RUMOR(S)CENA – BOLOGNA – All’interno dell’opera di Eduardo De Filippo, La grande magia occupa una posizione singolare e, per certi versi, isolata. È un testo che non appartiene pienamente né alla linea del realismo familiare né a quella della commedia morale, e che si sottrae anche alla dimensione più apertamente sentimentale del teatro eduardiano. Qui sembra spingersi oltre, mettendo in discussione non solo i rapporti tra i personaggi, ma il rapporto stesso tra realtà e rappresentazione, tra verità e bisogno di credere. È un testo che lavora per ambiguità, per sospensioni, e che pone la domanda: fino a che punto siamo disposti a difendere un’illusione pur di non affrontare ciò che la realtà ci chiede?
La regia di Gabriele Russo nella recita vista al Teatro Arena del Sole di Bologna ha affrontato questa unicità senza normalizzarla, evitando di ricondurre La grande magia entro un orizzonte rassicurante. La scelta è stata di non spiegare ciò che Eduardo lascia volutamente opaco. La messinscena non ha insistito su una lettura sociologica né su una trasposizione esplicitamente contemporanea; al contrario, ha fatto emergere la modernità intrinseca della scrittura. Ne è risultato uno spettacolo che non ha cercato di attualizzare , ma lo ha esposto nella sua capacità di parlare ancora, e forse oggi più che mai, di una forma di rimozione condivisa.
In questo allestimento non c’è mai stata una verità pienamente consegnata, né uno svelamento risolutivo. L’illusione non è sembrata semplicemente un inganno subìto, ma una costruzione consapevole, una scelta che coinvolgeva chi guardava tanto quanto chi agiva sulla scena. La regia ha mantenuto costantemente questa ambiguità, evitando ogni sottolineatura didascalica. La scena non spiegava, non commentava, non correggeva, si limitava a mostrare un meccanismo in funzione e a osservarne gli effetti.

Lo spazio scenico ideato da Roberto Crea ha contribuito in modo decisivo a questa percezione. L’albergo in cui si svolge l’azione non è stato presentato come un luogo realistico, ma un ambiente mentale, un contenitore neutro e instabile che sembrava predisposto alla sospensione del reale. Era uno spazio che tratteneva i personaggi senza vincolarli, li esponeva, li rendeva vulnerabili, senza definire nulla. Le luci di Pasquale Mari, piane, neutre e atemporali, non hanno costruito effetti né guidato l’emotività, ma hanno mantenuto i corpi esposti in modo uniforme, lasciando che fossero le relazioni e le tensioni interne ai personaggi ad emergere senza mediazioni o commenti visivi.
Al centro dello spettacolo si è imposto un equilibrio rigoroso tra le interpretazioni di Natalino Balasso e Michele Di Mauro, chiamati a sostenere una tensione drammaturgica che si basava proprio sulla loro reciproca tenuta. Balasso, nel ruolo di Calogero Di Spelta, ha costruito un personaggio fondato su una qualità istrionica controllata, mai esibita come virtuosismo, e sempre funzionale a una logica interna implacabile. Il suo personaggio si è irrigidito progressivamente, si è chiuso in una coerenza che non ammetteva incrinature, facendo della negazione una vera e propria disciplina. La fede nell’illusione non ha mostrato nulla di ingenuo, era una scelta consapevole, perseguita con ostinazione, che è diventata nel tempo una forma di dominio su se stesso e sugli altri. Il corpo rigido, la voce compatta hanno composto una figura disturbante proprio per la sua radicale coerenza.
Accanto a lui, Michele Di Mauro ha affrontato il ruolo di Otto Marvuglia, storicamente legato alla presenza scenica di Eduardo De Filippo, evitando ogni tentazione mimetica o celebrativa. Il suo lavoro è passato attraverso una restituzione autonoma del personaggio, che gli ha conferito una nuova carica, diversa per qualità e postura. L’attore ha costruito un mago attraversato da una stanchezza lucida, da una consapevolezza che non si traduce mai in superiorità morale. La sua recitazione si è affidata a pause, silenzi e sguardi che contenevano più di quanto esplicitassero. Il rapporto tra Marvuglia e Calogero si è configurato come una tensione etica sotterranea, in cui due visioni del mondo, irriducibili, sono costrette a coesistere, senza che lo spettacolo offrisse una soluzione o una gerarchia definitiva.

Il gruppo degli altri interpreti, Veronica D’Elia, Christian Di Domenico, Maria Laila Fernandez, Alessio Piazza, Sabrina Scuccimarra, Manuel Severino, Alice Spisa, Gianluca Vesce, Anna Rita Vitolo, ha costruito una coralità solida e mai ornamentale, rendendo i personaggi parti attive di un’illusione praticabile e condivisa. Ognuno ha contribuito, con modalità diverse, a mantenere in vita la finzione, normalizzandola, rendendola socialmente accettabile. La regia ha evitato ogni caricatura, scegliendo una linea recitativa asciutta, che ha restituito un’umanità ambigua e riconoscibile.

I costumi di Giuseppe Avallone hanno collocato i personaggi in un tempo sospeso, senza riferimenti storici puntuali, rafforzando il carattere universale della vicenda. Le musiche e il progetto sonoro di Antonio Della Ragione sono state una presenza discreta, una vibrazione che attraversava le scene senza guidarle emotivamente, contribuendo a creare una sensazione di instabilità latente.
Il finale dell’opera rifiuta qualsiasi forma di pacificazione. Non c’è una verità che si impone, non c’è una morale che chiuda il discorso. L’illusione resta intatta, e proprio per questo inquietante. Questo esito è stato rispettato dalla regia con equilibrio e tensione, senza forzature né sottolineature, lasciando che il meccanismo si compisse fino in fondo. In questa messinscena si conferma come uno dei testi più radicali del drammaturgo napoletano un’opera che non offre consolazione, ma espone il prezzo, individuale e collettivo, del scegliere di non vedere. Nel momento in cui l’opera si chiude un faro si accende e punta deciso sulla platea, lasciando sospesa una domanda: quanto della nostra realtà siamo disposti a custodire come un’illusione che ci protegge dalle ferite della verità?
Visto il 5 febbraio 2026 al teatro Arena del Sole di Bologna





