RUMOR(S)CENA – SARZANA – (La Spezia) – Al Teatro di Sarzana è andato in scena lo spettacolo Foglia di Vite Femmina – intervista performativa a Marcel Duchamp. Lo spettacolo è inserito nella manifestazione della Summer School Starté “ L’Arte è Teatro: da Duchamp a Cattelan, tutto il teatro dell’Arte” diretta da Paolo Asti con il patrocinio del Comune di Sarzana.
La regia è di Toni Garbini, brillante artista sperimentatore della scrittura e della scena che ha avuto l’idea di fare una curiosa intervista in scena con Marcel Duchamp incarnato nella figura femminile più rappresentativa delle sue opere: la sposa del Grande Vetro (ovvero, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli). Scegliendo di collocare il pubblico sul palco, eliminando quarte pareti, sipari e altre separazioni, lo spettatore è portato a sperimentare, come avrebbe voluto Duchamp, un’ “osmosi estetica”. È la sposa interpretata da Laura Martinelli , vestita di bianco, a declamare i principi della sua arte, incalzata dallo stesso Garbini che si muove tra il pubblico, muovendosi tra humour e anedottica raccontando le origini delle sue creazioni, dalla Gioconda coi baffi alla ruota di bicicletta collocata su uno sgabello, primo ready made della storia.

La Martinelli si muove con ingenuità e sicurezza, provando a descrivere al pubblico il Reale e l’Astratto, i colori e le tecniche di questa nuova arte, senza l’aiuto di immagini; la sua sensualità è parte della scena, ed è anche una provocazione: l’oggetto trasparente incastrato nel vetro permetteva secondo Duchamp, di vedere la realtà messa a nudo, esattamente come fanno gli scapoli con la Sposa. Che appunto, si spoglia davanti a noi, salvo poi indossare i blue jeans e raccontarsi come una comune influencer; lo spettacolo termina con una diretta video in cui lo spettatore si inserisce nel “quadro scenico”, dando forma concreta a quella iconica frase di Duchamp: “Sono gli osservatori a fare i quadri”, cioè siamo tutti coinvolti nel processo di creazione.

Intervista a Toni Garbini
Da dove nasce l’idea di questo format in cui interroghi personaggi del passato come in un’intervista radiofonica recuperando frasi e temi dei loro lavori?
La mia ricerca si muove in modo intuitivo e questa piega del mio lavoro di invenzione drammaturgica si è manifestata solo di recente con il lavoro dedicato a Duchamp. Ogni mio testo riflette la necessità di rivendicare la mia libertà, proponendo un punto di vista, una mia proiezione personale sul presente; in questo caso ho avuto la forza di interpellare un maestro, per esprimere, attraverso la sua esperienza, la mia critica radicale al mondo dell’arte. Negli anni Settanta c’erano le “interviste impossibili” ad opera di Manganelli, Eco, Calvino e Arbasino, con i giganti interpreti che conosciamo come Bonacelli, Carmelo Bene, e solo dopo avere immaginato il format della “intervista performativa” ho capito di avere fatto un omaggio diciamo più “documentario”, secondo la mia linea di ispirazione naturalista, a quelle meravigliose esperienze letterarie e radiofoniche. Un altro motivo credo sia il fatto che questo dispositivo drammaturgico prevede la presenza del regista in scena, nella tradizione del Kantor di “crepino gli artisti”. Questo mio ultimo lavoro è un atto di accusa verso la degenerazione dell’Arte nella mercificazione globale contemporanea.
Prima di Duchamp l’arte era un’altra cosa, quella che lui definiva “arte retinica”, come dopo Beckett il teatro è diventato postdrammatico. Questi personaggi cerniera tra il vecchio e il nuovo sono ancora poco conosciuti dal grande pubblico. Pensi che il tuo progetto teatrale possa essere anche un modo per farli conoscere meglio?
Il celebre saggio di Szondi, letto ai tempi dell’università, sulle crisi delle forme drammatiche è stato uno strumento di analisi potente per comprendere che cosa stavamo facendo drammaturgicamente e perché e credo che sì, ci possa essere un rapporto tra Duchamp e Beckett proprio per questo rifiuto radicale che li contraddistingue. L’artista francese rifiuta di continuare a dipingere, si arresta per sottrarsi alla ripetizione di un passato pittorico che giunge con lui ad uno dei suoi esiti più estremi. La sua ricerca ha aperto agli orizzonti del contemporaneo, spesso ridotto oggi ad una banalizzazione delle sue istanze più radicali. Anche nei personaggi di Beckett c’è un tragico rifiuto di agire, un’impossibilità di muoversi che ritrae perfettamente l’immobilismo di oggi, il terrore dell’uomo occidentale di perdere anche quest’ultimo margine di indipendenza, per essere travolto nella dilagante violenza che lambisce il confini della sua privacy. Sono due artisti che hanno saputo tradurre la loro esistenza in un opera necessaria.

Tu metti in luce la loro biografia. Non c’è il rischio di far diventare l’opera una risultante psicologica della loro vita anziché qualcosa di universale, qualcosa che trascende la biografia singola? Una sorta di interpretazione lacaniana dell’inconscio dell’artista?
Nel 2015, al Festival della Mente, avevo realizzato un’azione performativa dal titolo “Parlessere Lacan” in cui avevamo messo in scena la mia trascrizione letterale in traduzione italiana, della famosa contestata lezione del maestro della psicanalisi francese all’università di Louvain in Belgio nel 1972. In quella occasione Lacan veniva aggredito da un giovane contestatore che criticava aspramente la pratica psicanalitica come strumento di legittimazione della borghesia appunto, nella sua miseria, nell’incapacità di muoversi, di fare qualcosa. Come dicevo, i miei ascendenti teatrali sono nel naturalismo, in Cechov diciamo e poi in Pinter, che spesso viene ascritto erroneamente al teatro dell’assurdo; in una scena che si alimenta della verità e della realtà, per farne altro certo e la biografia per me è questo; si tratta di eventi personali come risultanze di qualcosa che accade invece a livello storico, universale, quindi è esattamente il contrario di scendere nel particolarismo psicologico della singola biografia. Sì, anche ciò che è più privato e inconscio è il risultato di uno stato di cose di natura storica e culturale, come dice Recalcati, leggendo Lacan, “la mancanza ad essere abita il soggetto, in quanto subordinato al campo del Linguaggio.”
Nelle tue interviste inserisci un contesto fatto di cubismo, astrattismo, di artisti che si incontrano o si evitano da Picabia a Man Ray a Picasso a Kandinsky e poi illustri i ready made e l’inclusione dello spettatore nell’opera, il tutto raccontato dalla famosa Sposa messa a nudo..è un racconto della storia dell’arte?
Ho lavorato sulle interviste di dominio pubblico che si possono facilmente trovare in rete e ho costruito un racconto che descrive in modo estremamente chiaro e demistificante le ragioni di un uomo che si fa artista per rivendicare la propria libertà. Ci sono solo due brevissime citazioni dagli “Scritti” in una mia traduzione: una è la descrizione della Sposa del “Grande Vetro” fatta da Duchamp come “motore” del desiderio degli scapoli e in questo mio lavoro il pubblico stesso si trasforma nella massa degli scapoli a cui la Sposa concede la sua nudità; e l’altra è un frammento da un “ready made letterario” un testo non scritto da Duchamp ma firmato da lui, come Rrose Selavy, la sua trasformazione femminile ritratta da Man Ray, in cui l’artista, esponendo la superiorità della donna descrive la fragilità virile oggi sempre crescente, descrivendo un uomo sempre più incapace di identificarsi, preda della sua vanità.

La tua presenza è fondamentale, non sei solo l’intervistatore ma colui che è turbato dalle risposte, che cerca nello sguardo dello spettatore un dissenso o un consenso, è una presenza straniante, brechtiana. Questo tuo “personaggio” è spesso in scena anche quando racconti storie tratte da racconti locali, memorie del territorio. Non è però una figura di narratore, giusto?
Sì, come dicevo il mio lavoro ha preso questa piega e non riesco quasi più a comporre una regia che non preveda la mia presenza in scena. Questa mia personale metodologia di creazione si è sviluppata lentamente negli anni ed ora testimonia la mia consapevole decisione di occupare durante la performance, una soglia, sempre per usare dei termini diciamo lacaniani, la soglia tra il registro della realtà e il registro dell’immaginario. Ho conquistato questo margine che non è né con gli attori né con il pubblico, né nella platea, né nella scena, ma nella possibilità di una loro comunicazione attraverso il linguaggio teatrale.
Tu hai sperimentato tante forme di scrittura anche quelle legate al web come l’intrigante testo ambientato in epoca di Covid e di reclusione forzata su chat room per mascherare la paura della morte. In scena hai usato video live, scrittura automatica…. Cosa ti intriga di questi nuovi mezzi?
Sono nato nella generazione X nel 1967, ho vissuto il passaggio dall’analogico al digitale e il mio lavoro drammaturgico, secondo una prospettiva filosofica diciamo strutturalista, si è alimentato di questi nuovi mezzi e modelli di comunicazione. Ne “Il sogno nel cassetto” che ha ricevuto la menzione speciale del premio di drammaturgia Oddone Cappellino al Festival delle Colline Torinesi 2004, ho parlato della comunicazione pubblicitaria e poi in “Quo”, pubblicato nella rivista Dramma.it nel 2013, ho affrontato il linguaggio televisivo, per poi passare al cinema di “Hai fatto di me” che ha avuto un passaggio anche in video alla galleria Bertrand Grimond di Parigi; poi ci sono stati i lavori di live texting nel 2016 e ancora una riflessione sui social con il lavoro originale dedicato al lockdown, entrato nella Liberia virtuale di teatro.it, poco prima della sua chiusura, di cui ho realizzato quest’anno un’ultima e inedita versione, “La Gramigna” e infine “Cetacea” finalista al premio Carlo Annoni nel 2022, che indaga il tema dei Big Data. La mia prossima creazione, un lavoro performativo che sto scrivendo, è un un omaggio a Guy Debord ed è un’interrogazione ironica sullo spettacolo stesso come distanziamento, come degradazione di ogni vita umana a semplice apparenza.
Visto al Teatro di Sarzana il 4 settembre 2025
Biografia
Toni Garbini è regista, formatore teatrale (anche in ambito sociale) e drammaturgo; autore nel 2021 di un adattamento di “Baccanti” di Euripide andato in scena nella stagione del Teatro Greco di Siracusa; ha collaborato con molti artisti e musicisti tra cui Julia Kent, Gianluca Petriccione, Chico Bertacchini, Jacopo Benassi, il regista Michele Salimbeni, Fabrizio Prevedello, il drammaturgo francese Eugène Durif e Carlus Padrissa, fondatore della “Fura dels Baus”.





