RUMOR(S)CENA – ROMA – Una esplosione di virtuosismo attoriale, una colata lavica di cicaleccio napoletano, di vitalismo tragicomico e stralunato, di avanspettacolo dell’assurdo quotidiano, del dolore e della resilienza, questo Quattro mamme scelte a caso con cui Mauro Toscanelli, ha messo in scena al Teatrosophia di Roma come regista e interprete (uno dei quattro), riesumando il testo omonimo (4 monologhi di 4 autori) con cui nel 2011 si volle rendere omaggio allo stile e ai temi di Annibale Ruccello, rifacendosi ad uno dei suoi ultimi testi, Mamma – Piccole tragedie minimali, da lui stesso interpretato. Scelte a caso? Tutte le mamme sono paradigma del sacro popolare, dell’umano? Nel filone edoardiano di Filumena Marturano?

Un po’ sì e un po’ no, nel segno del rucelliano teatro della crudeltà, di un realismo espressionistico. Le madri certo ne escono comunque come forze della natura, come innaturamento animalesco, anche quando il sottofondo permane distruttivo. Mauro Toscanelli gradua abilmente la disposizione dei testi, aprendo e chiudendo coi due relativamente più positivi, e lasciando al centro i due apici del tragico e del grottesco. Il primo dunque, Il fatto più bello (di Massimiliano Virgilio, con Gabriele Cantando Pascali) inscena il monologo a distanza con la figlia (chiusa in camera) di una madre per caso (messa incinta al seggio elettorale, con relative comiche), dopo una precedente storia di aborto ed abbandono. Nel chiacchiericcio dove racconta, snocciola tutto ciò che ritiene bello della maternità (il corteggiamento prima, il sesso prima durante e dopo), come a voler assumerla come gioia di vivere.

Difende la propria scelta di non abortire, di crescere una figlia da sola. Salvo poi rivelarci che sta per accompagnare la figlia ad abortire, perché il ragazzo è un morto di fame. Qui come in tutti i monologhi, da notare che il destinatario della comunicazione non raccoglie, rimandando una immagine di solitudine di queste madri, come vedremo declinato in vari modi nei tre testi. Il testo tuttavia si mantiene su un comico vitalistico, che occulta e stempera il lato duro della vicenda, e Pascali abilmente intesse il suo mare sonoro di una serie di azioni fisiche: mangia patatine, si toglie le scarpe, mima il coito al seggio, e la panza della gravidanza. Perfetto femminamento nella voce e nei modi (tutti attori maschi su ruolo femminile), solo a intervalli regolari interrotto dall’ululato che intercala, con voce baritonale, quando chiama inutilmente la figlia, modernamente assorta in stanza a cantare Beyoncé.
Il testo successivo Sciore Arancia (di Alessio Arena) è decisamente il più forte, sia per il contenuto tragico, sia per come lo svolge il testo, per strazianti rivelazioni progressive. E anche la performance di Vincenzo Longobardi, di conseguenza – pur fedele alle indicazioni gestuali già presenti nel testo – assume di conseguenza una intensità visionaria. Qui nulla è concesso al comico popolaresco, e diversamente dalle altre scene la narrazione non è in mano al protagonista, ma secondo i dettami della tragedia greca, emerge dal chiacchiericcio (tra racconto, reazione, emozione) delle voci off del popolo, che splendidamente modulano stupore, pietà, scandalo. Qui la madre è una pazza, o diventa una pazza, progressivamente, al fuoco degli eventi.

Il figlio che le nasce è infatti disabile, e ha crisi epilettiche. Il marito la tradisce con la sorella di lei, Margherita, a cui morendo affida il figlio, considerando lei incapace, mentalmente debole. Ma lei non accetta, e uccide il figlio col veleno per i topi, salvo poi delirare, e vederlo reincarnato nell’albero del cortile del carcere psichiatrico dove l’hanno rinchiusa. E da qui parte la tregenda, quando temendo che le taglino l’albero (cioè simbolicamente che di nuovo le tolgano il figlio), sale sul medesimo, abbracciandolo istericamente, senza più voler scendere.
E gli parla, ricorda, scongiura, fino a che emerge l’ultima ulteriore nota folle. Il figlio lo addormentava leggendo, ma soprattutto se lo teneva sempre in casa, e vicino, per proteggerlo dal mondo. Vicino? Addosso. Il suo dunque è un amore disperato e cannibale – dove il figlio è fagocitato nell’incesto e nella morte. È letteralmente carne propria. Longobardi in tutto ciò, in piedi su una sedia-albero, a torso nudo nella penombra, d’un bianco lunare, con una parrucca di lunghi capelli neri da sciamano, inscena una tramortita danza buto. Oscilla, si torce, si china, fiorisce nel silenzio il suo dolore muto, a braccia aperte. E come sorge, così tramonta, alle parole meste della canzone di Prevert, Les feuilles mortes.
Dopo un tale lirismo, fa perfettamente da controcanto il testo grottesco, molieriano, di Luigi Romolo Carrino, 70 mi dà tanto, dove Fabio Fantozzi, in nero, su una sedia a rotella, il volto imbiancato e la bocca rossa sfatta, come una maschera alla Joker, recita la sua insoddisfatta solitudine borbottona di nonna egoista e trascurata: una figlia ebete ed analfabeta digitale (che non risponde mai al telefono), ed un nipote egoista ed appartato, omosessuale, viziato dalla madre, che pur presente non accudisce mai la nonna. Una nonna caricaturale e modernista (uno splendido e ruggente Fantozzi), che chatta e fa sesso in internet, e si bea del proprio egoismo lamentoso e vittimistico di madre vampiro.
E così, dopo le due madri infernali a diverso titolo, rieccoci in paradiso, letteralmente, con l’ultima, che, messa incinta dal padroncino, licenziata dal di lui padre, e preda delle male lingue e delle avances reputate lecite verso una che è caduta, abbandona il figlio, e si suicida sotto un treno, a quindici anni. Innocente? Comunque vittima, e dal paradiso, su mandato della Madonna, scende per esortare il figlio a scappare dall’Italia, che presto il Grande Fratello punirà con una Pocalisse, disgustato dalla deriva nazionale dei valori.
Il regista ne fa una deliziosa teoria danzante di stupori e vezzosità. Di innocenza floreale. Così si stupisce del figlio cresciuto e laureato, parla della propria passata bellezza, e comicamente della corte che le fanno ancora in paradiso (per es Gesù). E ogni tanto immelanconisce. E in apertura e chiusura, a cerchio, come è nella madre omicida con la canzone, qui si apre e chiude con lei nell’angolo, in paradiso, illuminata d’azzurro, seduta, con una ciotola in mano, che ne monda il contenuto. Separa il loglio dal grano, il bene dal male? Ma prima, come previsto dal testo, si appella al pubblico. Non fugge? Non si sente accusato? Così l’Italia degradata e maledetta, a chiusura, diventa la metafora che esplicita il sottofondo politico accusatorio che tutte tali storie di maternità violentata contengono. E mentre sale una musica sacra, il silenzio prepara gli applausi, lunghissimi, mentre gli attori in scena a riceverli, alternano inchini a scene di danza tra loro, come a sottolineare la complicità insieme materna e attoriale.
Quattro mamme scelte a caso – Omaggio ad Annibale Ruccello
Testi di Alessio Arena (Sciore Arancia, con Vincenzo Longobardi), Luigi Romolo Carrino (70 mi dà tanto, con Fabio Fantozzi), Massimiliano Palmese (La Pocalisse, con Mauro Toscanelli), Massimiliano Virgilio (Il fatto più bello, con Gabriele Cantando Pascali). Regia e drammaturgia musicale Mauro Toscanelli Con Fabio Fantozzi, Vincenzo Longobardi, Gabriele Cantando Pascali, Mauro Toscanelli voci fuori scena Luigia Cusano, Imma Di Capua, Rosa Inserra, Marina Vitolo costumi, Simona Marroni disegno luci, Gloria Mancuso grafica, Vincenzo Palladio ufficio stampa, Andrea Cavazzini – produzione Melancholia teatro
Visto al Teatrosophia di Roma giovedì 11 dicembre 2025




