RUMOR(S)CENA – ROMA – Come sempre magistrale Emma Dante in questa sua ultima fatica, Re Chicchinella, in scena di recente al Teatro Argentina di Roma, che conclude la trilogia da lei dedicata a Basile e al suo O Cunto de li cunti (1634), celebre capolavoro napoletano, che aggiorna in chiave barocca, grottesca e crudele la poetica boccaccesca, in una collana di 50 fiabe popolari. La regista non solo come al solito esibisce un rutilante carnevale di corpi e geometrie, ma rielaborando con tagli e invenzioni il testo base – ‘A papera’ (trattenimento I della V giornata) – fa di questo testo una metafora tagliente e beffarda sulle miserie del potere. Diversamente dal testo originale infatti, dove erano due povere sorelle ad allevare un pennuto dalle uova d’oro, qui al centro è solo la parte finale, e quindi il re, che usando il pennuto creduto morto (qui una gallina invece che un’oca, e credo perché più plebea, oltre che adatta a mimiche comiche) per nettarsi il sedere dopo defecazione boschiva, si trova violentato ad ospitarla nell’ano, e a diventare lui, se mangia, la gallina dalle uova d’oro, patendo ogni volta le doglie di una gravidanza.

Diventa così Re Chicchinella, un re gallina. Cioè un re parassitato da famiglia e cortigiani edonisti avidi e superficiali che lo vogliono nutrire e sfruttare come bestia da macello. Un destino che si sarebbe meritato, come nemesi, lui, prima accusato dalla moglie, e poi auto accusantesi, di essere a sua volta, non solo edonista e scialacquatore, ma anche rozzo e pressoché analfabeta. Rozzo, ma alla fine vittima, il Cristo di un crescendo cannibalico della comunità che gli ruota intorno in un delirio ipnotico e frenetico, per tentarlo, trascinarlo, inebetirlo, spingerlo cioè ad interrompere il suo digiuno protestatario, fino a collassare alla morte. Perché anche la moglie, figlia di duchessa, e a proprio dire portatrice di una misconosciuta raffinatezza estetica, artistica, alla fine si rivela non meno assatanata del coro dei cortigiani, anche se forse anche per un velo di risentimento da donna non amata, frustrata, (fredda, come dice lui, e brutta dentro). Pasto cannibalico, ma anche sarabanda carnevalesca, dove l’orgia del potere diventa vaudeville di frivolezze e carnalità, dove al centro stanno il cibo ed il corpo nel suo lato indegno, basso (il sedere, l’ano, l’osceno, le scoregge).

Qui allora – su questo versante rabelaisiano, dove il carnevalesco è il mondo rovesciato, il riscatto del comico e del corpo come antipoteri – alla geometria della crudeltà, di taglio quasi settecentesco, si affianca il popolaresco napoletano, tra gag da commedia dell’arte (per esempio sulle scoregge del re) e scatenamenti corali alla De Simone (si veda La gatta cenerentola, 1976), con improvvise impennate in controcanto di lirismo queer, come quando la disperazione del re, denudatosi e disperato, viene dilatata epicamente da un varietà danzante di tutti seminudi, con sottogonna a vista, che poi si apre per dare spazio ad un robusto danzatore femminiello, ma di splendida vocalità da controtenore, che fiammeggia, e canta A battaglia (1699) di Scarlatti. Dalla scoreggia, alla disperazione, alla lirica.
È tutto un sistole e diastole, tra comico patetico tragico, che si mescolano espressionisticamente, così come si alternano gruppi di due tre e momenti corali. La scena è nuda, un buio che si illumina, e dove i pochi oggetti di scena che talora compaiono acquistano molto rilievo. Così le poltrone tavolino che faranno da anfiteatro alla festa del thè che apre le provocazioni al re digiunante, il cui culmine comico è quando tutti seduti mangiano e si sputano addosso a fontana, in modo esilarante, per il loro frenetico pettegolare a bocca piena. Così il rettangolo di sedie che alla fine cinge e nasconde il re morto prima, con loro inginocchiate che pregano, e rivela poi, fattosi gabbia, una gallina bianca (vera, e poi con gli attori all’applauso), che annulla ogni ipocrisia di dolore nella gioia della gallina dalle uova d’oro.

La gestualità è sempre a sua volta espressionistica. Inquietante quella di gruppo, già nella scena d’avvio, dove tralucono nel buio, a fondo scena, tanti colli di gallina con movenze a scatti, che avanzano a falange compatta, partorendo davanti a sé una strana massa nera, una gonnona a cupola, da cui pian piano emergerà la testa del re, trasformandosi in un ambulante e dondolante mostricciatolo alla Bosch, per solo dopo un po’ ergersi umano, a torso nudo. Una gonna tartaruga, da cui emergere e in cui rintanarsi, che fanno anche del re ipersensibilità femminea.
Più carnale, tra comico e patetico, la gestualità individuale, prevalentemente quella del re, un Carmine Maringola che scompone il corpo in contorsioni comiche e tragiche, arrivando al patetico del denudamento, e verso la fine al tragico della posizione fetale, ma che usa il corpo prevalentemente come maschera comica :così quando chino in avanti diventa solo testa al centro di una gonna alzata a coda di pavone – per tentare di espellere il pennuto; così quando dopo aver accettato di mangiare un’oliva, si aggira a ventre in fuori, come squassato dalle doglie del pennuto nutrito. Doglie che, come dicevamo, diventano le levatrici di una morte da lui ormai invocata, quando, per estrarre il pennuto gli infilano nel di dietro l’intero braccio.

Ormai il velo del comico è lacerato, come lacerato è stato il suo ventre, di lui che giace a terra fetale e piangente, ferito da un raggio di luce, mentre sempre più giganteggiano in volume e mestizia le parole del Rinaldo di Handel, Lascia che io pianga. Lutto per lui, ma lutto denegato. Il potere serve solo a nutrire i parassiti. Morto un re viva la gallina. E a Handel fanno seguito le parole di Battiato (da Passacaglia), a sardonica epigrafe. Calorosi gli applausi, anche alla gallina, emozionata in braccio a un attore
Ah, come ti inganni / Se penso che gli anni / Non han da finire / È breve il gioire / I sani, gli infermi / I bravi gli inermi / È un sogno la vita / Che par si gradita […] La gente è crudele / E spesso infedele / Nessun si vergogna / Di dire menzogna
Re Chicchinella, libero adattamento da Lo cunto de li cunti, di Giambattista Basile scritto e diretto da Emma Dante. Con Angelica Bifano, Viola Carinci, Davide Celona, Roberto Galbo, Enrico Lodovisi, Yannick Lomboto, Carmine Maringola (Re Chicchinella), Davide Mazzella, Simone Mazzella, Annamaria Palomba (la regina), Samuel Salamone, Stephanie Taillandier, Marta Zollet (la gallina Odette). Elementi, scenici e costumi di Emma Dante. Luci, Cristian Zucaro. Assistente ai costumi, Sabrina Vicari.
Coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Carnezzeria, Célestins Théâtre de Lyon, Châteauvallon-Liberté Scène Nationale, Cité du Théâtre – Domaine d’O – Montpellier / Printemps des Comédiens.




