Recensioni — 11/11/2025 at 10:39

La voce di Billie Holiday è un grido contro ogni discriminazione razziale

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RUMOR(SCENA- ROMA-  Chi minimizza la capacità di fascinazione di un reading potrà ricredersi di fronte alla padronanza della scrittura teatrale di Maurizio De Giovanni che riporta in scena, con la vivezza che era propria della cantante, Billie Holiday, alias Lady Day, cantante non per un giorno. Il combinato disposto s’intreccia con la partecipazione emotiva al progetto della fascinosa Mariangela D’Abbraccio che stringe il personaggio in una morsa empaticamente partecipativa. Così non sembra eccessiva la permanenza in scena di un’ora e mezzo anche perché l’attrice rischia vistosamente di suo mettendosi in gioco per interpretare alcuni brani iconici della cantante blues e particolarmente si spende per la sussurrata e spoglia ma conflittuale Strange Fruit.

Fu quello il brano che, rievocando con toni metaforici ma incisivi la segregazione razziale e l’impiccagione di quelli che venivano sprezzantemente definiti colored dai bianchi, costò la messa al bando della Holiday dagli auditorium più celebrati, segnando uno spartiacque di carriera. “Gli alberi del sud danno uno strano frutto. Sangue sulle foglie e sangue alle radici. Corpi neri che ondeggiano nella brezza del sud”. Il riff della canzone è indelebile marchio di un clima da Ku Klux Klan. La citazione ha un preciso riferimento storico e allude al linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith che furono impiccati a un albero per il mai provato omicidio di un uomo bianco.

Divenne ben presto il grido di protesta degli afro-americani nel cuore di una società razzista. Un inno mai completamente metabolizzato perché scomodo.  Sullo sfondo fa da terzo, funzionale interlocutore di testo e recitazione, lo schermo che mostra il lavoro accurato d’archivio, mostrando i momenti salienti della vita della Holiday: dall’infanzia al letto di morte, fino al funerale, documentando i momenti gloriosi e le brusche discese di una donna forte ma che cadde sotto la micidiale sfera d’influenza dell’eroina.  Insidiata a dieci anni e poi costretta al riformatorio come se la seduttrice fosse stata lei, una tenera bambina neanche nella pubertà.  Un padre assente e casuale, il peso della segregazione e la musica come unica possibile forma di riscatto se non di vendetta.

Nel profondo sud anche una cantante di successo doveva comparire nei teatri dall’ingresso di servizio, non poteva pranzare con i suoi accompagnatori musicali bianchi, doveva recarsi in toilette dedicate e venir sottoposta a uno stigma che la fama non poteva riscattare. Il sigillo di una condizione, un marchio debilitante che la scrittura di De Giovanni valorizza con sensibilità. Poi passano nella sua vita uomini sbagliato e/o invadenti, conquiste di letto di una sola sera, grandi incontri musicali (Benny Goodman, Artie Shaw). A rievocare la figura, come si ricorderà anche un film dal titolo esageratamente polemico: “Gli Stati Uniti contro Billie Holiday”. Documentando la persecuzione della Fbi, le manette ai polsi, l’aggravante di essere di colore e anche drogata. Un personaggio e una voce che non si dimenticano.

Alla fine, quando tutto diviene tutto più difficile, la voce è quasi incrinata, graffiante, piena di crepe che mostrano tutta la sua fatica di vivere o, quanto meno, di sopravvivere.  Se la risentite nei dischi d’epoca o, più semplicemente, su you tube è una voce ancora in grado di emozionare, ricordando la sua storia. Se il blues era il cuore della cantante lo spettacolo di cui scriviamo ne riassume la percezione e il perfetto mood anche grazie al perfetto e discreto incastro della musica dal vivo.     

LADY DAY (BILLIE HOLIDAY) di Maurizio De Giovanni, con Mariangela D ‘Abbraccio, regia di Francesco Tavassi, al contrabbasso Dario Piccioni, al pianoforte Mattia Niniano. Produzione la Fabbrica dell’attore Centro di produzione teatrale.

Visto al Teatro Greco di Roma il 9 novembre 2025.

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