RUMOR(S)CENA- ROMA- Inossidabile riproposta di un classico evergreen di una spensierata quanto geniale drammaturgia britannica, che nel teatro italiano, ha trovato un posto in prima fila se è vero che la compagnia del teatro Vittoria ridà vita, per il 43esimo anno consecutivo, a Rumori fuori scena, campione d’incasso. Scommessa già vincente che affronta una tenuta di tre settimane, inusuale per la stagione della sala di Testaccio. I protagonisti sono sempre quelli con l’unica defezione di Viviana Toniolo, storica responsabile della compagnia che, gravata dei suoi 86 anni, questa volta ha assistito in platea, defilata, all’esibizione dei suoi colleghi e allievi, assistendo alla regia storica del compagno Attilio Corsini.

La scoppiettante macchina teatrale ha funzionato anche questa volta in tre tempi senza noia in un debutto onorato dalla presenza di fedelissimi che conoscono a memoria l’evoluzione del testo ma non rinunciano alla replica del già visto. Disossato il meccanismo di una prova tecnica/generale a poche ore dal debutto. Nella prima parte c’è il lato A, nel secondo si esplora la scenografia al contrario, nel finale c’è la resa dei conti dove gli attriti, le gelosie, i dissapori, le vacatio degli attori riverberano in una sorta di mayonese impazzita, in una logica deflagrante del “tutti contro tutti”. Un “lasciamoci andare” che forse non contrasta con la pigra attitudine di un teorico pubblico di pensionati, magari appisolati e comunque pronti e disposti a tutto.

La tensione della prima si è allentata ed è virata su pericoloso rilassamento generale della compagnia. Il meccanismo di uno spettacolo, non metaforicamente imperniato sulle entrate e uscite in scena di un piatto di sardine, su porte che si aprono (non sempre) e si chiudono fragorosamente, richiede il rispetto di tempi teatrali perfetti e di una sinergia senza pari, pena il naufragio. Bisogna sbagliare con arte. Qui non c’è Feydeau in quelle porte ma la dissacrazione di un teatro che tante volte è mestiere, esigenza di sopravvivenza, a dispetto di baruffe amorose e di vizi alcolici. Perché gli attori trascinano a teatro i propri drammi personali e le proprie nevrosi. Il regista sempre più disperato (Carlo Lizzani), che tenta di mantenere i nervi saldi di fronte al disfacimento del plot, assiste sempre più inerte all’inevitabile fiasco collettivo.

Le note scritte di regia sono andate smarrite ma lo spettacolo ha un’andatura indotta che funziona da sé e a cui obbediscono implicitamente tutti gli attori, facendo i conti solo con piccoli aggiustamenti di ruolo di anno in anno. La fragilità del teatro e della necessaria empatia tra gli interpreti viene messa in discussione. Divertimento intelligente in un fuoco di fila di equivoci con Stefano Messina, inequivocabilmente capocomico nel ruolo più impegnativo. La funzionalità del testo è legata alla consequenzialità del ritmo vorticoso. I rari momenti di silenzio sottolineano la debilitante mancata uscita di scena di uno a turno dei protagonisti. Il miracolo è di rinnovare la freschezza nell’esercizio della ripetizione. Ma non è forse quello che è successo per Trappola per topi /The Mouse Trap) di Agatha Christie che peraltro presentava un rischio in più per la conoscenza del finale giallo? Occorrono compagnie rodate per affrontare questa prova ma il marchio del Vittoria è inconfondibile. Il fascino del testo fa sì che nell’impresa a volte si cimentino anche compagnie amatoriali con alterni risultati.

RUMORI FUORI SCENA di Michael Frayn, traduzione di Filippo Ottoni, con in ordine di apparizione Sabrina Pellegrino, Carlo Lizzani, Stefano Messina, Chiara David, Virginia Bonacini, Stefano Dilauro, Chiara Bonome, Simone Balletti, regia originale di Attilio Corsini, ripresa teatrale di Viviana Toniolo, scene Bruno Garofalo, musiche Arturo Annecchino. Produzione Attori & Tecnici.
Visto al Teatro Vittoria di Roma il 13 gennaio 2026.





