Recensioni — 17/11/2025 at 09:04

Il Vedovo di Massimo Ghini tra teatro e cinema, omaggia Dino Risi e Alberto Sordi

di
Share

RUMOR(S)CENA – MILANO – Il celebre personaggio di “Cretinetti”, ovvero del commendator Alberto Nardi, ruolo che fu interpretato da Alberto Sordi nel film del 1959 di Dino Risi “Il vedovo”, rivive in questi giorni sul palco del Teatro Manzoni di Milano, dove è in scena fino al 23 novembre. A interpretarlo è l’attore Massimo Ghini che ne firma anche la regia, proponendo al pubblico il suo nuovo adattamento teatrale di un lavoro che può essere considerato a tutti gli effetti, un precursore della commedia all’italiana. Oggi potremmo considerarla una black comedy, visto che si parla con ironico cinismo, di un marito che vuole uccidere la ricca moglie, per impossessarsi del suo patrimonio e investirlo nella sua attività. Si potrebbe dire che si tratta, insomma, di una sorta di proto-femminicidio.

 Accanto a Massimo Ghini, nel ruolo di Elvira Almiraghi che era interpretato dalla grande Franca Valeri, troviamo Galatea Ranzi, la quale senza cadere mai nella imitazione della carismatica attrice, riesce a far rivivere con corpo e voce questo originale personaggio femminile di ricca moglie milanese della borghesia degli anni Sessanta, che mette al primo posto nella sua vita un unico amore: quello per i soldi. Di grande efficacia la famosa scena al telefono con “la mammetta”, che regge bene il confronto con quella della Valeri.  A proposito dell’espressione “cretinetti”, fu aggiunta al copione originale proprio dalla stessa Franca Valeri come soprannome del marito e Dino Risi decise di lasciarla.

La regia di Massimo Ghini, punta sostanzialmente sull’effetto cinematografico, dividendo il racconto come se le scene venissero girate su un set cinematografico. In questo modo allo spettatore sembra di   assistesse ad una serie di ciak che si susseguono con   ritmo incalzante, scanditi dalla luce dei riflettori che si spegne alla fine di ogni azione, a volte anche bruscamente. Anche le musiche vengono usate per sottolineare non solo i cambi di atmosfera, ma anche dello stile di recitazione che a tratti strizza l’occhio al   genere del film giallo, con gli attori che seduti in semicerchio, architettano il piano per uccidere la moglie, facendola precipitare da uno degli ascensori alla cui costruzione ha investito il personaggio.

 L’adattamento teatrale curato da Ennio Coltorti e Gianni Clementi rimane fedele alla storia originale del film, ma modernizza i dialoghi rendendoli più attuali.  Si racconta appunto di un industriale romano un po’ megalomane ma con un inesistente senso degli affari che ha sposato una ricca donna molto abile e spregiudicata, alla quale lui si rivolge ormai solo esclusivamente per riparare ai danni delle sue fallimentari iniziative, nel tentativo di farsi prestare altri soldi. La donna, perfettamente consapevole dell’incapacità del marito negli affari, non cederà mai alle sue richieste e sarà poi lo stesso Nardi a rimanere vittima del fallimentare piano di tentato omicidio della moglie, precipitando lui stesso nella tromba dell’ascensore, spinto per sbaglio dal suo fedele collaboratore.

Tutta la messinscena mette in risalto il profondo cinismo ed egoismo degli otto personaggi che fanno da coro ai due protagonisti, raccontando di un tempo passato, ovvero quello del boom economico e della scalata sociale, in cui ognun di loro pensa semplicemente al proprio tornaconto pur di guadagnare. Ma se negli anni Sessanta il problema era l’euforia del boom economico, oggi la precarietà e le crisi globali rendono la storia ancora più attuale, con un’ironia che sfiora l’amaro e un’ombra di inquietante modernità, accennando perfino al dramma moderno del “femminicidio”. La comicità del testo raggiunge momenti esilaranti soprattutto nella scena in cui la donna, che sembra essere rimasta vittima di un incidente ferroviario, ricompare viva e vegeta al momento del suo funerale al quale era stato invitato a cantare l’Ave Maria di Schubert persino Alberto Rabagliati.  Il racconto però non si limita solo a divertire, ma fa riflettere. In quegli anni, infatti, anche il rapporto di coppia inizia a cambiare. Sono le donne a cominciare a decidere all’interno della relazione, non più succubi del maschio. Qui la situazione viene portata all’eccesso e Galatea Ranzi aggiunge al personaggio una spietata freddezza e determinazione che fa riflettere sul ruolo della donna di oggi che, quando raggiunge il potere, non guarda più in faccia a nessuno.

Massimo Ghini riesce con grande equilibrio a mettere in atto le sue capacità istrioniche senza cadere nell’imitazione, tranne in due momenti in cui “l’imitazione” è voluta, perché come ha spiegato l’attore stesso, quelle due battute non potevano essere dette se non nel modo in cui le aveva pronunciate il grande Albertone nazionale ovvero: “La mia Elvira non c’è più” e “Marchese che fa, spinge? A proposito del personaggio del marchese Stucchi, maldestro braccio destro di Nardi e probabilmente segretamente innamorato di lui con un rimando ai primi tentativi di trattare all’epoca in chiave ironica anche il tema dell’omosessualità, è da sottolineare la efficace intesa che si viene a creare in scena tra Ghini e l’ottimo Pier Luigi Misasi. Affiatato tutto il resto del cast di attori formato da Leonardo Ghini, Giulia Piermarini, Diego Sebastian Misasi, Tony Rucco e Luca Scapparone. Tutti gli attori danno un affresco corale sospeso tra cinismo e malinconia, comicità e disincanto. Le musiche di Davide Cavuti e i costumi di Paola Romani completano un quadro di raffinata coerenza estetica.  Il pubblico del Manzoni ha apprezzato con calorosi applausi questo omaggio al celebre film di Dino Risi e al grande divertimento “all’italiana”.

Visto al Teatro Manzoni il 14 novembre 2025

Share

Comments are closed.