Teatro, Teatrorecensione — 10/10/2013 20:22

Metti una sera a Contemporanea ed è subito “Be Legend” e poi “Muori”. nuove generazioni a confronto

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Metti una sera a Contemporanea. Al Fabbricone, una dopo l’altra, Teatro Sotterraneo e Codice Ivan, gruppi toscani fiore all’occhiello tra le nuove generazioni artistiche teatrali. Pubblico di teatranti, operatori, accogliente, ovattato, protetto. E’ il mondo dei festival ancora indecisi sul proprio ruolo: se essere fautori di nuovi venti d’avanguardia o se essere spazio d’occasione per il territorio. Andiamo per ordine.

I Sotterraneo, dopo l’uscita dal gruppo di Iacopo Braca e di Matteo Ceccarelli (senza conseguenze né strascichi polemici visto che i due sono sempre tra il pubblico a vedere gli ex compagni), sembra che non abbiamo subito contraccolpi, anzi. Il gruppo adesso è composto tra tre elementi, due sulla scena, il flessuoso e fisico Claudio Cirri e l’ironica Sara Bonaventura, a ricomporre la classica coppia, il duo dal quale tutto scarta e scatta, mentre in regia Daniele Villa, mente ancora piena di trovate, mai fini a se stesse, di ganci, di appigli, di quel quid che fa poesia, gag che diventa pensiero, gesto che si fa riflessione. Leggero e profondo che vanno a braccetto e s’intersecano come il vortice del dna. Come la vita.

Be legend” è il primo step del nuovo progetto del collettivo fiorentino (il secondo “Be normal” è in fase di studio e messa a punto): una casetta da fratelli Grimm, da sette nani o elfi, o da tre porcellini, sullo sfondo e tre bambini, sui dieci anni, che si avvicendano. Sono, in sequenza, Amleto, Giovanna d’Arco, Hitler (ultimamente è in atto una riscoperta del dittatore nazista: Fanny Alexander, Cattelan, Orsini-Ui, “A.H.” di Antonio Latella). Bambini dai nomi qualunque, comunissimi, prima che la storia, reale, leggendaria o di fantasia, elevi a leggende, a icone riconosciute e riconoscibili. E quella casetta sullo sfondo, che pare di marzapane in mezzo al bosco delle possibilità, raccoglie e racchiude tutti i sogni e le speranze, tutti gli eventuali futuri, non realizzati e mai divenuti realtà, dei tre piccoli. Amleto è con i braccioli e la maschera antigas e una felpa con su scritto “Elsinore”, Giovanna prega invasata, Adolf è vestito a metà strada tra uno scout, un tirolese e un paninaro anni ’80 con le Timberland gigantesche ai piedi come un caterpillar o un suv.

Amleto canta, con cartelli con la traduzione italiana, “Creep” dei Radiohead che in quel momento sembra che sia stata partorita da Shakespeare e non da Thom Yorke. Immedesimazione, rappresentazione, identificazione. Chi siamo, chi siamo diventati, chi avremmo potuto essere, è la grande riflessione alla quale, tra le risate, il loro codice di scardinamento, ci costringono i Sotterraneo. Il mio nome comune sarebbe potuto diventare vessillo da bocca in bocca nei secoli? Non si tratta soltanto di essere “famosi”. Intanto Giovanna risuona insieme a Edith Piaf comunicandoci che “Non rinnega niente”.

Ecco la trasversalità, la commistione di eterno e attuale, di modernariato d’idee, di rimescolamento, frullato, centrifugato di storia e presente. Bambini che avrebbero potuto essere tutto l’infinito che non sono stati. Crescere è come entrare in un tunnel dove ad ogni passo altre porte si chiudono e si diventa sempre più ciò che stiamo divenendo fino al punto di non ritorno che non è la morte ma l’adultità. Gli eroi son tutti giovani e belli. Tutti e tre accomunati da una fine tragica. Adolf balla come in un rave sulla techno teutonica di “Ein zwei Polizei” mentre il refrain all’inizio di ogni capitolo è “Hard knock life” di Jay Z, hip hop dalla Grande Mela che alza i bassi cercando i bassifondi di infanzia-malinconia-nostalgia.

Come a dire che altri Amleto, altre Giovanna, altri Hitler adesso, oggi nel 2013, sono piccoli ma stanno crescendo, oppure siamo ancora in tempo a cambiare, migliorare, far virare il loro destino. Sono in mezzo a noi i cantanti, i calciatori, i politici del futuro che adesso sono soltanto bimbi che hanno bisogno solo di affetto. Gli adulti sono anche il prodotto di ciò che altri adulti hanno fatto loro quando erano bambini: chiamali traumi. Se la madre di Amleto non si fosse concessa allo zio Claudio? Se a Giovanna non fosse stato inculcato di pregare fino allo sfinimento forse non avrebbe sentito le voci e non avrebbe avuto le visioni? Se il piccolo Hitler non fosse stato picchiato dal padre ubriaco ogni sera? Non esiste destino, la storia di ogni uomo è la somma, e le scelte, di ogni giorno vissuto.

Tutt’altro discorso va destinato ai Codice Ivan con il loro “Muori”, forse augurio al pubblico che sembra non amino, costringendolo a sedute complicate, a sessioni al limite dell’imbarazzo, di colpi di tosse, sbadigli, cercando disperatamente un filo, un contenuto, una storia, un’idea, o almeno un movimento nell’empasse che architettano. Si chiamerebbe spettacolo dal vivo, ma qui, anche se il muoversi non manca, si ha l’impressione che i gesti, pochi e ritualizzati e reiterati all’infinito con una cadenza in-sopportabile, di vitale rimanga ben poco. Ci si rifà, si dice, al Requiem di Mozart che effettivamente riecheggia nell’ultima scena. Povero Mozart. Ma dopo minuti al buio attendendo un qualcosa, altri minuti dove si assiste ad una corsa interminabile (meglio scatti come ai campetti nella preparazione estiva di una qualsiasi squadra calcistica, ma almeno lì non lo chiamano teatro ma soltanto sport) da una parte mentre un altro componente sta al Mac scrivendo la sceneggiatura, come fumetto, come deus ex machina, delle azioni che i due sulla scena dovranno compiere. Rimangono una serie di azioni lanciate e lasciate su questo prato verde sintetico. Certo è difficile arrivare dopo i Teatro Sotterraneo.

Gentile grazia intellettuale” scrive di “Muori” il critico e attore (quindi non più credibile nel suo primo ed originario ruolo professionale) Renato Palazzi che ultimamente, dopo la morte di  Franco Quadri, cerca pupilli da scoprire, nuovi adepti per la causa da talent scout. Come in un fotoromanzo bloccato, come in un filmato dove i fotogrammi si ripetono in loop, in un silenzio assordante. Il maratoneta si getta dell’acqua addosso e la corsa continua. Siamo al Fabbricone, nello stesso spazio dove, un anno esatto fa l’attrice e regista Naira Gonzalez interruppe per dieci minuti la prima di “Isola” del riconfermato Paolo Magelli. A Prato ne succedono di stranezze.

Ma la platea si limita ad annoiarsi guardando, gli occhi a mezz’asta, l’inutile sforzo fisico e il sudore a profusione. Sembra una prova di resistenza per il pubblico, un esperimento sociale e antropologico. Constatare le reazioni, che non ci sono state, vedere fino a che punto si può giungere. Ed allora il test ha avuto successo. Il pubblico non solo è ammaestrato ma anche imbalsamato, annoiato ed ammorbato all’infinito, disattento, stanco. Non c’è più barlume di rabbia, di veemenza, di scontro, di volersi sporcare le mani. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Da non sprecarsi neanche aggettivi come “concettuale” o “sperimentale” o “di ricerca”. C’è un germe di provocazione in tutto questo? Forse il “Premio Scenario” del 2009 non ha fatto un buon servizio in primis e soprattutto per i Codice entrati e centrifugati troppo presto nel girone dantesco degli studi, delle anteprime, delle residenze (Dro docet), sistema e meccanismo che dilata e tritura, snatura. Chi ci rende quest’ora di vita?

Visto al Festival Contemporanea di Prato l’8 ottobre 2013

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