrando un altro modo di affrontare la questione: oltre la cronaca, fino alle viscere di quelle dinamiche comportamentali socio culturali, così profondamente incistate nell’ordito di tante relazioni, da risultare beffardamente inevitabili.
La répétition
“Ogni mattina, i familiari la trovano morta e non le credono. Ogni mattina lei si rialza, apre la moka e ricomincia a subire […] Ogni sera la moglie muore di nuovo, come in un girone dell’inferno, in cui la pena non si estingue mai”, così recita il foglio di sala, predisponendo il pubblico all’inedita visuale.
Eppure sbaglieremmo, se ci aspettassimo una mera, surreale, algida, tragica e patinata répétition (che, fra l’altro, in francese, significa anche prova teatrale); resteremmo delusi, se ci attendessimo un esercizio di stile, sempre più drammaticamente affinato, fino all’inevitabile debutto. “L’uccisione ne è l’ultima tappa, […] la meno interessante da esplorare…”, spiegava la Dante in un’intervista. In effetti, quel che sembra più interessare alla Dante sono la violenza domestica e, in fondo, l’inettitudine affettiva di questi anonimi, donne e uomini per primi, nati in culture e dinamiche patriarcali, da cui nulla sanno o possono fare per emanciparsene.

Qui la ripetizione, lungi dall’essere nietzscheano eterno ritorno dell’identico, scalza l’inevitabilità del medesimo. Non, quindi, la deleuziana “ripetizione nuda”; ma “ripetizione vestita”, piuttosto, che, pur portandoci ad un epilogo annunciato, ci accompagna attraverso le mille pieghe nascoste nel processo, ad indagarne i moventi, e, in fondo, l’umano universo.
Personaggi senza nome, oggetti senza dignità
Così, la scena si apre a già avvenuto misfatto. Il corpo della Moglie, supino sul pavimento (la visuale è quella di uno scomposto Cristo del Mantegna rovesciato) e quel piccolo antro familiare, che si popola dei pochi grotteschi oggetti di scena. La poltrona con lampada, davanti a sinistra, sorta di micro cosmo/confessionale, dove regna la Suocera; in fondo a destra, il letto, croce-e-delizia del Figlio depresso; davanti, il gabinetto, in cui, nella tipica posizione in piedi di spalle, orinano i maschi, mentre, in diagonale scenica (quindi in fondo a sinistra) compare un non a caso candido-eppur-foderato-di-scarlatto servo muto a mantenere in piega quegli abiti maschili, che, fuori casa, devono risultare sempre impeccabili. E poi il tavolo centrale, pesante altare dell’inesauribile sacrificio e dietro, a mo’ di tabernacolo, lo stendino, così intimamente legato a quel ferro da stiro, effettivo strumento di mattanza.

Gramelot e azioni sceniche, a corollario le parole vane e inefficaci
Nonostante i toni spesso comici, specie all’inizio, fatti di una parlata dialettale, che sfuma nel gramelot (in fondo, non è importante cosa si dicano, quanto il non senso di quello sproloquiare, figlio di pregiudizi e relazioni disfunzionali), è in questo luogo oscuro e asfittico (in senso figurato, prima di tutto), che si agita, l’interminabile girotondo dell’orrore, a cui sono tutti inesorabilmente incatenati. Efficacissima, l’azione scenica, in cui tutti i membri della famiglia si (trat)tengono per le mani, in una stretta, che li uccide, ma da cui non sanno, né probabilmente vogliono o forse possono liberarsi. Ed è, appunto, l’azione scenica – fino all’estrema ridicolizzazione della coreografia, non tanto con intento dissacrante, quanto come unica e necessaria modalità per agire quella passiva e inevitabile banalità del male – a diventar spesso linguaggio.
Archiviate le parole – che, qui, non servano per comunicare e risultano incapaci di aggiungere altro -, riecheggia la chiosa del wittengestiano Tractatus logico-philosophicus: “di tutto ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. E così in fondo fanno, tutti i personaggi, nel loro viaggiare su differenti piani semantico/linguisti: non solo la Moglie e il Marito – a proposito dell’opposta idea di educazione sentimentale del Figlio, ad esempio, ma, tragicamente, fin dalla rievocazione del loro primo, fatale, incontro -, ma anche la Suocera e Figlio, che, come la stessa poco angelicata protagonista, non possono non rimanere offesi da una vita del genere.

Il sigillo del grottesco
Certo, il mostro conclamato è a tutti gli effetti il Marito, che Ivano Picciallo enfatizza, grazie alla sua mimica e plasticità straordinarie. Con quel suo macismo troglodito, come lo apostrofa la Moglie, è efficacemente iconizzato da slip e canottiera bianchi e non meno sformate ciabatte da mare, l’emblema di tutta l’indolente basicità dell’uomo che non deve chiedere mai. A sua immagine e somiglianza, il Figlio, il non meno talentuoso David Leone, efficacissimo nell’ostentare che, nonostante la paterna palestra domestica, non può esibire la stessa possanza; e così oscilla fra scoppi di prevaricazione e attimi di quasi bambinesca dolcezza (godibilissima e profondamente autentica, la scena con la nonna a scegliere bon bon) a puntellare la sua strabordante depressione. Figura di raccordo, la Suocera, una poliedrica Giuditta Perriera, a dar fremito e, a tratti, spasso, ad un personaggi solo apparentemente secondario. Di fatto è da lei, che tutti si recano per riceverne, ciascuno, ciò di cui necessita – il Marito, i soldi, il Figlio, dolcetti e complicità -: ed anche questo, in fondo, è un modo per parlarci del sostanziale matriarcato (probabilmente non meno prevaricante), alle spalle dell’ostentato patriarcato. Così forse non è un caso che solo con la Moglie paia esserci esclusivamente un odio sordo e sottile: eppure sarà la vegliarda a venirle in soccorso contro il suo stesso figlio; sarà lei a impersonare una muta prefica dallo sconvolgente impatto emotivo nella veglia funebre.

E finalmente lei, la totalizzane Leonarda Saffi, una Moglie dalla testa spaccata fin da subito e che pure generosamente non demorde. Fra sogni infranti e ora proiettati sul Figlio, routine degradanti e spersonalizzanti vissuti, fra scoppi d’ira e stilettate caustiche che non si nega di lanciare contro l’inettitudine del Marito… Così finisce per trasformarsi ne L’angelo del focolare, titolo attraverso cui la sempre sorprendente, precisa, acuta, accurata e visionaria Emma Dante ironizza non solo sull’edulcorata visione di moglie di una certa cultura, ma, ahinoi, sul quell’essere demoniaco, che spesso una donna è costretta a diventare, nel tentativo di non soccombere.
Realismo magico
Eppur, grazie alla sua arte sempre più affinata, al lavoro di bulino pur celato nella grana grossa della comicità grottesca, alla precisione millimetrica e alla scelta di attori – anima, pancia, cuore e disciplina – di rare generosità e maestria, Emma Dante non manca di chiudere alla sua maniera. Se il ritmo, serratissimo e ipnotico, ci ha tenuti al lazzo per i 70 minuti di uno spettacolo scivolato via come un temporale che non lascia il tempo di riflettere, l’epilogo è un’esplosione di possibilità. Ci accommiata così, col crescendo delle note solo apparentemente leggere de “Alla fiera dell’Est”, dove alla fine il Signore trionfa persino sull’Angelo della Morte e la Moglie, vestita (come tutti) di un finalmente bianco luce potrà forse spiccare il volo verso quel che avrebbe potuto essere in un mondo diverso e non a caso, significato dallo smontaggio di questa scenografia.
Visto al Piccolo Teatro Grassi di Milano l’11 novembre 2025
Condiviso da https://www.platealmente.it/emma-dante-e-quellangelico-artiglio/ per gentile concessione di Francesca Romana Lino





