Recensioni — 14/12/2025 at 09:11

E se l’amore fosse pratica politica? Il mito di Tristano e Isotta rivisto da Virginia Landi e Tatjana Motta

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RUMOR(S)CENA – MODENA – Chissà chi decise che valesse la pena conservare la storia, e tramandarla nei secoli. Non potremo conoscere la verità sulla sua origine, passata di bocca in bocca nei secoli con l’aggiunta di sospiri e tormenti. Quello che si dice racconto orale non fu che un magnifico e sofferto pettegolezzo dall’incipit risaputo. Anche oggi la narrazione comincerebbe con un: “dicono che…”. Dicono che la regina non smetta di guardare il nipote del re. Dicono che gli amanti si scrivano biglietti che ingoiano subito dopo averli letti. Chissà che l’unica salvezza garantita a un amore sia il suo racconto, che rimane per sempre. La storia è quella dei due amanti, della loro passione osteggiata, che rovescia le norme e conduce alla morte, e oltrepassa i confini del tempo. Durante il viaggio che conduce Isotta al suo matrimonio imposto con Re Marco di Cornovaglia, i due giovani bevono per sbaglio un filtro d’amore. Quel viaggio in nave li conduce nel luogo in cui il loro amore è destinato a essere impossibile: la corte di Re Marco, simbolo di un ordine che il loro amore minaccia di sovvertire. Tristano e Isotta, amandosi, mettono in crisi un sistema fondato sulla gerarchia e il possesso, in cui il corpo è un territorio da conquistare.

E allora dobbiamo ringraziare le ragazze, le vecchie, le partigiane, le mondine (…mi hanno uccisa incatenata carcere e violenza niente mi fermò…) che hanno a cuore le storie e si ritrovano dentro quelle storie, che si ripetono sempre uguali. Perché c’è quasi sempre un padrone, un capo, un re, che vuole che le cose vadano in un certo modo. E poi c’è un amore che si riscatta, con la sua forza trasformativa e che riscrive il destino. Dicono che gli amanti cantino in pubblico una canzone che parla del loro amore sfottendo l’autorità. Ma non va sempre a finir bene e capita disgraziatamente che sia quell’autorità e quella ragion di Stato a vincere. Dicono che negli occhi degli amanti si possa leggere un messaggio che trascina chiunque lo legga verso l’abisso.

Cristiana Tramparulo, Marta Malvestiti, Giovanni Cannata, Riccardo Vicardi crediti foto Luca Del Pia

E dobbiamo ringraziare Virginia Landi e Tatjana Motta, regista e drammaturga, di averci riportato la leggenda celtica di Tristano e Isotta, in scena al Teatro delle Passioni di Modena, rotolata giù attraversi i secoli, accompagnata da sonorità antiche e riferimenti moderni (…una pagina strappata di un giornale che parla di una nave carica di bombe. La chiamata alle armi  rivolta ai giovani nati negli anni…). Ringraziare per  averci fatto interrogare su cosa resta oggi che si possa dire sovversivo, a interrogarci sul meraviglioso egoismo degli amanti: Dicono che se tutti impareranno l’egoismo degli amanti  non troveremmo nessuno disposto a sacrificarsi per il re. E interrogarci sulla fuga da un mondo che pare senza corpo, dove  l’unico modo per fuggire sarebbe quello di trasformarsi in uccelli e volare via. Già, perché oggi l’amore commuove o muove invidia a chi non ce l’ha? È sotto attacco? Preso di mira della pedagogia della crudeltà?

Marta Malvestiti, Giovanni Cannata crediti foto Luca Del Pia

Non è un caso che Virginia Landi e Tatjana Motta condividano dal 2017 un percorso di ricerca, a partire da drammaturgie originali, e da una sperimentazione azzardata di parole e di idiomi e da un forte legame con la questione di genere. Lo spettacolo inizia come un rito. Un gruppo di persone intorno a un fuoco, simbolico o reale, per ricordare, ascoltare e trasmettere: come nella tradizione più antica del teatro, si racconta per comprendere il mondo e per immaginare un’alternativa possibile. Le due artiste per dare linfa al percorso creativo hanno fatto questo, hanno ascoltato, hanno indagato le relazioni sentimentali di giovani uomini e giovani donne di una scuola (classe 3B del Liceo Scienze Applicate dell’IIS Corni di Modena). Quali sono dunque gli imperativi culturali che influenzano l’idea di un amore? Quali stereotipi, quali ostacoli? E ci sembra quasi di rivederli seduti attorno al fuoco, questi ragazzi della terza B, quando entrano in scena i quattro impeccabili interpreti (senza enfasi, mai sopra le righe) Giovanni Cannata, Marta Malvestiti, Cristiana Tramparulo e Riccardo Vicardi

Giovanni Cannata, Marta Malvestiti crediti foto Luca Del Pia

Cercano di ricordare una canzone che hanno dimenticato. Provano, improvvisano insieme una musica che si fa più strutturata. Sono artisti, musicisti, cantastorie, sono i viaggiatori inquieti, che attraversano confini. I ruoli e i piani temporali si mescolano, e attraverso la musica eseguita dal vivo si agisce nel presente quello che fu nel passato, facendo emergere una narrazione polivocale. La scenografia è essenziale, c’è un uso sapiente di oggetti che più si adatterebbero a un mondo infantile, piccole sedie d’asilo, piccoli banchi, un tappeto tondo colorato che fa pensare alla scena circolare di un circo. Il rimando forse ad un’anima di bambino, ad un’epoca in cui si stava nella verità. E poi c’è il mare, in un lampo di luce argentato. E quasi lo senti addosso il freddo e l’umido dell’esilio, condizione di tutte in un mondo di uomini, dove il sangue esibito è quello della guerra e dove il sangue dell’imene deflorato di Isotta è segno di virtù da regalare al padrone o al contrario pericolo mortale.

Giovanni Cannata, Riccardo Vicardi, Marta Malvestiti crediti foto Luca Del Pia

«In una società militarizzata, gerarchica e patriarcale – commentano Virginia Landi e Tatjana Motta – Tristano e Isotta bevono un filtro che li accomuna, trascinandoli in un’esperienza dove il desiderio è pari, dove non c’è dominazione e le responsabilità di ogni azione sono condivise. Quando il linguaggio dell’amore fa uso di parole che provengono dal lessico militare; quando il corpo dell’amante è inteso come un territorio da conquistare, difendere, sottrarre, a Tristano e Isotta spetta il duro compito di inventare un linguaggio fuori dalle logiche del loro mondo. Incontrarci per raccontare e ascoltare di nuovo la storia di Tristano e Isotta significa ritrovarsi a parlare insieme d’amore, in uno spazio pubblico – per fare dell’amare, non un’esperienza privata, ma una pratica politica».

Il progetto è di Virginia Landi, regista due volte finalista al Bando Registi Under 35 della Biennale Teatro di Venezia, e Tatjana Motta, drammaturga e sceneggiatrice vincitrice del 55° Premio Riccione per il Teatro, prodotto da Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale. A partire dal celebre mito letterario, lo spettacolo, in scena in prima assoluta dal 9 al 21 dicembre al Teatro delle Passioni di Modena. Nell’allestimento musica e suono sono centrali, grazie al lavoro del compositore e sound designer Andrea Centonza che, insieme agli interpreti, accompagna il pubblico in una dimensione sonora popolare che dal Medioevo arriva ai nostri giorni con influenze elettroniche. Mentre i costumi ideati da Rossana Gea Cavallo partono dai giorni nostri e ci portano verso il ricordo di un Medioevo immaginato, guidando il pubblico in un percorso a ritroso nel tempo.

Visto al Teatro delle Passioni di Modena l’11 dicembre 2025

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