ALTRITEATRI — 17/02/2026 at 10:45

“Regina Madre”: centralità istrionica, tra grottesco, tragicomico e melò.

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RUMOR(S)CENA – ROMA – Già in lingua napoletana, e qui girato ad un moderato romanesco, Regina madre, di Manlio Santanelli, del 1984, ma sempre attuale, è un testo che ben si presta allo scatenamento istrionico, all’esercizio del virtuosismo attoriale, anche se, proprio per il suo ambiguo svariare tra vari registri, rischia anche di essere una trappola, allestito al Teatro Sophia di Roma

Il basso continuo è certo il registro comico, ma tra le righe di false impennate melodrammatiche, vira a tratti a venature di accorata drammaticità, con guizzi di grottesco, per procedere per lenti show down ad un inquietante clima d’angoscia, che precipita improvvisamente a tragedia. Uno slalom nel quale Alessandra Ferro si muove con maestria, premendo il pedale soprattutto sulla vena istrionica, ma gestendo con grazie e velocità improvvisi fulmini di intimità e sgomento. E’ quella del testo una madre molieriana per la sua astanza di carattere su cui si scolpisce la pièce, e al contempo una madre divoratrice e dilagante di piena tradizione meridionale, anche se lo scontro col figlio la fa virare all’amaro psicanalitico di tradizione moderna, e direi quasi americana. Un ruolo che Alessandra Ferro abita da tempo, una per tutte la prepotente madre nazista di La bambola spezzata. E Claudio Camilli le va dietro, come può, con intensità, ma forse talora un po’ rigido ed iper drammatico, un po’ gridato, anche se effettivamente a lui questo ruolo assegna il testo.

Alessandra Ferro Claudio Camilli

La regia è volutamente minimalista, e muove le pedine attoriali in uno spazio nudo, tutto in nero, scandito solo da due poltrone dietro, e due sgabelli avanti, che permettono di scandire la geometria variabile dei duetti e degli assoli come effetti di posizione, privilegiando la dinamica recitativa in pura voce e gestualità. Assenti gli oggetti nominati (bicchieri, siringhe), salvo due simbolici: il taccuino su cui scrive il figlio, e più avanti la vecchia scatola dei trucchi della madre.

Di che parla il testo. E’ un figlio frustrato e giornalista fallito, che torna dalla madre, teoricamente per assisterla nella malattia, in realtà per ricavarne un istant book di cronaca della sua morte. Forse… Questo è quanto emerge, in superficie. In realtà, ha lasciato la moglie da anni, e sembra in cerca di una madre. Non  dorme, forse ha attacchi di panico, e per ovviare si fa iniezioni, e prende pillole (psicofarmaci?). La madre appare egoriferita e diffidente. È lì per sfruttarla? Lo fa parlare, ma usa tutto quello che dice per sminuirlo. Sminuisce la moglie, di cui non pronuncia il nome (quella), e sminuisce costantemente lui, sia rispetto al padre mitizzato (di cui ciclicamente si lamenta vedova inconsolabile), sia rispetto a se stessa (lui mai stato giovane, lei sì).

Claudio Camilli Alessandra Ferro

È vanesia, leggera, narcisista e manipolatrice. Nessuno dei due, la vanesia bisbetica e il tremulo accusatore, sembra davvero ascoltare l’altro. Ognuno fa il proprio discorso, e in scena abbiamo il leggero circo costante dell’incomunicabilità, all’inizio volutamente evidenziato dal loro parlare paralleli, in piedi, guardando il pubblico, anche se in realtà stanno polemizzando tra loro. Si rispondono, ma non si vedono. Lei non vede lui, ma neanche lui vede lei. Questa la regola, che al fuoco della controversia ogni tanto ha cedimenti. Lei prova tenerezza per i guai di lui. Sei delicato. Ma subito usa il tutto per manipolarlo. A suo modo lo vuole. Un figlio per sé. Gli fa un maglione, gli propone invece dei suoi farmaci, di ninnarlo (bella qui la scelta di lei sola, seduta avanti, che mima di ninnare un bimbo). E lui, pure, che la accusa di tutto e di più, poi cede ai ricordi di infanzia. Quando spiava la camera genitoriale proibita, e la scatola dei trucchi di lei.

L’Edipo sotto il rancore, che quando lei gli fa vedere che ce l’ha ancora, si tramuta in tenero corteggiamento. La trucca e la fa ballare, e lei, Alessandra Ferro, immediatamente e con maestria emotiva, trasmigra subito, si trasfigura in commozione.

Ma ogni volta questi momenti si spengono rapidamente in polemiche rabbiose e vecchie dinamiche, e forse talvolta l’attrice cede troppo velocemente, con una tendenza forse un po’ marcata al comico istrionico. Questo si avverte di più in alcuni punti del testo che a mio parere già nell’autore sono forzati, e fuori registro.

Ad un certo punto lui per vendicarsi suona travestito da prete che benedice la casa, e la rimprovera: una vera arlecchinata, fuori tono (non credibile che lei ci caschi, e neanche come si faccia mettere sotto emotivamente, lei così ironica e sfidante). Un’altra volta, per punirla di non dire il nome della moglie, lui la lega e la tortura (qui con voci fuori scena). A parte che irrealistico, appena finito, lei torna a fare subito la bambina capricciosa, esaurendo troppo presto il riverbero emotivo del gesto del figlio.

Meglio lo stupore con cui segue il racconto noir sul figlio che si sarebbe mangiato la moglie, che gli si offre quando morti di fame in una baita isolata. E il suo rapido negare poi di esserci cascata. Qui difficile per entrambi scegliere il registro. Comicità. Assurdo. Teatro della crudeltà. Del resto la colpa qui è dell’autore, che fa baluginare una strada che poi non sviluppa. Una metafora tuttavia che poteva esser sviluppata a cornice di tutta la regia. Se per Sartre l’inferno sono gli altri, qui potremmo infatti aggiungere che i protagonisti si cannibalizzano a vicenda. Sarebbe stata una cornice inquietante, qui evasa a favore di un’altalena agrodolce, che è tuttavia quella che permette di commuoversi alla fine, quando, nel silenzio forzato del gioco relazionale – con il figlio riverso a terra, forse vittima di un overdose – non resta che la verità dello sgomento. Il gesto. E possiamo vedere anche nella madre, tardiva, la verità dell’amore per il figlio.

Tornata dalla cucina con la torta di compleanno, trovatolo riverso, non riesce a credere e capire, e insiste per svegliarlo. Poi, “Facevi finta d’esse morto, pe’ spaventamme. A me. Figurate!”. Ma la voce è tremula, disperata, e si storce in una risata piangente, mentre simbolicamente spegne le candele, non più festa di compleanno, ma segno di morte. E nel buio, calorosi applausi.

Regina madre, di Manlio Santanelli. Regia di Alessandra Ferro. Con Alessandra Ferro (Regina Giannelli) e Claudio Camilli (Alfredo Giannelli). Musiche, Adriano D’Amico. Disegno luci, Gloria Mancuso. Aiuto regia, Lucilla Di Pasquale Foto di scena, Grazia Menna

Visto a Roma al Teatro Sophia il 6 febbraio 2026

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