RUMOR(S)CENA- ROMA- Un set ad alto grado di design da discoteca ma, dietro l’apparenza, la viva tensione drammaturgica di Ivan e i cani, in prima capitolina, testo britannico, scritto da Hattie Naylor, ma di filiazione russa. Che potrebbe essere uscito da Mosca Petusky di Victor Erofeev, documentando con forza dirompente uno stato di profonda emarginazione. Federica Rosellini accoglie il pubblico del Teatro Basilica con le prime manifestazioni sonore. Quando tutti si sono sistemati ha inizio la performance spettacolo in interno buio che alterna il recitato affabulatorio agli effetti speciali consentiti da una tastiera tecnologica che utilizza messaggi preregistrati in onda con le necessità della partitura. La tensione è l’elemento caratterizzante del set.

Dietro la solista c’ è uno staff agguerrito per una proposta contemporanea spiazzante. Una fiaba amara da libro della jungla. La fotografia di un momento particolare della vita moscovita, nella transizione di Boris Eltsin, in un momento di massima povertà generale. Ivan, il piccolo di casa, appena quattro anni, ha una famiglia difficile, un padre che s’imbottisce di vodka e alla fine la conclusione innaturale è il suo allontanamento da casa, nonostante l’amore che lo lega alla madre Svetlana. Una famiglia rotta e un nuovo nucleo ferino che si ricostituisce attorno a un branco di cani. La pietà se n’è andata, la massima aspirazione è racimolare qualche avanzo di cibo per il buon cuore di un raro prossimo.

Freddo, fame, solitudine, la solidarietà animale in cui un bambino fa mucchio e collettivo con i cani perché non gli rimane altro. E a loro si affeziona come si è rivelato impossibile con i genitori. Viviamo la filosofia del branco dove la sopravvivenza è l’unica carta da giocare. I suoni in tastiera si fanno striduli e acuti documentando la profondità del disagio. Un viaggio e insieme un’odissea pesante in cui bisogna di diffidare di tutti, affidandosi anche all’intuito dei cani che di fronte agli estranei fiutano il pericolo, memori di recenti brutte esperienze.
Così il racconto di Ivan è progressivo e straziante in capo a 70’ minuti di racconto sonoro. Così lo spettacolo diventa un’esperienza sensoriale di confronto esistenziale tra le nostre condizioni di vita, da privilegiati e i bassifondi dell’umanità, circoscrivibili a Mosca, come in altri periodi della storia a Bucarest o a Sofia, per perdute storie di adolescenza, alti e bassi del comunismo che se ne va ma non è sostituito convenientemente. Recitativo straziante che documenta la fine della pietà. Una penuria che non ha rimedio. L’intimità e la confidenza è possibile solo con i cani in un mondo che ha smarrito il senso dell’umanità e della solidarietà. Quando si perde il controllo del corpo anche l’anima sembra evaporare.

Concede speranza solo il racconto e qualche piccolo cenno di auto-commiserazione, ergendosi ad apologo sull’infanzia e sull’abbandono: una storia esemplare condotta con rara incisività. Significativamente questo testo è stato finora rappresentato in Inghilterra, Olanda, Belgio, Stati Uniti, Georgia, Grecia e Brasile, ora in Italia, ma mai in Russia. Per Federica Rosellini un’esibizione che ha richiesto impegno, concentrazione e assoluta dedizione alla causa del testo. Per il pubblico funziona il passaparola, platea gremita fino all’ultima esibizione.
Ivan e i cani, testo di Hattie Naylor, tradotto da Monica Capuani, performer sound design e regia di Federica Rosellini; voce registrata in studio Laura Pasut Rosellini; light design Simona Gallo; scenografia Paola Villani; costumi Simona D’Amico; aiuto regia Elvira Berarducci: management Vittorio Stasi. Produzione Cardellino srl con ringraziamento Trac centro di residenza teatrale/Factory compagnia. Diritti di rappresentazione a cura dell’agenzia Danesi Tolnay. Direzione generale Maria Laura Rondanini.
Visto al Teatro Basilica di Roma il 19 aprile 2026





